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Redazione
ANNO XIVdomenica 27 Settembre 2026
kibaya

Ero un’immigrata (e nemmeno lo sapevo)

Quando nel 2008 partivo dal Burkina Faso per l’Italia, pensavo a un viaggio: cioè una data di partenza che, sicuramente, avrebbe avuto un corrispondente giorno di ritorno.

Un viaggio come lo vediamo tutti i giorni attraverso i suoni e i rumori dei treni, dei pullman, delle automobili e, guardando nel cielo, degli aeri che tracciano le scie di nuvole lunghe e strette.

Gli anni del dottorato previsti erano tre. Sarei dovuta rientrare nel 2011, quindi. Strada facendo, il percorso accademico si è prolungato per un’altra borsa di studio di pochi mesi in Francia, a “L’Ecole Normale di Lyon”, che mi accoglieva per un’altra opportunità. Si dice che una cosa tiri l’altra. Ebbene.

Sono sempre stata una persona che ha viaggiato per un motivo preciso. Ho preso aerei e treni che mi hanno portato in giro per l’Europa – Francia, Svizzera, Austria, Germania – come viaggiatrice che si mescola a tanti altri, nonostante il fatto di essere diversa da tutti o dalla maggioranza; ma comunque passeggera, studentessa come tante altre: con tempi di inizio e fine studio.

Passati gli anni, mi sono accorta che non ero più una viaggiatrice. Ma una cittadina. Sono stata chiamata “immigrata”. Non mi sono nemmeno accorta quando lo sono diventata fino a quando non mi sono messa a pensare a me e alla mia storia; e, soprattutto, a sentire chi parlava di una categoria alla quale appartenevo ormai anch’io. Allora ho capito che, pur rimanendo lo stesso individuo, non ero più me stessa. Quanto è facile vivere mille cose senza nemmeno rendersene conto!

Mi accorgo ora che, quando lasci un paese per un altro – soprattutto di tua scelta, cioè per un motivo che può essere lo studio (come nel mio caso), un’opportunità lavorativa, l’amore, etc. – il passaggio fra l’essere un “viaggiatore” e il diventare un “immigrato” avviene in varie fasi.

Prima viene la gioia di aver raggiunto un traguardo, una possibilità di vivere qualcosa di nuovo in un ambiente inedito. In questa fase, tutto viene accettato: il cibo è una curiosità da saggiare. Viene spontaneo provare tutto. Ci saranno dei gusti che si apprezzano subito ed altri troppo forti o non molto gradevoli. Sembra che si tratti di una questione di tempo. “Mi abituerò” dici. Il modo di fare che osservi nel posto o è scioccante – e, anche in questo caso – è solo una questione di tempo -, o è subito apprezzato e, addirittura, ti imponi di fare lo stesso.

Per chi ha fede, anche credere è un rituale ch deve essere adattato al luogo. Essendo cattolica, sempre convinta che Roma sia la capitale del cattolicesimo, mi sembrava ovvio trovare lo stesso modo di pregare e di seguire la messa, con gli stessi tempi. Invece no! Ho scoperto che la celebrazione eucaristica inizia spesso intorno alle 11, la domenica, e intorno alle 18, i giorni feriali, e a seconda delle stagioni; mentre l’ultima messa in Burkina Faso, la domenica, inizia alle 9 e i giorni feriali la mattina presto, alle 5.45. La liturgia si fa senza canti in Italia, in varie chiese, e dura una quarantina di minuti; mentre dura minimo 1 ora e 30 in Burkina ed è inimmaginabile che sia celebrata senza canti.

Tutto questo viene liquidato come un aspetto di cui ci si abitua e, quando sei un viaggiatore con un tempo determinato per ritornare al paese da cui provieni, anche come un “non problema” o qualcosa, comunque, di passeggero.

Passando questa prima fase, quando ti rendi conto che sei diventata una “immigrata”, cominci a capire che non puoi abituarti a tutto. Gli sguardi e gli atteggiamenti di chi ti considera “straniero”, che in un primo momento sopportavi, diventano pesanti. Il cibo che non ti piace, può anche essere scartato; la messa può farti nascere una nostalgia di domeniche passate altrove, in piccole chiese, con un cerchione come campana. I ricordi riaffiorano spesso, in quasi tutte le occasioni, e, a volte, ti sconvolgono; ma nessuno lo sa. Qualche volta basta una piccola cosa per far rievocare memorie anche molto lontane. Cominci ad essere fisicamente presente in un luogo, ma mentalmente altrove. In questa fase, tutto può succedere.

Alcuni si ritrovano fuori posto, soprattutto se vivono in ambienti discriminatori e razzisti, o se molte speranze di ambientarsi e di costruirsi un futuro si spezzano per vari motivi, se la macchina burocratica rallenta o cancella i sogni. Se il tuo essere di provenienza diversa, anziché essere una forza, diventa un peso. Quando ti rendi conto che la tua persona e la tua umanità dipendono da un foglio che deve decidere per te. In questo momento, capisci il potere enorme dei confini che distruggono vite. Sei dentro un paese circondato da confini e separato così da altri, ma allo stesso momento non viene considerato parte di chi sta dentro dalla nascita o soprattutto dalla nascita dei propri genitori o nonni. Diventare uno di “loro”, mentre vorresti fare parte di un “noi” crea delle ferite. Alcuni crollano psicologicamente, perché si sentono persi. Non sono pochi coloro che, in questa fase, sono finiti in certi vizi che, per la loro natura, diventano parte dell’illusione che generano: non pensarsi per poter reggere la solitudine e lo smarrimento. Si chiudono in se stessi, perché incapaci di trovare la propria identità.

Altri, invece, diventano un po’ aggressivi perché vivono sulla difensiva. Sanno che non saranno mai considerati parte del posto dove vivono e, allora, sviluppano l’atteggiamento di chi difende le proprie origini, diventate, nel frattempo, ricordi; e l’unica cosa che li fa sentire parte di un gruppo. Cercano la compagnia di chi conoscono o ha conosciuto i posti da dove provengono. Stanno con chi parla la stessa lingua di origine e chi mangia quello che hanno mangiato anche loro; e provano una profonda nostalgia. Rischiano di diventare estremisti, perché ormai vogliono difendere quello che gli appartiene che, però, non viene riconosciuto dove vive fisicamente. Quando denigriamo la fede, la cultura o un paese degli altri rischiamo di trasformare tante persone in ribelli, difensori di qualcosa o di una parte della loro personalità.

Questa fase può anche farne nascere una terza: la nascita dell’attivismo.

Si tratta di una decisione che scaturisce da una consapevolezza: preso atto che, comunque, non si può più tornare indietro e che, oramai il tuo posto lo si deve trovare nel paese di accoglienza, si decide di lottare per i propri diritti e per quelli di tutti. Si tratta di una specie di appropriazione del territorio in cui si vive. Nemmeno ci si rende conto di essere un'”attivista” finché – anche in questo caso – non sono gli altri a chiamarti tale.

Dopo un certo numero di anni, vissuti in un paese, non è possibile continuare a essere “straniero”. Nessuno è mai straniero per sempre e, quando non lo si è più, rifiuti di essere considerato tale. Bisogna diventare cittadini a pieno titolo e questo comporta avere gli stessi diritti e gli stessi doveri del posto dove si è scelto di vivere.

Io, ad esempio, non posso più tornare a vivere in Burkina Faso, non perché non voglio o perché qualcuno me lo vieta; ma, semplicemente, perché non ritroverò le stesse cose e le stesse persone che ho conosciuto prima di partire nel 2008. Dopo dieci anni, ci sono tornata (nel 2023) e mi sono sentita stranamente “straniera”: non era più lo stesso paese della mia infanzia e gioventù. Non riconoscevo le strade, dovevo chiedere di essere accompagnata per il saluto ai parenti perché quasi tutto era cambiato; pure il clima mi sembrava cambiato. Tutti i miei amici non sono più in Burkina o, comunque, non abitano più negli stessi quartieri dove vivevano al tempo. I visi che conoscevo sono cambiati e, ai miei occhi, tantissimo. I capelli bianchi e le rughe che non avevo visto quando vivevo con loro, mi sono sembrate poco normali, nonostante sappia che si tratta di un processo naturale. Avevo in mente altre teste. Non ho riconosciuto i miei nipoti e cugini. Alcuni li vedevo per la prima volta. I negozi erano diversi. All’aeroporto i controlli erano differenti; c’era, addirittura, uno schermo che indicava gli orari di partenza e le destinazioni. Come in Italia.

Se dovessi tornare a vivere in Burkina Faso, sicuramente mi mancherebbe l’Italia che, ormai, fa parte di me; come mi manca il Burkina Faso adesso che vivo in Italia. Sono una persona ormai sospesa fra due paesi e due continenti. E con due identità distinte. Quando sono in Italia sono italiana e quando sono in Burkina Faso sono burkinabè. Dovunque vivrò, ormai, avrei dei ricordi italo-burkinabè; farei dei paragoni di ogni esperienza da italo-burkinabè. I miei sogni sono un misto di Italia e Burkina Faso.

La migrazione cambia ambienti, vedute, vite, persone. Succede di vivere i lutti e gli eventi gioiosi a distanza e in solitudine. Perfino il modo di parlare cambia. Ormai le mie lingue di origine sono mescolate con parole italiane e mi succede anche di non trovare spontaneamente la parola nelle lingue di origine, perché ne ho una italiana in testa. Succede di gestire le lacrime senza spalla dove appoggiare la testa e comunque uscire e sorridere a tutti nel posto dove vivo, con il cuore a pezzi. Rifiuto, ormai, di essere chiamata burkinabè o soltanto italiana. Sono italo-burkinabè. Non è mai una pacchia! 

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