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Redazione
ANNO XIVmercoledì 9 Settembre 2026
intervista

Bruno Pollacci, l’arte come la vita: “Solo con una solida preparazione si può improvvisare”

Bruno Pollacci è il direttore dell’Accademia d’Arte di Pisa. Nella vita ha voluto esplorare l’arte in tutti i suoi aspetti: dai disegni da piccolo, che lo hanno portato ad amare questo mondo con mostre tenutesi sin dal 1969, sino all’amore per la fotografia e la pittura. 

Nato a Lucca nel 1954, ritroviamo un’importante traccia della sua carriera, a livello scultoreo, nei monumenti a Trassilico e in quel di Gallicano. La Gazzetta del Serchio ha voluto incontrarlo per farsi raccontare, più da vicino, il suo percorso artistico.

Dove nasce la sua passione per l’arte? 

“Solitamente queste passioni nascono con spontaneità. Da bambino, per farmi star tranquillo, bastava che mi dessero un album da disegnare, coi disegni che spiccavano per la loro qualità. Quando ero alle elementari, vinsi i primi concorsi e alle medie il professore consigliò a mia madre di farmi iscrivere al liceo artistico di Lucca che aprì proprio in quell’anno (1968), e da subito cominciai con le prime mostre artistiche”. 

E tra scultura, pittura e fotografia: da quale mondo è più affascinato? 

“Ho sempre avuto una preferenza nel disegno, ma nonostante ciò adoro tutte le tipologie d’arte”.

Esistono tracce della sua arte in Valle del Serchio? 

“Certamente. A Trassilico si trova il Monumento Internazionale al Bambino (in bronzo) che feci nel 1979 e nel cimitero di Gallicano è presente una scultura di una donna a grandezza naturale. Questo a testimonianza che, anche se ho una preferenza per il disegno, la passione per la scultura è molto forte”. 

Lei conduce due trasmissioni radiofoniche, una sul jazz ed una sul blues: com’è nata quest’idea? 

“Tutto nacque intorno al 1976, quando nacquero le prime radio libere. Io ed un amico cominciammo con una trasmissione prevalentemente comica dove interpretavo voci diverse che disturbavano il programma. Successivamente mi appassionai e condussi una trasmissione anche per la Rai, con servizi sul grande trombettista Nunzio Rotondo, salvo poi stopparmi e riprendere proprio con le trasmissioni su Punto Radio nel 2002 inerenti il jazz“. 

Cosa può dirci sul jazz e il blues?

“È una tipologia di musica sicuramente colta, come la musica classica, e che richiede una preparazione in conservatorio per le giuste improvvisazioni. Per quanto concerne il blues, è una musica alla quale mi sono avvicinato nel 2014 grazie ad alcuni musicisti. Inizialmente mi sembrava troppo “semplice”, ma poi mi ha coinvolto quella che è la sua spontaneità”. 

Cosa differenzia questi due generi musicali?

“Le differenze sono che il jazz abbraccia molti orizzonti, come il folk, il pop, lo stesso blues… Quello che mi ha colpito del blues è il fatto che sia una musica di pancia e  simile al rock (per il quale stravedevo) per quanto riguarda l’aspetto adrenalinico ritrovandomi molto in questo aspetto”.

Qual è il messaggio che vuol trasmettere ai suoi studenti? 

“Sicuramente l’importanza dell’impegno tecnico che dev’essere effettuato con rigore per poi essere liberi, avendo avuto una formazione classica molto forte. Prima abbiamo parlato di musica, dove è importante, ad esempio, avere una preparazione solida per poi usare le giuste improvvisazioni nel jazz. Parlando, invece, di surrealismo, la preparazione è fondamentale nell’analisi dei volumi, della prospettiva e ci dev’essere la bravura nell’associazione di ciò in un contesto di assurdità. Quest’ideologia la trasmetto con una metafora sulla vita, in cui l’avere ampia coscienza consente di essere liberi”. 

Un’ultima domanda: ieri si sarebbe celebrato il 75° compleanno di Rino Gaetano. Cosa ne pensa di questo grande personaggio della musica? 

“È stato un artista che non ha badato al mercato. Sia di questi tempi, ma anche in passato, c’è e c’è stata questa grande attenzione alle vendite, con le case discografiche che imponevano un certo tipo di comportamento sia a livello musicale che non; Rino, in questo senso, si può definire un “anarchico” che si è slegato da ciò e con la sua ironia, usata anche in contesti drammatici, è riuscito ad arrivare emotivamente alle persone. Un incidente ce lo ha portato via troppo presto, per molti anni avrebbe sicuramente arricchito l’enorme storia della cultura cantautoriale italiana”. 

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