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Redazione
ANNO XIVdomenica 25 Ottobre 2026
lettera

“Co-housing a San Romano, la riapertura del bando prova che il progetto non ha funzionato”

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera scritta da una cittadina, Marcella Picchi, in merito al progetto di co-housing InBorgo a San Romano in Garfagnana in cui esprime il suo punto di vista nella speranza di attivare una discussione costruttiva in merito (leggi qui la risposta dell’amministrazione comunale):

“La recente riapertura del bando per il co-housing InBorgo a San Romano in Garfagnana non è un dettaglio tecnico: è la prova che il progetto non ha funzionato come previsto.

A pochi mesi dalla prima selezione, diversi alloggi sono rimasti vuoti. Questo non accade quando un progetto risponde a un bisogno reale. Accade quando si costruisce un modello senza chiedersi se qualcuno, davvero, lo voglia abitare.

Il punto è semplice: si è partiti dagli edifici, non dalle persone. Prima si sono restaurati immobili, poi si è cercato di trovare qualcuno disposto a viverci, e solo alla fine si è provato a raccontare una comunità che, nei fatti, non esiste. Il risultato è un contenitore ben ristrutturato, ma privo di una domanda reale. Un progetto sociale che nasce da un cantiere e non da un’analisi del territorio è destinato a inciampare. Il contesto montano è stato ignorato.

La montagna non è la città, e non basta importare un modello urbano per farlo funzionare in un Comune di poche centinaia di abitanti. Qui mancano trasporti, servizi sanitari vicini, attività quotidiane, opportunità lavorative. Senza questi elementi, il cohousing non diventa comunità: diventa isolamento condiviso. E questo vale ancora di più per gli anziani, che nel progetto vengono spesso citati come potenziali beneficiari. Ma senza servizi di prossimità, senza mobilità, senza reti di supporto, un anziano rischia di trovarsi più isolato di prima.

Altro che inclusione: è una forma di reclusione territoriale non dichiarata. La società locale non è stata ascoltata. Chi vive in Garfagnana cerca vera e dignitosa autonomia, non convivenze forzate. Chi arriva da fuori ha bisogno di servizi, non solo di un alloggio economico. I giovani non si trasferiscono senza lavoro. Gli anziani non si spostano senza sicurezza. Il progetto non ha intercettato nessuno di questi bisogni. È rimasto sospeso in un limbo: troppo urbano per la montagna, troppo fragile per attrarre nuovi residenti, troppo teorico per rispondere alla realtà.

La sensazione è chiara: l’obiettivo principale è stato recuperare immobili, non costruire comunità. Il restauro è riuscito, ma la vita che dovrebbe abitarlo non è stata progettata. La riapertura del bando non è un incidente di percorso: è il segnale che un progetto sociale non può nascere da un capitolo di spesa, ma da un’analisi seria del territorio, dei suoi limiti e delle sue possibilità. Senza questo, il cohousing resta un’idea elegante sulla carta e purtroppo vuota nella realtà
”.

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