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Redazione
ANNO XIVsabato 1 Agosto 2026
borgo a mozzano

Ceuta, quando Andreotti mi parlò delle migrazioni nel viaggio Versilia-Corsagna

Le immagini delle migrazioni di massa al confine tra il Marocco e Ceuta mi hanno riportato alla mente un incontro lontano nel tempo, ma ancora molto vivo nei miei ricordi.

Era il 2007. Il presidente Giulio Andreotti aveva partecipato a un dibattito alla Versiliana, a Marina di Pietrasanta, e successivamente doveva raggiungere Corsagna per conoscere i progetti della Misericordia dedicati all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. In quegli anni ero presidente della Misericordia e avevamo avviato esperienze nelle quali credevamo profondamente: non semplice assistenza, ma occasioni concrete di lavoro, autonomia e dignità.

Partimmo dunque da Marina di Pietrasanta diretti a Corsagna. Ricordo ancora con emozione quel viaggio: ero in automobile con il presidente Andreotti, mentre davanti e dietro di noi viaggiavano le vetture della scorta. Durante il percorso parlammo di diversi problemi del nostro Paese e del mondo. Andreotti aveva una straordinaria capacità di ascoltare e, nello stesso tempo, di ricondurre ogni argomento a una dimensione più ampia, internazionale e storica.

Tra le questioni affrontate vi fu quella delle migrazioni. Gli raccontai che anche la mia famiglia aveva conosciuto l’emigrazione. Mio nonno era partito per il Brasile alla fine dell’Ottocento, come tanti altri italiani costretti ad abbandonare il proprio paese per cercare lavoro e futuro in una terra lontana. Gli parlai dei sacrifici, delle separazioni e delle sofferenze che accompagnavano quei viaggi.

Andreotti mi fece comprendere che le migrazioni non potevano essere fermate soltanto con le frontiere, le barriere o i controlli. Quando intere popolazioni non hanno lavoro, sicurezza e prospettive, cercano inevitabilmente altrove ciò che non riescono a trovare nella propria terra. Secondo il suo pensiero, l’Europa avrebbe dovuto intervenire sulle vere cause delle partenze, favorendo lo sviluppo economico, il lavoro, l’artigianato, il turismo e le attività produttive nei Paesi più poveri. Senza un miglioramento delle condizioni di vita, la pressione migratoria sarebbe diventata sempre più forte.

Sono trascorsi molti anni, ma quelle riflessioni mi sono rimaste impresse. Oggi, osservando ciò che accade al confine tra il Marocco e Ceuta, quelle parole appaiono ancora di grande attualità. Naturalmente ogni Stato ha il diritto e il dovere di controllare i propri confini, contrastare le organizzazioni criminali e governare gli ingressi con regole precise. Ma pensare di risolvere un fenomeno di tali dimensioni soltanto alzando muri significa intervenire sulle conseguenze senza affrontarne le cause.

Le persone non lasciano facilmente la propria casa, la famiglia, la lingua e le tradizioni. Lo fanno quando la povertà, la guerra, la mancanza di lavoro o l’assenza di prospettive diventano più forti della paura del viaggio. Noi italiani dovremmo ricordarlo meglio di altri. Per generazioni siamo emigrati in Brasile, Argentina, Stati Uniti, Australia, Francia, Germania, Belgio e Svizzera. Anche dalla Valle del Serchio sono partiti uomini e donne che cercavano altrove una possibilità di vita.

Quel viaggio con Giulio Andreotti, dalla Versiliana a Corsagna, rappresentò per me un momento importante, non soltanto per la visita ai progetti della Misericordia, ma anche per quella conversazione così ricca e profonda. Rivedendo oggi le immagini di tanti giovani ammassati alla frontiera europea, ripenso alle sue considerazioni. Non offrivano soluzioni facili, ma indicavano una strada precisa: governare le migrazioni con serietà e con regole, senza dimenticare che la soluzione più duratura consiste nel creare lavoro, sviluppo e speranza nei Paesi dai quali le persone sono costrette a partire.

Forse è proprio questa la lezione che l’Europa non è ancora riuscita a mettere pienamente in pratica.

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