Ci sono delle cose importantissime che abbiamo nella vita, ma non ce ne accorgiamo. Avere l’acqua tutti i giorni a portata di mano e a qualunque ora della giornata, per esempio, rientra in questo lusso.
Mi ricordo quando andai a vivere per la prima volta da sola in Burkina Faso. Dopo la laurea, cominciai a cercare qualcosa da fare. Alle medie dicevo sempre che volevo diventare giornalista. A dire il vero, mi era sempre piaciuto quel lavoro. Al momento di iscrivermi all’università, avrei voluto farlo, però il test da passare per poter accedere al primo anno era già scaduto. Mathieu, un amico giornalista radiofonico al quale avevo parlato del mio desiderio mancato, mi disse che avrei potuto provare uno stage alla radio, così almeno avrei imparato qualcosa del giornalismo. L’idea mi piaque e chiesi proprio a lui di darmi una mano per fare la domanda di tirocinio.
Facemmo domanda e fui accettata.
Avrei dovuto trovarmi un posto dove andare a vivere per poter cominciare lo stage. Tramite Mathieu, venni a sapere di una signora che aveva una stanza in affitto. Mi misi in contatto con lei, Martine si chiamava, e presi la casa in affitto per 5 mila franchi al mese. Non sapevo come avrei pagato l’affitto, visto che lo stage non era retribuito; ma quello si sarebbe visto dopo, mi dissi. Così, cominciai il mio primo periodo di prova a “Radio Rurale di Ouagadougou”.
La casa di Martine, o meglio la stanzetta che era stata affittata, era costruita in un grande cortile recintato con mattoni di cemento. C’era un’altra stanza che aveva la porta che dava sulla strada e che Madi, il negoziante, usava come rimessa di articoli diversi. La comodità di questa casa erano il prezzo dell’affitto e il grande cortile, anche se quest’ultimo diventava scomodo nella stagione piovosa: si riempieva di erbe, da togliere sempre per evitare di sentirsi in un bosco.
La cosa più bella della mia nuova casa, era il fatto di avere almeno l’elettricità! Avevo una lampada dentro la stanza e un’altra fuori, sopra la porta. In realtà, era stato Madi che aveva fatto mettere un contatore per il suo negozio e siccome, prima del mio arrivo, usava quella stanza come magazzino, aveva avuto bisogno di luce anche lì. Quando Martine decise di affittare la stanza, Madi tolse la sua roba ma non la corrente. Così, quando sono entrata io, ci mettemmo d’accordo, con un mio contributo di 2 mila franchi alla fine di ogni mese, per avere l’elettricità.
Non avevamo l’acqua in casa, ma andavamo a prenderla alla fontana con dei secchi che portavamo sulla testa. Prendevamo sempre il giusto necessario perché non avevo un contenitore grande per raccoglierla. La domenica ne prendevamo di più perché facevamo il bucato. Mi ricordo il lavoro a catena: mettevamo due grandi bacinelle e un secchio ognuno con dell’acqua a circa metà. Uno lavava nella prima e metteva nella seconda, e l’altro lavava nella seconda e metteva nel secchio; poi quello del secchio sciacquava e andava a stendere. L’ultimo era quello che sforzava di meno la schiena perché si abbassava e si rialzava per andare a stendere in continuazione, per cui, di solito, si conveniva che era il più piccolo a farlo.
Un pomeriggio, tornando a casa, intravidi a una certa distanza due persone che stavano scavando vicino all’ingresso del nostro cortile. Salutai ed entrai in casa. Non feci caso perché non era la prima volta che si scavava così davanti alle concessioni. Di solito, se qualcuno desiderava mettere un rubinetto a casa sua, scavavano così e, a volte, si passava, come in questo caso, davanti alle case dei vicini.
Il giorno dopo, quando tornai a casa nel pomeriggio, vidi che il canale era entrato a casa nostra. Sorpresa! Chiesi se volessero mettere un rubinetto a casa nostra. Risposero di sì. Andai a chiedere a Madi se sapeva qualcosa di questi lavori. Mi disse che non ne sapeva nulla. Allora pensai: niente, sarà Martine, la proprietaria, che ha deciso di farci avere dell’acqua in casa. Ma era strano che non ci avesse avvisato. La mattina dopo andai a trovare Martine per chiarire la storia dell’acqua che stava arrivando a casa. Con mia grande sorpresa, non ne era al corrente neanche lei. Mistero! Saranno stati guidati dallo Spirito Santo!
Comunque, il giorno seguente, il rubinetto era fissato nel nostro cortile e usciva dell’acqua potabile. Che gioia! Che salvezza! Finita la fontana, le file e le attese! Ogni tanto i miracoli succedono! Era un sabato, uno di quei giorni benedetti e indimenticabili! Il giorno successivo sarebbe stato il giorno del bucato. Avremmo fatto il bucato prendendo l’acqua direttamente dal rubinetto di casa! Avremmo potuto riempire tutti i nostri contenitori senza essere usciti di casa e senza aver chiesto niente! La gioia era immensa! Per una volta fui contenta di non avere un cancello. Volevo che tutti i vicini e i passanti mi vedessero prendere l’acqua come una persona importante dal rubinetto di casa mia.
Due giorni dopo, Paul passò a salutarmi nel pomeriggio. Appena finii di raccontargli il mistero del rubinetto di casa, vedemmo arrivare due uomini con l’uniforme della ditta che si occupava dell’acqua. Portavano con loro del materiale. Ci salutarono gentilmente e spiegarono che erano venuti a togliere il rubinetto dato che gli agenti avevano sbagliato indirizzo.
La cosa, in realtà, non era sorprendente. Mi misi a ridere! Paul gli chiese se almeno mi potevano lasciare prendere un po’ di acqua prima di toglierlo. Acconsentirono sicché, subito, mi misi a riempire tutto quello che avevo e che era in grado di contenere dell’acqua. Ne presi tanta. Dopo, guardai con dispiacere gli agenti togliere quello che era loro e lasciarmi ritornare come prima: senza acqua in casa, ma con una fontana a qualche metro da cui attingevano coloro che non si potevano permettere un rubinetto. Il miracolo durò soltanto tre giorni! Che peccato!
Comunque, in quei giorni, ho risparmiato almeno qualche soldo dell’acqua della fontana. Qualcosa di positivo c’era stato.