La violenza di genere è un problema culturale. Nasce da ciò che la società trasmette: ruoli, silenzi, stereotipi, mancanza di empatia. Per cambiarla davvero occorre partire da chi la società la costruirà domani: i ragazzi. Ecco perché le scuole, con il loro lavoro quotidiano sul rispetto, diventano il cuore della prevenzione. La fiaccolata del 7 dicembre a Gallicano lo ha dimostrato con forza, trasformando il ricordo in un impegno concreto.
Quest’anno, grazie alla partecipazione e al sostegno delle scuole medie di Gallicano, dell’Isi Barga, dell’Isi Castelnuovo, degli impianti sportivi e a Coldiretti donna impresa – che ha donato splendide stelle di Natale attraverso le volontarie del Centro antiviolenza Non ti scordarle di te – la comunità si è stretta attorno al ricordo di Vanessa con una presenza viva, giovane e consapevole.
Ad aprire la serata è stata Silvia Simonini, in rappresentanza del comune di Gallicano, che ha portato i saluti delle istituzioni presenti – Raffaella Mariani per l’unione dei comuni, Pietro Onesti per la provincia e Vittorio Salotti per la regione, ricordando la luce che da sedici anni la comunità cerca di mantenere accesa su ciò che è accaduto. Una luce che oggi si alimenta soprattutto attraverso la scuola: “I docenti insegnano ogni giorno il rispetto, anche quello per i “no”, passando dall’empatia. Sono sicura che i ragazzi sapranno affrontare questo fenomeno tremendo meglio di quanto abbiamo fatto noi” afferma Simonini.
E proprio i ragazzi sono stati protagonisti della serata. La dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo di Gallicano Rosa Cinque ha sottolineato come la fiaccolata sia un momento “doveroso e necessario”, ribadendo che il no alla violenza passa da un lavoro quotidiano sull’educazione alla pari e sulla vigilanza verso ogni forma di mancanza di rispetto.
Poi la parola è andata a una docente delle scuole medie, che ha raccontato il progetto realizzato dagli studenti: “Ogni anno riflettono sul tema, ma quest’anno hanno voluto parlare con un linguaggio particolare, il loro.” È nato così un cortometraggio costruito con interviste a docenti, cittadini, farmacisti, baristi e con approfondimenti su panchina rossa, disparità di genere, rispetto che si impara anche attraverso il gioco. Il tutto accompagnato da un emozionante flashmob sulle note della canzone “Vietato Morire” di Ermal Meta, e dal podcast “Alza la voce”, in cui quattro studentesse si sono rivelate alla fine, rappresentando simbolicamente Giulia Cecchettin, Clara Ceccarelli, Pamela Genini e Vanessa Simonini. Una sensibilità che ha toccato tutto il pubblico presente.
Il coinvolgimento è proseguito con il contributo dell’Isi Barga: un video intenso, dove ogni parola comparsa sullo schermo diventava un frammento di dolore e verità, fino al grido collettivo “Adesso basta”. Le classi – dalla seconda alla quinta – hanno poi letto riflessioni sulla violenza fisica, psicologica, culturale e sociale. Come ha spiegato la docente Lucia Lucchesi, si è trattato del pensiero reale degli studenti: “Vorrei sottolineare che i ragazzi non sono stati imboccati. Alla domanda: cosa vorreste dire per dire “no alla violenza”? Questo è il risultato delle loro ricerche”.
Uno dei momenti più toccanti della serata è stato quello dedicato alla mamma di Vanessa, che ha ringraziato tutti – studenti, insegnanti, istituzioni, Centro antiviolenza – e, visibilmente commossa, ha letto una lettera alla figlia: “(…) Ho cercato di proteggerti dalle insidie del mondo, ma non è servito. Grazie per l’immensa gioia che mi hai regalato. Scriverò e parlerò di te affinché il ricordo rimanga vivo nel cuore di tutti: solo così non morirai mai”.
La chiusura è stata affidata a Maria Stella Adami, presidente del Centro antiviolenza Non ti scordar di te, che ha riportato la comunità alle origini di questo percorso: “Il 7 dicembre 2009 siamo nate senza saperlo. Da allora abbiamo ascoltato storie, condiviso dolori, accompagnato donne nella speranza di un cambiamento”. Ha parlato con forza anche di vittimizzazione secondaria, quella violenza che si aggiunge alla violenza quando la donna, in tribunale, viene esposta, giudicata, ferita una seconda volta nella freddezza delle aule. Ha ricordato episodi che mostrano quanto ancora ci sia da fare – come le liste dello stupro comparse recentemente nei bagni delle scuole – e ha lanciato un appello ai giovani: “Guardarvi ci dà speranza. Non lasciateci sole. Aiutateci a prevenire i fallimenti della società”.
La violenza di genere è una ferita sociale che si origina nella cultura. Punire non basta, e in aggiunta, a volte la giustizia non fa il suo corso, tutt’altro: lascia un amaro in bocca difficile da spazzare via. Per questo bisogna trasformare. E per trasformare bisogna educare, ascoltare e creare coscienza. Le iniziative portate avanti dalle scuole dimostrano che il cambiamento è possibile: che esiste una generazione capace di empatia, di responsabilità, di coraggio.
Il 7 dicembre non è stato solo un ricordo: è stato un investimento sul futuro, un modo per spezzare la violenza partendo proprio da chi può costruire un domani diverso.
Foto di Nicola Tognetti















