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Redazione
ANNO XIVgiovedì 29 Ottobre 2026
intervista

Mario Mari, viaggiatore e scrittore: “Mentre cammino sento di appartenere al mondo”

Mario Mari è un viaggiatore e uno scrittore. Pistoiese di origine, Ghivizzano lo ha scoperto sabato sul palco de “L’Adunata, Monologhi tra Terra e Spirito” – lo spettacolo ideato dallo scrittore Salvatore Liggeri e diretto da Fabrizio Baroni (leggi qui).

La sua storia inizia quando aveva 19 anni. Non molto tempo fa, dato che oggi è poco più che trentenne. Un percorso che lo ha portato, in breve tempo, in molti luoghi – particolari e lontani tra loro – un po’ in giro per tutto il mondo.

I racconti dei suoi viaggi sono diventati dei  libri: come “Lettere dal Myanmar” o “Perdere la bussola“. Con la scrittura, Mario parla delle sue scelte di vita, passando dal viaggio puro a profonde riflessioni sulla natura e sui diritti umani dei popoli che ha incontrato – cercando sempre di entrare in connessione con loro. 

Nel suo monologo, a Ghivizzano, ha raccontato: “Incominciai a camminare in montagna, affrontando le alture e superando le vertigini che provavo; cosi facendo, continuai a camminare. Un’abitudine che mi accompagna tuttora. Mi resi conto di appartenere al mondo: emulavo il suo movimento, originario e perpetuo. Così percorsi i sentieri d’Italia, di Francia e di Spagna…“

Ma la sua, è una storia che merita di essere approfondita. E allora La Gazzetta del Serchio lo ha raggiunto per un’intervista. Mario, gentilmente, ha accettato di rispondere alle nostre domande, in modo aperto, sincero e spontaneo.

Come e quando ha deciso di partire la prima volta?

“Terminata la scuola, non sapevo cosa fare della mia vita. Ero abbattuto da certe questioni personali. Era sera. Sedevo in una terrazza che si affacciava sul golfo di Marina di Campo. E in quel momento, decisi cosa avrei fatto: sarei partito. Scappai senza avvisare i miei genitori, che non dissero niente. Non stavo fuggendo da loro, ma dalla tristezza”.

Quale è stato il suo primo viaggio e come lo ha affrontato?

“Mi diressi in Trentino su un treno notturno, con uno zaino e i pochi risparmi messi da parte, negli anni della scuola, lavorando nelle discoteche e nei ristoranti. In altura, affrontai le vertigini, la solitudine, lo smarrimento e mi aprii alla maestosità del creato. Successero cose magiche da lì in poi, cose che mi fecero sentire vicino ai santi. Mi accadeva dentro una follia”.

Come prese, invece, la decisione di andare in Dakota?

“Mi trovavo alla casa della natura Alexander Langer, a Saviore sull’Adamello, per uno scambio tra popoli a cui partecipava un anziano Lakota Oglala Sioux. Celebrò dei rituali ed alla sera ci trovammo soli per un momento. Anche lì, su una terrazza, mi disse riferendosi alle stelle: “Sono troppe per me, troppe per la mia testa, troppe per la mia anima”. Ho saputo, poi, che aveva bisogno di qualcuno che lo accompagnasse al villaggio nella riserva di Pine Ridge, in South Dakota. Colsi l’occasione per farmi avanti e partii con lui. Di quei panorami sconfinati, posso dire che lo sguardo si estende in ognuna delle direzioni fino a perdita d’occhio”. 

Ci parli di questa sua esperienza con gli indiani d’America

“La dimensione spirituale dei Sioux conserva una profondità insondabile. La vita d’ogni giorno é così come la descrivi: giocano ai casinò, vivono col sussidio. Sono un popolo che subisce ancora pesanti privazioni. Alcuni nativi vendono a buon prezzo la loro tragedia in qualche negozio, altri bevono. La storia letta nei libri appare distante da noi, in termini di spazio e di tempo; lì mi sono accorto che ciò che i Sioux hanno passato, intendo dire il genocidio (perpetrato ai danni di tutti i popoli nativi americani, ndr), è in realtà storia recente ed ha gravi  ripercussioni. I conquistatori sono arrivati affamati, aggressivi, con la bava alla bocca, pronti a divorare tutto ciò che incontravano. Mi auguro, unendomi alle preghiere Lakota, che i potenti possano cambiare le loro menti”. 

Ed eccoci ai Masai: come maturò la decisione di andare a vivere con loro?

“Maturai la decisione durante una chiacchierata pomeridiana con due amici. Quindici giorni dopo, partivamo tutti e tre verso quest’avventura. Eravamo io, Folco Terzani e Stefano Lotumolo – un fotografo freelance, che aveva creato dei gran progetti per costruire dei pozzi nei villaggi poverissimi di acqua. Siamo andati, infatti, ad inaugurare il primo di questi pozzi in un villaggio in Tanzania”.

Quanto è durata questa esperienza?

“Siamo stati lì per due settimane, dopo aver visitato la coloratissima città di Arusha. Ci siamo trovati in questo mondo, che è quello dei Masai, dove siamo stati al cospetto di persone stupende, nobili, gentili, attente, dritte. Nonostante vivessero in queste case di terra, ci hanno trasmesso nobiltà e rettitudine che il nostro popolo, pur vivendo in condizioni più agiate, ha smarrito. Con loro sono stato di fronte a re, in riunioni importantissime, dove venivano prese delle decisioni per il loro popolo, seduti, in sedie improvvisate, in mezzo alle galline. Questi re governavano, ormai, su una distesa di ossa, perché il cambiamento climatico ha ucciso i loro animali oltre a rendere la vita difficile agli esseri umani”. 

Ci parli del popolo Masai

“I Masai sono esseri umani molto regali. Anche loro sono dei guerrieri, anzi cacciatori. Un tempo erano nomadi. Nelle terre in cui tuttora vivono, c’era poca acqua fin dal principio. Col cambiamento climatico, é diventata pochissima. Non abbastanza per la vita. Ci hanno accolto come fossimo semidei o importanti ambasciatori di mondi lontani. Se camminando nella savana mi graffiavo, loro mi indicavano la ferita accorgendosene prima di me. Non avrei mai immaginato ciò che avrei vissuto lì”.

Lei che lo conosce, chi è Folco Terzani?

“Lo vidi una volta al meeting dei Diritti Umani a Firenze, dove si ricordava suo padre, Tiziano. Ho avuto il piacere di conoscere la sua persona, nel flusso di quel momento. Mi ci sono trovato bene. L’ho trovato curioso. Uno che si mette in discussione. E questo, si sa, è sinonimo di intelligenza. Penso di poter affermare che, come individuo, appartenga ad una nuova coscienza. Fosse anche soltanto per le molte esperienze che ha fatto. Gli interessi che abbiamo in comune ci hanno intrattenuti, nel tempo, nella savana: la spiritualità, la scrittura, lo spettacolo, l’esplorazione, il silenzio, il fuoco, le stelle…”

Immagino che abbia molte altre esperienze da raccontare…

“Ne parlerò volentieri un’altra volta”. 

Certo, vorrà dire che ci dobbiamo risentire

“Ora mi preme condividere pensieri che riguardano temi più grandi di me. Nell’immensità dell’universo, perfino considerarci un granello di sabbia è un modo per gigantizzarci. Allora pensiamo ad una cosa: che dimensione reale hanno i problemi davanti ai quali sacrifichiamo le nostre giornate? E che dimensione hanno le paure che ci tengono bloccati? Nonostante questa pochezza, “un solo giorno di vita é più prezioso di dieci milioni di once d’oro” diceva Nichiren, monaco giapponese, contemporaneo di San Francesco. “Se un giorno vale una così grande fortuna, diventa fondamentale riconoscere la sacralità della vita”.

Ora lavora come vivaista, un mestiere a contatto diretto con la terra, ma che sicuramente ricorre a tecniche e tecnologie moderne. Come si trova?

“Frequento un’accademia di agricoltura a Firenze e faccio il giardiniere. Lavorare la terra mi fa bene. Tutto si modernizza, certo. A me piace passare le mie giornate fuori, lavorare e arrivare alla sera soddisfatto e contento. La stanchezza è un destino comune”. 

Certo, compensa con altre cose: come scrivere e raccontare. Le piace? Lo fa volentieri?

“Scrivere? In realtà sono fermo da anni su una storia. A questo punto, credo di avere due possibilità: o ho smesso di farlo o le cose si stanno ancora compiendo in me. Scrivere, cantare, suonare, ballare sono cose che mi piacciono, mi nutrono, mi liberano. Sono un lettore, ho una voce, ma non so cosa dire e tantomeno se è necessario farlo”. 

Credo che lei lo faccia piuttosto bene. Ha parlato della musica. Interessante. Suona? Ha un gruppo musicale? 

“No, non ho un gruppo musicale. Anche se l’ho avuto. Lavoravamo su dei miei testi. Scrivo delle canzoni, mi piace suonare la chitarra,  cantare, giocare con la voce. Non mi reputo un musicista, né un cantate; ma mi diverto e faccio divertire quando ci sono le occasioni giuste”. 

Che rapporto ha, ora, con la sua famiglia?

“La famiglia, beh. Tra noi, ognuno la pensa a suo modo. Ma è normale, altrimenti – parafrasando il pensiero di Gattai allo spettacolo teatrale “L’Adunata” – saremmo un partito, non una famiglia. Ci sto dentro, sono proprio le sue imperfezioni a rendere la mia storia familiare tanto bella. Alma, mia figlia, ha otto anni, è l’amore della mia vita. Magari troverà traccia di queste parole che dico. Lei lo sa, ma è bello dire “ti amo” a qualcuno davanti ad altre persone”.

Vuole aggiungere ancora qualcosa prima di lasciarci?

“Vorrei mandare un messaggio su quanto è bella la vita, nonostante tutte le difficoltà. Quando mi riconnetto al me più profondo e mi ricordo che ogni respiro è un dono, vivo stati di beatitudine così profondi da farmi mettere da parte tutti i problemi del giorno”.

Grazie di cuore, Mario, per la sua cortesia, gentilezza e la voglia di aprirsi e di raccontarsi. Grazie di averci fatto capire un po’ di più chi è, quali sono i suoi pensieri e quali le sue idee su popoli che, purtroppo, sono ai margini della storia.

Foto di Roberto Rocchiccioli

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