back to top
Pubblicità
Redazione
ANNO XIVmercoledì 4 Novembre 2026
reportage

Cosa resta dopo Santiago? Il Cammino continua ogni giorno: Ultreia et Suseia!

Sono tornata a casa ormai da una settimana e ho avuto il tempo di elaborare tutti quei pensieri che, un passo dopo l’altro, avevano cominciato a prendere forma dentro di me. Cinque giorni trascorsi a camminare, ma soprattutto cinque giorni a spasso con me stessa, lontana da quella quotidianità che spesso ci assorbe al punto da farci dimenticare quanto sia importante fermarsi e ascoltarsi.

Ricordo che già dopo la prima mezz’ora di Cammino le preoccupazioni, il lavoro, gli impegni e la routine avevano cominciato lentamente ad abbandonare la mia mente, lasciando spazio a pensieri molto più semplici e concreti. A un certo punto le mie preoccupazioni si erano ridotte quasi esclusivamente ai bisogni primari: camminare, capire quando fosse il momento di fermarsi, accelerare, trovare qualcosa da mangiare, scegliere dove dormire e, soprattutto, riuscire a raggiungere la meta tenendo di conto di ciò che ti fa male.

Una vera e propria riconnessione con il corpo e con la mente, che mi ha permesso di tornare ad ascoltare necessità alle quali, nella vita di tutti i giorni, non sempre presto la dovuta attenzione.

Ma tutto questo non sarebbe potuto accadere anche a casa?

Credo di no, almeno non nello stesso modo. Perché a casa ci sono le distrazioni, gli impegni, le abitudini e tutto ciò che conosciamo così bene da vivere quasi automaticamente. Sul Cammino, invece, esci dalla tua realtà quotidiana e ti ritrovi in un contesto completamente diverso, nel quale anche le cose più semplici assumono un valore nuovo.

Certo, il calore delle persone incontrate e l’accoglienza riservata ai pellegrini contribuiscono a creare un ambiente capace di farti sentire coccolato anche attraverso l’essenziale. Ma poi ci sei tu, con uno zaino sulle spalle, una meta da raggiungere e le tue sole forze per farlo. Impari ad avere fiducia nelle tue gambe, nella capacità di affrontare la fatica e, in definitiva, in te stesso.

Ultreia et suseia! Più avanti e più in alto.

Poi, inevitabilmente, arriva il ritorno alla realtà.

Dai sorrisi e dai continui “Buen Camino!” degli sconosciuti si torna ai “Buongiorno!” seguiti da risposte come “Non è un buongiorno!” oppure: “Caffè? Amaro, come la vita!”. “Bentornata, Giulia!” mi dico, stringendo i miei braccialetti presi durante il Cammino. Li uso per riportarmi lì, nei miei passi, per quanto possibile.

Un bel contrasto con l’atmosfera alla quale mi ero abituata, quasi uno schiaffo che vorrebbe rimbalzarti immediatamente dentro gli automatismi della quotidianità.

Ed è proprio qui, secondo me, che comincia la parte più difficile e forse più importante del Cammino: riuscire a conservare ciò che hai imparato anche quando tutto intorno a te torna a essere esattamente come prima.

Perché, cosa ho imparato davvero?

Innanzitutto, che non sempre possiamo scegliere ciò che incontreremo lungo la strada, né possiamo pretendere che tutto vada secondo i nostri programmi. Possiamo però scegliere come affrontare gli imprevisti, come reagire alle difficoltà e quanto spazio concedere a ciò che non ci appartiene.

Ho capito quanto sia importante rimanere fedeli a se stessi, senza permettere che siano sempre le circostanze a decidere il nostro stato d’animo. Non significa essere costantemente felici o non lasciarsi mai toccare dalle difficoltà, ma imparare a riconoscere ciò che ci fa bene e ciò che, invece, rischia di portarci lontano da noi stessi. Questo è particolarmente difficile, lo riconosco.

E poi c’è un’altra cosa, forse quella che mi è rimasta più a cuore: il calore, e oserei dire perfino l’amore, ricevuto dalle persone.

Non soltanto dai compagni con cui abbiamo condiviso chilometri, pasti, risate e fatica, ma anche da perfetti sconosciuti. Un sorriso, una parola di incoraggiamento, qualcuno che si ferma per indicarti la strada, una bambina che lascia una conchiglia dipinta per i pellegrini o una signora che si prende cura di un ragazzo con il ginocchio dolorante.

Gesti semplici, che non chiedono niente in cambio e che, proprio per questo, assumono un valore enorme.

E la cosa più bella è che ho cominciato a ritrovare qualcosa di tutto questo anche una volta tornata a casa.

Mi è capitato, per esempio, che alcune persone che non conoscevo mi salutassero spontaneamente con un “Buongiorno!”, semplicemente perché, senza nemmeno accorgermene, stavo sorridendo loro. Un gesto che prima, probabilmente troppo concentrata sui miei pensieri e sulle cose da portare a termine durante la giornata, non facevo così spesso.

Mi sono allora chiesta quante volte siamo noi stessi, senza rendercene conto, a non lasciare spazio a quella gentilezza che tanto desideriamo ricevere dagli altri.

Forse non serve trovarsi a centinaia di chilometri da casa per incontrarla. Forse, qualche volta, basta essere i primi a offrirla.

Non voglio raccontarvi che da oggi cambierà tutto, che sarò sempre positiva o che riuscirò a conservare intatte tutte le emozioni provate durante questi giorni. Sarebbe poco realistico, perché la vita quotidiana continuerà ad avere le sue difficoltà e anch’io tornerò inevitabilmente a perdermi, qualche volta, tra pensieri, preoccupazioni e giornate storte.

Quello che mi auguro, però, è di non dimenticare come mi sono sentita lungo quella strada e di riuscire a ritrovare, anche nelle giornate più ordinarie, almeno una parte di quella serenità.

Per questo oggi mi sento di dire che Santiago non è la fine, ma l’inizio. Il Cammino non finisce davvero davanti alla Cattedrale, né quando si torna a casa e si ripone lo zaino nell’armadio. Continua ogni giorno, nel modo in cui scegliamo di affrontare le difficoltà, nelle persone alle quali decidiamo di sorridere, nella curiosità con cui guardiamo il mondo e nella fiducia che riusciamo a conservare.

Auguro a tutti, almeno una volta nella vita, di concedersi il tempo e l’opportunità di vivere un’esperienza del genere. Perché ci sono sensazioni difficili da spiegare a chi non le ha provate e che, probabilmente, si possono comprendere davvero soltanto mettendosi in cammino.

Una cosa, però, adesso la so: sono stata una peregrina e, in qualche modo, continuerò a esserlo anche adesso che sono tornata a casa.

Auguro a me stessa, ma anche a tutti voi, di conservare la curiosità di un pellegrino, la sua audacia e, soprattutto, la sua fede. Una fede che non deve necessariamente avere soltanto un significato religioso, ma che può essere anche fiducia: nelle proprie possibilità, nella forza di andare avanti quando la strada si fa difficile e nel mondo che ci circonda.

Fiducia nella gentilezza, nella cura, nelle persone.

Il mondo non è sempre roseo, e sarebbe ingenuo pensare il contrario. Ma forse, guardandolo con gli occhi di un’anima pellegrina, possiamo renderne almeno un piccolo pezzo più bello.

E allora, anche adesso che sono tornata a casa, non posso che augurare a me stessa e a tutti voi:

Ultreia et suseia!
Più avanti e più in alto.

Dalla homepage

Ultimi articoli in Tradizione e identità