back to top
Pubblicità
Redazione
ANNO XIVmercoledì 16 Settembre 2026
kibaya

Boko Haram, la Nigeria e le violenze

Boko Haram è un’organizzazione terroristica jihadista diffusa nel nord della Nigeria. Nel 2015 si è alleata con lo Stato Islamico. L’organizzazione ha adottato il nome ufficiale di “Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e per il Jihād”, ma nella città di Maiduguri, dove essa si era formata, le era stato dato il soprannome di Boko Haram.

Il nome “Boko Haram” deriva dalla parola hausa boko, che è liberamente traducibile come “educazione occidentale”, e dalla parola araba harām, che indica un divieto legale, metaforicamente il “peccato”. Il nome significa quindi “l’educazione occidentale è sacrilega” o “vietata” o “peccato”. Il nome è dovuto alla dura opposizione all’Occidente, inteso come corruttore dell’Islam.

Il gruppo è stato fondato da Ustaz Mohammed Yusuf nel 2002 nella città di Maiduguri con l’idea di instaurare la shari’a nel Borno con l’ex governatore Ali Modu Sheriff. Yusuf fonda un complesso religioso che comprende una moschea e una scuola, dove le famiglie povere della Nigeria e degli Stati vicini possano iscrivere i propri figli. Il centro si dà altri obiettivi politici e presto lavora per reclutare i futuri jihādisti per combattere lo Stato federale. Il gruppo include membri provenienti dai confinanti Ciad e Niger, e parla solamente arabo. Nel 2004 il complesso sposta la propria sede nel villaggio di Kanamma, vicino al confine col Niger.

Yusuf ha attivato con successo seguaci tra i giovani disoccupati “parlando male della polizia e della corruzione politica”. Abdulkarim Mohammed, studioso di Boko Haram, ha aggiunto che le insurrezioni violente in Nigeria sono dovute “alla frustrazione per la corruzione e al malessere sociale sulla povertà e la disoccupazione”.

È stato ipotizzato che Yusuf abbia fondato Boko Haram vedendo l’opportunità di collegare l’inefficienza del governo, al centro dell’odio della popolazione, con l’influenza occidentale sulla cultura nigeriana. Per reclutare membri si è inizialmente servito di un’organizzazione precedente, l’Izala Society, un gruppo islamista conservatore presente nello Stato del Borno, e avrebbe poi deciso di separarsi per creare la sua fazione indipendente.

Originariamente non vi era ostilità aperta tra l’Izala, gli uomini di Yusuf e il governo nigeriano. Durante i suoi primi sette anni, Boko Haram ha condotto attività relativamente pacifiche, tuttavia il governo ha ripetutamente ignorato gli avvisi sul carattere sempre più militante dell’organizzazione. Il Consiglio degli Ulama ha avvisato il governo e l’ente televisivo statale nigeriano di non diffondere le predicazioni di Yusuf, ma i loro suggerimenti sono stati ignorati. L’arresto di Yusuf lo ha elevato al rango di eroe.

Il vicegovernatore del Borno, Alhaji Dibal, ha dichiarato che Al-Qāʿida ha avuto rapporti con Boko Haram, ma che li ha interrotti ritenendo Yusuf una persona inaffidabile. Nel 2009 la polizia ha iniziato delle indagini sotto il nome di “Operazione Flush”. II 26 luglio le forze di sicurezza hanno arrestato nove membri di Boko Haram e confiscato armi e attrezzature per creare bombe.

Questi episodi hanno portato ad attacchi di vendetta contro la polizia e a una rivolta nell’area del Borno. In risposta ai disordini è stata lanciata un’offensiva militare che il 30 luglio aveva già causato oltre settecento morti, in gran parte membri di Boko Haram, e che aveva causato la distruzione di edifici pubblici quali scuole, uffici del governo, luoghi di preghiera e prigioni.

Yusuf, il fondatore del gruppo, è stato arrestato ed è morto in custodia ufficialmente durante un tentativo di fuga. Come era successo già decenni prima durante le rivolte a Kano nel 1980, l’uccisione di un leader di un gruppo estremista ha portato a conseguenze impreviste. Yusuf è stato sostituito dal suo braccio destro Abubakar Shekau, fino al 2015 ancora leader dell’organizzazione.

Nel settembre 2010, dopo essersi riunito sotto il nuovo leader, Boko Haram ha fatto uscire di prigione 105 suoi prigionieri insieme a oltre 600 altri prigionieri e ha iniziato a lanciare attacchi in diverse aree della Nigeria settentrionale.

Da allora il gruppo ha continuato a crescere e aumentare la sua capacità operativa, lanciando una serie di attacchi con degli ordigni esplosivi improvvisati e, nel giugno 2011, attaccando con un’autobomba una centrale di polizia ad Abuja, uccidendo sei persone. Nell’agosto dello stesso anno, Boko Haram ha attaccato una base dell’ONU ad Abuja, uccidendo undici inviati dell’ONU e altre dodici persone e ferendone oltre cento. Un portavoce del gruppo ha rivendicato l’attacco e ha minacciato altri attacchi contro obiettivi degli Stati Uniti e della Nigeria e ha annunciato che la sola condizione di negoziazione che Boko Haram avrebbe accettato era la liberazione di tutti i membri incarcerati. Poco dopo l’attentato, l’ambasciata statunitense ha annunciato l’arrivo dell’FBI nel paese. Alcuni analisti hanno osservato come il gruppo abbia aumentato il proprio raggio d’azione forse a causa di un’alleanza con al-Qāʿida nel Maghreb islamico.

In questi giorni, ovunque, si è ricominciato a parlare della Nigeria perché, oltre agli attacchi terroristici, la popolazione nigeriana, da qualche anno, deve fare i conti con il fenomeno dei rapimenti. 

Venerdì 21 novembre scorso si è verificato uno dei più grandi rapimenti di massa della storia del paese. La Christian Association of Nigeria (CAN), dopo aver accertato il numero degli studenti scomparsi, ha sottolineato che, oltre a loro, sono stati rapiti anche 12 insegnanti. Gli studenti hanno un’età compresa tra i dieci e i diciotto anni e rappresentano quasi la metà dei 629 allievi che frequentano l’istituto. Dopo l’accaduto, il governatore dello stato del Niger, Mohammed Umar Bago, ha dichiarato che la polizia e il dipartimento di intelligence hanno avviato un’indagine “sulle dinamiche del rapimento per intercettare il gruppo” che potrebbe aver compiuto altri rapimenti in zona.

Per gestire la situazione, il presidente del paese Bola Tinubu ha deciso di annullare i suoi impegni internazionali previsti in settimana. In un video condiviso da CAN e riportato da The Guardian, un membro dello staff della scuola che è riuscito a fuggire durante l’irruzione sostiene di aver sentito avvicinarsi auto e motociclette prima di sentire spari continui e ripetuti: “Gli aggressori hanno agito per quasi tre ore”.

A guardare bene, quindi, quella della Nigeria non è soltanto una questione di attacchi ai cristiani, ma – come ha osservato il giornale l’Avvenire – ma una situazione più complessa legata soprattutto a questioni economiche.

La Nigeria, ricordiamolo, è paese molto vasto con i suoi 923 768 km2 e una popolazione di più di 235 milioni di abitanti. Si tratta di uno dei grossi problemi che la colonizzazione ha lasciato e che gli africani non hanno pensato di aggiustare dopo le indipendenze: Stati, cioè, formati in modo arbitrario, certuni troppo grandi per poter essere gestiti bene, mentre altri troppo piccoli per avere margine di manovra per il proprio sviluppo. Il Paese è un arcipelago etnico e culturale in cui la competizione per la terra e per le risorse agricole si sovrappone alle tensioni tra comunità pastorali (Fulani) e agrarie (non-Fulani). La realtà è, però, molto più complessa: in molte di queste zone, la proliferazione delle armi leggere e l’indebolimento delle tradizionali strutture di mediazione hanno favorito la trasformazione di contrasti locali in violenza sistemica.  

La vastità della Nigeria la rende terreno di gruppi di delinquenti che vivono e prosperano nella malavita. Il male del secolo, che è il terrorismo, non poteva non trovare un terreno fertile in Nigeria. La mafia nigeriana è ormai conosciuta ovunque e tutti i governi del paese che si sono succeduti non hanno mai lavorato veramente contro il problema. La corruzione è diffusa e i furbi che non rispettano la legge si trovano ovunque. Non che la Nigeria sia solo quello, ma la Nigeria è anche quello.

I rapimenti che si susseguono in Nigeria sono lo specchio di una geografia della violenza altamente articolata e stratificata. Sono opere di milizie estremiste islamiste attive nel nord-est del Paese, ma non solo. Come ha osservato l’Avvenire, non si tratta solo di azioni violente contro i cristiani “[…] i sequestri sono oggi perpetrati anche – e talvolta soprattutto – da bande armate prive di un’ideologia religiosa, motivate invece da un intreccio di marginalizzazione sociale, povertà strutturale, corruzione sistemica e competizioni per il controllo delle risorse. Attive principalmente nel Nordovest, negli Stati di Kaduna, Zamfara, Katsina, Sokoto e Niger, queste organizzazioni non perseguono alcuna ambizione teocratica: costruiscono piuttosto un’economia predatoria alimentata dal vuoto di sicurezza e dalla fragilità del controllo territoriale. Il terreno su cui tali dinamiche prosperano è quello di una crisi socio-economica di lungo corso, segnata da livelli elevatissimi di disoccupazione giovanile, da un’amministrazione pubblica inefficiente e da un uso distorto delle immense ricchezze nazionali – petrolio, gas, carbone, zinco, terre fertili – concentrate nelle mani di ristrette élite. In questo contesto, il rapimento si configura come un vero mercato: agricoltori, commercianti, viaggiatori e studenti diventano merce di scambio, sequestrati per ottenere riscatti che alimentano un circolo vizioso di violenza e impunità”.

Allo stato attuale, è difficile distinguere le azioni della criminalità organizzata dai terroristi in Nigeria. A volte collaborano insieme per gli stessi fini, cioè fare male per avere soldi. Si scambiano informazioni e armi e seminano il terrore. È chiaro che è più facile rapire più persone che si trovano in una chiesa in gruppo, durante le funzioni, come lo è andare in una scuola cattolica dove si può rapire centinaia di persone in un colpo mentre sono nei dormitori; ma il fine è, soprattutto, moltiplicare la fortuna di avere più soldi tramite i riscatti.

Alla radice dei rapimenti si trova, dunque, un sistema di insicurezza multiforme che coinvolge diversi attori. La risposta del governo – oscillante tra repressione militare e tentativi di negoziazione – risulta inefficace”. In dieci giorni più di 350 persone sono state rapite e il presidente ha dovuto dichiarare un’emergenza nazionale.

Tuttavia, la corruzione diffusa erode la fiducia dei cittadini e delegittima ogni intervento istituzionale. Le comunità locali, lasciate in larga parte a se stesse, elaborano forme autonome di autodifesa, dando vita a milizie civili che, pur nate con finalità protettive, rischiano di aggiungere ulteriori livelli di violenza a uno scenario già estremamente complesso. A pagare il prezzo più alto sono le persone comuni: famiglie distrutte, bambini segnati dal trauma, comunità costrette a lasciare le proprie case. Un Paese giovane, vitale e pieno di energie si ritrova a convivere con la paura del viaggio, della scuola, della quotidianità che altrove si dà per scontata. Eppure, nonostante la gravità del fenomeno, sono nate delle reti comunitarie, organizzazioni civili, autorità religiose e figure tradizionali promuovono il dialogo, la riconciliazione e la protezione dei più vulnerabili.

Qualunque soluzione si vuole trovare per aiutare la Nigeria deve tenere conto di tutti questi aspetti e non fissarsi solo sull’aspetto di attacchi ai cristiani che, per carità, non si può negare, ma non è l’unico nodo del problema nigeriana.

Dalla homepage

Ultimi articoli in Kibaya