“A cosa servono i palloni incastrati sotto le marmitte? A ricordare quando fuori si giocava fra le 127” così cantava Samuele Bersani, più di vent’anni fa, come parlando già di un tempo lontano.
Poi sono arrivati i soldi, lo scandalo di “calciopoli”, gli sceicchi arabi e la patina romantica che avvolgeva questo sport è stata definitivamente spazzata via dalla logica cinica del professionismo. “Paolo Rossi era un ragazzo come noi” intonava Venditti. Quanti, oggi, potrebbero dire lo stesso di Messi o Ronaldo?
“El fùtbol” (produzione Foxtrot Golf), lo spettacolo messo in scena di ieri sera dal bravissimo Ettore Bassi, è la cronistoria appassionata di un amaro declino. O, se si vuole, il racconto amarcord dei bei tempi andati. Quelli leggendari, di miti come Pelè e Garrincha, ragazzi di strada – o di vita, come scriveva Pasolini.
La stagione di prosa 2025-26 al Teatro “Alberto Bambi” di Coreglia Antelminelli non poteva iniziare meglio: sala gremita al debutto e tanti applausi. Chi si è emozionato a rivivere i ricordi di un calcio “pulito” e “povero”, nutrito unicamente dalla passione dei suoi protagonisti, perlopiù portabandiera di un club e di una nazione come oggi non esistono più (o quasi); chi si è divertito a riavvolgere la pellicola per rivedere palleggiare sul campo, a scarpe slacciate e sulle note di “Life is Life“, el pibe de oro; chi si è abbandonato allo sconforto di un mondo perduto.
Ettore Bassi ha dimostrato le sue eccezionali doti di performer spendendosi in un monologo che lo ha visto indossare i panni dell’eterno tifoso: quello che attraversa le epoche e che, come un corridore in pista, consegna il testimone al suo successore nella misteriosa staffetta della vita. L’attore si veste (e disveste), canta, balla, gioca. Sul palco si diverte. È evidente. Cambia accento, casacca. Urla, ride, piange. Esulta.
Il calcio come metafora della vita. Il calcio come rito, come ultima “rappresentazione sacra” citando ancora Pasolini. Una palla che corre, su una terra che gira. E i giocatori “guiti che si pavoneggiano per un’ora sul palco e poi scompaiono per sempre” come scriveva il bardo dell’Avon.
Ottima la regia di Francesco Branchetti. Un po’ confusionaria la scenografia. Buono l’utilizzo di musiche e luci. Il set ricorda, da una parte, lo spogliatoio di uno stadio di provincia; dall’altra, l’osteria di un quartiere latino; e poi la favelas brasiliana, con le maglie di Maradona e O Rei a sventolare sugli appendi abiti; quindi l’ufficio di un cronista che, con la sua Olivetti, batte a macchina il pezzo da inviare in redazione.
Due chitarristi, sul palco, scandiscono il ritmo della narrazione a suon di sudamerica. Sono Gianvito Pulzone e Oscar Bellomo. Le note colorano di magia le azioni riportate, con enfasi, dagli speaker della radio. Calcio immaginato, quello prima della tv. Calcio, vissuto come il racconto di un’antica fiaba attorno al quale fantasticare.
In apertura l’assessore alle politiche culturali del comune di Coreglia, Lara Baldacci, e il sindaco Marco Remaschi hanno voluto portare il loro saluto sottolineando il valore del teatro come luogo di aggregazione e spazio vitale per la comunità e ringraziando la Fondazione Toscana Spettacolo per la collaborazione portata avanti in questi anni.
La stagione, quest’anno, sarà intensa ma inevitabilmente breve: altri due grandi spettacoli in cartellone, entro dicembre, poi, con gennaio, partiranno i lavori di ristrutturazione del teatro: un investimento importante, che trasformerà questa struttura in un piccolo gioiello all’altezza del meraviglioso borgo che lo ospita.
Insomma, se il fùtbol è davvero una metafora della vita, quello di ieri sera è stato il calcio di inizio di un campionato promettente.
Foto di Nicola Tognetti
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“El fùtbol”, quando il calcio era una fiesta: Ettore Bassi lancia la stagione al Teatro ‘Bambi’
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