A Corsagna il Natale non arrivava all’improvviso. Lo si sentiva nell’aria molto prima, quasi tutto l’anno. Noi ragazzi lo aspettavamo senza saperlo spiegare, come si aspettano le cose importanti quando si è giovani. Sapevamo solo che stava per nascere Gesù Bambino e che, in qualche modo, quel giorno ci avrebbe trovati tutti insieme.
Dal primo dicembre iniziava il conto alla rovescia. I giorni sembravano più lunghi, le sere più fredde. Con il 14 dicembre iniziavano le novene di Natale una funzione religiosa che si svolgeva nei nove giorni precedenti alla solennità. Una tradizione profondamente radicata nella nostra comunità e tramandata da generazioni. Noi ragazzi andavamo in chiesa ogni sera, uno accanto all’altro, cantando e pregando parole che forse non capivamo fino in fondo come il canto Regem venturum Dominum, venite adoremus (“Venite adoriamo il Re, Signore che sta per venire”) ma che sentivamo nostre. Era un’attesa condivisa, semplice, vera.
Il 24 dicembre era diverso da tutti gli altri giorni. Il paese si muoveva più in fretta: gente che entrava e usciva dai negozi, borse piene, voci che si incrociavano. Le strade erano illuminate da piccole luci e sulle finestre brillavano fiammelle tremolanti. Sembrava che anche le case stessero aspettando qualcosa. Verso le otto e mezza uscivamo di casa. Il freddo ci pizzicava le mani, ma non ci importava. Andavamo alla canonica, dove Cherubina e Rita la mamma e la sorella di Don Sergio ci accoglievano come sempre, con dolci semplici e una cioccolata calda che ci scaldava più del fuoco acceso. Stavamo lì, parlando poco e ridendo piano, mentre don Sergio preparava le ultime cose per la messa.
Alle undici e mezza indossavamo la cappina bianca e nera e salivamo in coro. Gli anziani del paese erano già al loro posto, seri e composti. Noi ragazzi ci infilavamo tra loro, cercando di seguire i canti, mattutini in latino imparando strofa dopo strofa. Non eravamo perfetti, ma cantavamo con il cuore. A mezzanotte uscivamo in corteo dalla sagrestia. La chiesa era piena, stracolma di volti e di attese. Tutti avevano tirato fuori il vestito migliore: chi nuovo, chi sistemato con cura. Faceva un freddo che entrava nelle ossa, ma nessuno si muoveva.
All’inizio della Santa Messa l’indimenticabile canto della Kalenda (o Kalendae), l’antica e solenne proclamazione liturgica della nascita di Gesù.Poi arrivava il Gloria e durante il canto il celebrante tirava piano una cordicella, un gesto semplice, e si scopriva sull’altare Gesù Bambino, con le braccia aperte. In quel momento il tempo sembrava fermarsi. Era per quello che avevamo aspettato. Era per quello che eravamo lì.
I canti riempivano la chiesa, la comunione univa tutti in un silenzio profondo, e la messa si chiudeva con il canto della Pastorella cantata da grandi e piccoli insieme, mentre Don Sergio offriva al bacio l’antica statuina di Gesù Banbino. Nessuno aveva fretta di andare via.
All’uscita della Messa ci si scambiava gli auguri, con sorrisi veri e parole gentili. Poi si tornava a casa, a volte nella neve alta, a volte nel gelo più duro, ma con qualcosa dentro che scaldava più di qualsiasi cappotto.
Oggi quei natali sembrano lontani. Forse perché siamo cambiati noi, forse perché il mondo corre troppo. Il Natale è diventato rumore, consumo, vetrina. Allora era silenzio, attesa, fede.
Ed è proprio per questo che, quando ci penso, so che quel Natale lì non se n’è mai andato davvero.
borgo a mozzano
Corsagna, quel Natale che sapeva di attesa
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Mediavalle
