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Redazione
ANNO XIVdomenica 1 Novembre 2026
reportage

Finisterre, il Cammino di Santiago ci ha portati alla fine del mondo

Giorno 6 – Finisterre

E così, il nostro Cammino verso Santiago è finito. Ma il viaggio, ancora una volta, no.

Abbiamo ancora un giorno (e mezzo) a disposizione e decidiamo di dedicarlo a una meta che, secondo me, vale davvero la pena non saltare: Finisterre, o Fisterra in galiziano, quella che per secoli è stata considerata la “fine del mondo”.

Alessia e Davide sono partiti presto la mattina per affrontare a piedi altri 120 chilometri circa. Noi, con l’aereo previsto per il giorno successivo, non abbiamo abbastanza tempo per intraprendere una nuova avventura del genere, ma non vogliamo comunque rinunciare a raggiungere simbolicamente la fine della terra.

Da Santiago arrivare a Finisterre è piuttosto semplice: partono diversi pullman durante la giornata e il viaggio può durare poco più di un’ora oppure oltre due, a seconda delle fermate previste. Noi decidiamo di concederci finalmente qualche ora di sonno in più e prendiamo quello delle 10.

Attraversiamo alcuni centri abitati e, dopo un po’, dal finestrino cominciano ad apparire scorci meravigliosi sull’oceano. Per un tratto lo costeggiamo quasi continuamente e poi finalmente arriviamo. Fisterra.

Scendiamo affamati e ci dirigiamo verso il primo bar-ristorante che incontriamo. Qui conosciamo un ragazzo italiano, veneziano, che lavora nel locale e che ci racconta una storia che ormai non mi stupisce nemmeno più tanto, perché sembra perfettamente in linea con ciò che il Cammino riesce a fare alle persone.

Dopo aver affrontato il suo primo Cammino in tenda e con il cane al seguito, si è innamorato di questi luoghi e non è più tornato a vivere a casa. Ha deciso di fermarsi qui, trovare un lavoro e costruirsi una nuova vita. Come dargli torto.

Mangiamo un bocadillo de chorizo, pane con chorizo, e qui devo necessariamente aprire una parentesi sul pane galiziano, del quale in questi giorni mi sono innamorata. Dal bar più semplice al ristorante, ho trovato sempre lo stesso tipo di pane: croccante all’esterno, morbido dentro, con una bella alveolatura e una consistenza che crea dipendenza. Una menzione speciale, per quanto mi riguarda, se la merita davvero.

Dopo pranzo ordino anche quello che ormai è diventato il mio solito cortado, il caffè macchiato che mi ha accompagnata per buona parte del viaggio, e poi ci rimettiamo in cammino.

Il faro dista poco più di tre chilometri e decidiamo naturalmente di raggiungerlo a piedi.

La strada corre quasi interamente accanto all’oceano ed è una meraviglia. Lungo il percorso ritroviamo anche loro, i totem che per giorni ci hanno accompagnato sul Cammino: prima due chilometri, poi uno, finché finalmente arriviamo davanti a quello più atteso.
Km 0.

Quello davanti al quale capisci che, questa volta, sei davvero arrivato. Lo accarezzo.
Può sembrare strano affezionarsi a un pezzo di pietra, ma dopo giorni di Cammino quei totem erano diventati molto più di semplici indicazioni. Erano il nostro punto di riferimento, quelli che ci dicevano sempre dove andare e quanti chilometri mancavano, presenze silenziose ma costanti che, curva dopo curva, ci avevano accompagnato fino a Santiago.

Davanti a quel km 0 ho sentito una gratitudine sincera e quasi difficile da spiegare.

Poi raggiungiamo il faro e lì capisci davvero perché questo luogo sia stato chiamato Finisterre, la fine della terra. Davanti a te c’è soltanto l’oceano, così grande da sembrare infinito; non vedi niente oltre l’acqua e, per un attimo, è facile immaginare come potesse apparire questo posto secoli fa, quando davvero si pensava che oltre quell’orizzonte non ci fosse più nulla.

Ed è proprio qui che assistiamo ad altre due immagini che probabilmente porterò con me a lungo.

Vediamo arrivare una ragazza con lo zaino sulle spalle. Basta guardarla per capire che è arrivata fin lì camminando. Si ferma a un paio di metri dal totem del km 0 e comincia a piangere in silenzio. Non dice niente, ma la sua espressione sembra gridare una cosa sola: “Ce l’ho fatta”. Per qualche secondo rimane lì, quasi senza riuscire ad avvicinarsi, contemplando il punto di arrivo da lontano. Poi fa qualche passo e finalmente lo tocca.

Poco dopo incontro un ragazzo. Ha lo sguardo soddisfatto, ma anche profondamente commosso. Mi guarda e mi dice: “Ho fatto questo Cammino per mio papà, che non c’è più. Adesso sono arrivato”. Poi scoppia a piangere. Lo abbraccio. Mi racconta anche che, appena arrivato in Spagna, gli avevano rubato il bancomat e che nei primi giorni era stato costretto ad affrontare il Cammino praticamente senza soldi, arrangiandosi come poteva finché non era riuscito a risolvere la situazione. Eppure era lì. Era arrivato.

Io e Tommaso rimaniamo ancora un po’ a goderci Finisterre e l’oceano, poi prendiamo il pullman e torniamo verso Santiago.

La nostra ultima serata è decisamente meno solenne, ma forse proprio per questo perfetta. Compriamo un kebab all’angolo e ceniamo in ostello, dove conosciamo altre persone, italiane e non, con cui scambiamo qualche chiacchiera.

A un certo punto compare anche una chitarra e un signore comincia a cantare alcune canzoni italiane. Nel giro di poco ci ritroviamo noi, l’oste e qualche altro ospite a cantare insieme parole più o meno corrette delle canzoni di Umberto Tozzi.

Una conclusione semplice, improvvisata e allegra per una giornata che, ancora una volta, ci aveva regalato molto più di quanto ci aspettassimo.

Poi arriva il momento di andare a dormire. Perché il giorno successivo, alle 7:30 del mattino, ci aspetta la Messa del Pellegrino nella Cattedrale di Santiago.

Ed è lì che, almeno per me, tutto deve ancora compiersi.

Sono partita pensando a quell’abbraccio a San Giacomo e, dopo chilometri, vesciche, persone incontrate, salite, risate e lacrime, manca ancora proprio quello.

Finisterre ci ha portati alla fine del mondo. Ma noi non abbiamo ancora finito: dobbiamo ancora viverci il nostro ultimo giorno di viaggio, quello dentro alla Cattedrale.

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