È una storia che attraversa oceani, generazioni e affetti. Prima di raccontarla, desidero ringraziare Vittorio Suffredini, dal Brasile, per aver condiviso con generosità i ricordi e i documenti della sua famiglia, e Santino Suffredini di Sillicano, che ha reso possibile questo contatto e questo prezioso scambio di memoria.
La vicenda della famiglia Suffredini aiuta a comprendere il significato più profondo dell’emigrazione italiana. Tutto ebbe inizio nel 1897, quando Vittorio Suffredini lasciò la Garfagnana per raggiungere il Brasile. Secondo la tradizione familiare, non era partito con l’intenzione di emigrare definitivamente: accompagnava una persona che aveva da poco subito un intervento chirurgico e necessitava di assistenza durante il viaggio. Quella che doveva essere una missione temporanea si trasformò, invece, nella scelta di una nuova vita.
Dopo essere sbarcato a Porto Alegre, Vittorio si spinse nell’interno del Rio Grande do Sul fino a Sananduva, affrontando le difficoltà tipiche dei pionieri dell’epoca. Qui costruì il proprio futuro con intraprendenza e spirito di sacrificio. Fondò una fabbrica artigianale di bevande che produceva birra, guaranà, acqua minerale, liquori e vino; successivamente si dedicò anche a una ferriera nella quale lavorarono alcuni dei suoi figli.
In Brasile sposò Rosa Romanzini, anch’essa di origine italiana, e dalla loro unione nacquero dodici figli. La famiglia accolse inoltre una ragazza considerata a tutti gli effetti una figlia. In casa si parlavano sia l’italiano sia il portoghese, mentre le tradizioni delle origini continuavano a vivere attraverso il vino fatto in casa, la pasta e la musica italiana.
Nonostante la distanza, Vittorio mantenne sempre un forte legame con la terra natale grazie alla corrispondenza con il fratello Leopoldo, rimasto in Italia. Quelle lettere attraversavano l’Atlantico portando notizie delle rispettive famiglie e rappresentando un ponte tra due mondi. In una delle missive conservate, Leopoldo raccontava le difficoltà economiche dell’Italia, il raccolto delle castagne e le vicende dei familiari sparsi tra Italia e America. Esprimeva inoltre la gioia di aver ricevuto una fotografia della famiglia di Vittorio in Brasile, una fotografia che molti anni dopo avrebbe assunto un significato ancora più speciale.
Dopo la morte di Vittorio, una delle lettere conservate dalla famiglia divenne infatti la chiave per ritrovare i parenti di Sillicano e ricostruire il legame tra i due rami della famiglia Suffredini. Da questa ricerca è nato qualcosa di prezioso. Vittorio Suffredini e la moglie Nahlu hanno dedicato anni alla raccolta di testimonianze, fotografie e documenti, arrivando a realizzare un libro sulla storia della famiglia. Si tratta di un’opera che va oltre la memoria privata: è un vero dono alla storia dell’emigrazione italiana, perché conserva e tramanda l’esperienza di una famiglia che attraversò l’oceano senza mai dimenticare le proprie radici.
Nel giugno 2013 quel lungo lavoro portò a un emozionante ricongiungimento con i parenti italiani. Da allora sono nati rapporti di amicizia e affetto che continuano ancora oggi, con visite reciproche e contatti costanti tra Brasile e Italia. Come spesso accade nelle più belle storie di emigrazione, il recupero del passato ha saputo creare nuovi legami nel presente.
Nella memoria familiare, Vittorio è ricordato come un uomo coraggioso, laborioso e determinato. A Sananduva contribuì alla realizzazione dell’ospedale cittadino, sostenendo la possibilità di portare l’acqua nella parte alta dell’abitato grazie a una pompa ad ariete.
Ancora oggi i suoi discendenti conservano molti suoi oggetti personali, tra cui la Bibbia, il passaporto, il libretto militare di Camporgiano, gli occhiali, il baule e una sedia a dondolo.
La storia dei Suffredini dimostra che le radici possono attraversare il tempo senza scomparire. A più di un secolo dalla partenza da Sillicano, il legame tra la Garfagnana e il Brasile è ancora vivo. Un legame custodito da lettere, ricordi e affetti che il tempo non è riuscito a cancellare e che continua a unire le due sponde dell’Atlantico nel nome di una comune storia familiare. È forse questo il lascito più bello di Geminiano Vittorio Battista Suffredini: aver costruito una nuova vita in Brasile senza mai perdere il filo che lo univa alla sua terra d’origine. Oggi quel filo continua a tenere unite due famiglie, due Paesi e una memoria condivisa che merita di essere tramandata alle generazioni future.


