C’è un filo invisibile e potentissimo che lega il palcoscenico alla cattedra. A esplorarlo con lucidità e coraggio è Giacomo Giustizieri, attore poliedrico e insegnante di scuola media.
Con una solida esperienza nella recitazione e una forte empatia maturata giorno dopo giorno sul campo, Giustizieri si è cimentato in una convincente lettura teatrale durante lo spettacolo “L’Adunata – Monologhi tra Terra e Spirito” a Ghivizzano (leggi qui) ideato da Salvatore Liggeri.
Per lui è stata un’occasione ghiotta per stigmatizzare in un monologo, profondo e acuto, la realtà complessa – e, a tratti, dolorosa – del mondo scolastico odierno, denunciandone senza filtri le sue criticità.
Come è evoluta la sua arte nel corso degli anni?
“Dall’accademia a oggi ho esplorato vari registri e formati, dal teatrale al cinematografico, partecipando a serie televisive, lungometraggi italiani e stranieri (Rai, Netflix), a corti. Dal drammatico al comico, passando dal tragicomico con la scuola di Ubaldo Pantani. Attualmente mi divido tra alcune compagnie teatrali della provincia di Lucca. Il bello di questa arte è che cambi ruoli, personaggi, puoi essere chi vuoi, come vuoi, dire quello che vuoi, cambiando costumi ma non avendo maschere”.
Cosa le ha lasciato questa nuova avventura teatrale?
“Per la prima volta, in questa avventura con Salvatore, ho affrontato il mio lavoro di docente e il mio pensiero sul percorso educativo dei ragazzi oggi. Questa esperienza mi ha lasciato la consapevolezza che i giovani sono fragili, ma che tutti insieme possiamo proteggerli e aiutarli”.
Sul palco ha portato la sua esperienza di docente di scuola media – un osservatorio privilegiato. Quanto c’è del “Giacomo insegnante” nel “Giacomo attore”?
“Potrei quasi invertire l’ordine degli addendi: quanto Giacomo attore c’è nel Giacomo insegnante? Io uso molto “la teatralità” in classe perché permette di entrare più in empatia con i ragazzi e al tempo stesso è disciplina, visione e rispetto del prossimo, del vicino. È vedere e accogliere le diversità”.
In che modo calcare le tavole del palcoscenico la aiuta a elaborare o denunciare le criticità del mondo scolastico odierno?
“Sicuramente la recitazione mi dà ossigeno, nell’apnea del quotidiano dove maschera e corazza, sono il kit di sopravvivenza”.
Lavorare ogni giorno a stretto contatto con i più giovani quanto influenza il suo modo di guardare al futuro?
“Mi impaurisce un po’. Come detto nel mio monologo, vedo i ragazzi un po’ fragili, non pronti all’insuccesso e poco curiosi delle cose. Molti, non essendo in grado di gestire gli insuccessi, reagiscono con atteggiamenti che sfociano nell’aggressività e nella prepotenza”.
Lei insegna a bambini di prima media, una fascia d’età delicata di passaggio. Qual è la distanza più grande che nota tra la scuola “che dovrebbe essere” e quella “che è in realtà”?
“La distanza più grande è forse quella che è stata azzerata. Penso che si sia perso un po’ il confine tra docenti e famiglie, di conseguenza il rispetto dei ruoli e degli spazi”.
Qual è il messaggio o la riflessione che vorrebbe ogni spettatore portasse a casa dopo aver sentito il suo monologo?
“Vorrei che potesse nascere la riflessione per cui tenere un figlio sotto una campana di vetro, con la scusa di proteggere, crea in realtà persone molto più fragili. Sbagliare non piace a nessuno, ma insegna e fortifica, serve a educare, stimolare e crescere”.