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Redazione
ANNO XIVgiovedì 27 Agosto 2026
castiglione di garfagnana

A San Pellegrino in Alpe un museo che racconta la civiltà delle nostre montagne

In questi giorni ho avuto l’occasione di fare un giro in Garfagnana, soprattutto per incontrare e salutare vecchi amici e colleghi di lavoro. Salendo fino a San Pellegrino in Alpe, ho voluto fermarmi e tornare a visitare il Museo Etnografico Provinciale “Don Luigi Pellegrini”, una realtà che conoscevo già ma che, dopo tanti anni, ho riscoperto con grande interesse.

Il mio legame con questo museo viene anche dai miei trascorsi professionali. Prima come funzionario della Provincia di Lucca e successivamente della Regione Toscana, avevo avuto infatti l’occasione di occuparmi della selezione del personale destinato, nei periodi estivi, ai servizi di accoglienza dei visitatori del museo. Un’esperienza che mi aveva permesso di conoscere da vicino questa importante realtà del nostro territorio.

Tornarci oggi, però, è stato diverso. È stato come entrare nuovamente in contatto con una parte profonda della storia delle nostre comunità di montagna.

Appena entrato ho avuto il piacere di incontrare il signor Giannotti, che da molti anni segue con professionalità, competenza e disponibilità questa realtà museale. Ci siamo intrattenuti a parlare e, con grande cordialità, mi ha indicato il percorso da seguire.

Da lì è iniziato un vero e proprio viaggio nella memoria.

Il museo nasce dall’intuizione e dalla passione di don Luigi Pellegrini, che negli anni Sessanta iniziò a raccogliere oggetti della civiltà contadina e montanara, comprendendo che un mondo stava rapidamente scomparendo e che con esso si rischiava di perdere un patrimonio fatto non soltanto di cose, ma soprattutto di esperienze, mestieri, tradizioni e modi di vivere. La prima sala fu aperta nel 1970 e, da allora, la raccolta si è progressivamente ampliata fino a diventare una delle testimonianze più significative della cultura materiale dell’Appennino.

Il percorso museale, ospitato nell’antico hospitale di San Pellegrino in Alpe, si sviluppa attraverso diverse sale tematiche e accompagna il visitatore dentro la vita quotidiana di un tempo. Si incontrano gli ambienti della casa, gli utensili della cucina, gli strumenti del lavoro agricolo e pastorale, il telaio, gli attrezzi del fabbro e del calzolaio, il ciclo della castagna e tante testimonianze di mestieri che oggi, soprattutto per i più giovani, possono apparire lontanissimi.

Ma proprio qui, secondo me, sta il valore più grande del museo. Quegli oggetti non sono semplicemente cose vecchie conservate dietro una vetrina. Dietro ciascuno di essi ci sono mani, fatica, capacità di adattamento e ingegno. C’è una civiltà in cui quasi nulla veniva sprecato e nella quale uomini e donne dovevano utilizzare al meglio quello che la montagna poteva offrire. Ci sono, in fondo, le storie delle nostre famiglie, dei nostri paesi, dei nostri nonni e bisnonni.

Il percorso conduce anche verso altre espressioni della cultura popolare, fino alla tradizione del Maggio, con i suoi costumi e quella particolare forma di teatro cantato che per generazioni è stata tramandata sulle nostre montagne. Visitando le sale ho pensato soprattutto ai ragazzi.

Il Museo Etnografico di San Pellegrino in Alpe non ha certo bisogno di essere “pubblicizzato” nel senso tradizionale del termine. È una realtà conosciuta e apprezzata. Credo però che abbia continuamente bisogno di essere riscoperta, soprattutto dalle nuove generazioni. Mi piacerebbe vedere sempre più classi delle nostre scuole attraversare quelle stanze. Perché osservare un vecchio telaio, una cucina contadina, gli attrezzi di un mestiere o gli strumenti utilizzati nei campi significa capire in maniera concreta come vivevano le persone soltanto poche generazioni fa.
E significa anche comprendere quanta strada sia stata fatta.
Visitare questo museo non vuol dire guardare al passato con nostalgia, né pensare che allora si vivesse meglio. La vita era spesso dura, faticosa e segnata da molte privazioni. Vuol dire, piuttosto, conoscere le proprie radici e rendersi conto che il territorio in cui viviamo è stato costruito anche attraverso il sacrificio, il lavoro e l’intelligenza quotidiana di tante persone semplici.

Uscendo dal museo, la sensazione più forte è stata proprio questa: don Luigi Pellegrini non ci ha lasciato soltanto una raccolta di oggetti, ma la memoria di una civiltà. Una memoria che merita di essere conservata, conosciuta e soprattutto consegnata ai nostri ragazzi.

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