Uno spettacolo davvero interessante e ben costruito. Con la musica giusta, capace di scuotere le coscienze e di far pensare.
È andato in scena ieri sera, al Teatro Alfieri di Castelnuovo di Garfagnana, la conferenza-spettacolo “La Lettera ai Giudici raccontata da un Giudice” presentato dalla Fondazione Don Lorenzo Milani, di e con Beniamino Deidda, con letture di Daniela Morozzi e musiche dal vivo di Giuseppe Scarpato. Tra il pubblico, l’arcivescovo di Lucca monsignor Paolo Giulietti, il sindaco del comune di Castelnuovo di Garfagnana Andrea Tagliasacchi, la presidente dell’Unione Comuni Garfagnana Raffaella Mariani.
L’evento è stato proposto dalla Fondazione Don Lorenzo Milani, dall’Arcidiocesi di Lucca, dalla Commissione Giustizia e Pace della Diocesi di Lucca, dalla Città di Castelnuovo e dalla stessa Unione Comuni Garfagnana. Una rappresentazione nata lo scorso anno, per commemorare i 60 anni della “Lettera ai Cappellani Militari” scritta da don Milani nel 1965.
Il primo a salire sul palco è stato il professor Luigi Lippi che, dopo una breve introduzione alla serata, ha presentato il presidente della Fondazione Agostino Burberi, parlandone come di un grande conoscitore di Don Milani: era uno dei suoi chierichetti nella parrocchia a Barbiana, il piccolo paese nel comune di Vicchio (FI), dove Don Milani faceva il parroco e il maestro elementare.
Burberi ha proseguito il lavoro di Don Milani. Sul palco dell’Alfieri, ha introdotto l’autore e protagonista della serata, il giudice Beniamino Deidda, e ha raccontato della decisione di proporre questo allestimento a Castelnuovo: “Abbiamo promosso questa iniziativa – ha esordito – per rispondere, con il pensiero del nostro maestro, a delle distorsioni che, in questo territorio, erano state fatte. Ci è sembrato giusto, invece di fare stupide polemiche, far sentire le parole e gli insegnamenti di Don Milani. Parleremo del discorso sull’obiezione di coscienza che, in realtà, è una lezione sulla coscienza”.
Lo spettacolo ha la colonna sonora di Giuseppe Scarpato, che ha accompagnato tutta la performance con la sua musica. Uno dei brani che ha proposto, durante le letture e alla fine dello spettacolo, è la bellissima “La Domenica delle Salme” di Fabrizio De Andrè. C’è stato spazio, poi, per “Imagine” di John Lennon e “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan. La lettura delle lettere di Don Milani è spettata a Daniela Morozzi, che lo ha fatto in modo molto convincente, confermando la sua grande professionalità e il suo talento attoriale.
Lo storia viene raccontata da Beniamino Deidda, giudice fin dal 1963, che ha svolto la sua attività prevalentemente a Firenze e negli anni in cui era procuratore generale presso la Corte d’Appello di Firenze. Si è occupato, ad esempio, delle complesse indagini relative alla strage di Viareggio e al naufragio della nave Costa Concordia. Deidda ha analizzato a fondo il pensiero giuridico, civile ed educativo del priore di Barbiana, con particolare riferimento ai temi della giustizia, della coscienza e della legge.
In questo spettacolo, il giudice rilegge il pensiero di Don Milani incrociandolo con la propria esperienza di magistrato e uomo delle istituzioni. E lo fa partendo dalle sue lettere. La ‘Lettera ai Cappellani Militari’ costò a Don Milani il rinvio a giudizio per apologia di reato e incitamento alla disobbedienza, per l’intero impianto logico e storico. Don Milani era indignato che uno sparuto gruppo di cappellani militari avessero insultato quei giovani finiti in carcere perché avevano rifiutato la leva e si erano dichiarati obiettori di coscienza. Contestava l’idea che un soldato dovesse obbedire a prescindere, parlando apertamente della responsabilità di disobbedire e definendo l’esercito “un’arma di oppressione”, difendendo allo stesso tempo l’obiezione di coscienza intesa non come viltà (come l’avevano definita, appunto, i cappellani), ma come una forma più alta di dovere civile e cristiano.
Deidda sottolinea come la figura di Don Milani sia stata capace di parlare sia al mondo cattolico che a quello laico, rimanendo radicalmente fedele al Vangelo e rigorosamente critico verso le ingiustizie sociali, il potere e le gerarchie (sia ecclesiali che statali); nel contempo, restando strettamente legato alla nostra Costituzione, concentrandosi in particolare sull’articolo 11. Nella trattazione di Deidda, è centrale la “Lettera ai Giudici” che Don Milani scrisse in sua difesa ai giudici. Deidda l’ha fortemente rapportata alla situazione dei nostri giorni, dove si discute sulle guerre – importanti – come quella in Ucraina o a Gaza, sulla partecipazione e sull’invio di armi, analizzando in modo approfondito proprio l’articolo 11.
Se le cose sono molto chiare sul ripudio della guerra di aggressione, non lo sono – e lo vediamo costantemente – nei dibattiti e sui social, sulla guerra di difesa. Don Milani, riporta Deidda, ha sottolineato che l’unica forma di ‘guerra’ che aveva accettato era la ‘resistenza’ che ci aveva salvato dal nazifascismo e dato il via alla nostra costituzione. Il testo di questa lettera non ha assolutamente un linguaggio ‘formale’, ma vuole essere chiara, volutamente scritta in modo semplice, fruibile da tutti.
Benché fosse stato assolto nel primo grado di giudizio, nel secondo fu condannato. Il reato decadde perché, purtroppo, don Milani morì prima della sentenza. L’obiezione di coscienza al servizio militare fu possibile, in Italia, solo dopo il 15 dicembre 1972 grazie all’approvazione della legge n. 772 e gli scritti di Don Milani furono molto importanti in questo contesto. Il servizio civile aveva una durata molto più lunga (20 mesi) rispetto al servizio militare (12 mesi) che era obbligatorio. Prima di allora, l’obiezione era considerata un reato di renitenza alla leva e comportava l’arresto e la condanna al carcere.
Di spunti, durante la serata, ce ne sono stati tantissimi. E il pubblico ha dimostrato di afferarli tutti, sciogliendosi alla fine in un lungo applauso.
Il giudice ha infine raccontato – e anche il presidente della Fondazione lo ha fatto – la storia dello slogan “I care!”, tanto caro ai democratici americani (era anche quello di Barak Obama), utilizzato, in realtà, già negli anni ’60 con il significato di “mi interessa”, “me ne faccio carico”. Uno slogan che Don Milani aveva largamente condiviso, per contrapporlo a quello dei tempi del ventennio fascista: “me ne frego”.
Foto di Roberto Rocchiccioli










