Quando ero alle elementari in Burkina Faso, un pomeriggio fui fatta chiamare dalla maestra. Non era orario di scuola, ma lei era in classe per fare una cosa: scrivere una frase che sarebbe rimasta fino alla fine del mio percorso scolastico sulla lavagna.
Prese la sedia e ci salì sopra per iniziare a scrivere. Mi fece tenere i gessi di vario colore in mano, dicendomi ogni volta che le serviva un gesso ed indicandomi quale colore dovevo darle mentre mi ridava quello appena usato. Alla fine la frase era: “L’apartheid est un crime contre l’humanité”. La stessa scritta che era su tutte le lavagne della maggioranza delle scuole nel paese.
Eravamo lontani dal Sud Africa. Nessuno di noi era mai andato lì, ma ci sentivamo uniti nello stesso dolore dei sudafricani all’epoca. Lo facevamo come umani, ma anche – e soprattutto – come africani. Abbiamo imparato il significato della parola “apartheid” mentre eravamo piccoli e abbiamo capito il suo valore, la sua portata e soprattutto i suoi danni per la vita umana.
Oggi, con molto rammarico, leggiamo e vediamo vari video dei sud africani neri che discriminano altri neri africani come loro. La storia è molto strana! I popoli che hanno vissuto i soprusi, l’orrore e la cattiveria umana tendono a riprodurlo su altri popoli. Lo si vede anche con Israele, e anche nei paesi dove si contano più immigrati all’estero che subiscono o hanno subito restrizioni vari nei paesi di accoglienza. Invece di trarre le lezioni dalla propria storia per farne tesoro, usano gli sbagli come strumento per i propri fini, spesso infondati.
La xenofobia in Sudafrica ha raggiunto livelli allarmanti. Vari stranieri africani sono trattati peggio che in qualunque altro paese del mondo. Hanno imparato a odiare a tal punto che crescono pensando: vivere di odio o dimenticare il passato recente?
Sto parlando di varie manifestazioni che avvengono sulle strade sudafricane, sullo fondo di una crisi sociale con slogan xenofobi e anti neri.
I migranti africani sono diventati il capro espiatorio della crisi sociale che attanaglia il Sudafrica. La disoccupazione supera il 30 per cento a livello nazionale e raggiunge il 60 per cento tra i giovani secondo il giornale online “La libre Afrique”. L’ANC è criticato per le sue politiche sociali incoerenti, se non addirittura inesistenti. Il partito, che aveva regnato incontrastato dalla fine dell’apartheid, ha perso la maggioranza assoluta alle ultime elezioni generali ed è stato costretto ad accettare un accordo di condivisione del potere con l’Alleanza Democratica (DA), considerata di orientamento liberale.
Dal 2008, il Sudafrica vive questo tipo di manifestazioni xenofobe che tornano vergognosamente come una malattia incurabile. Eppure gli immigrati neri hanno contributo alla lotta alla liberazione del paese dall’apartheid, ma anche alla sua costruzione e hanno sofferto l’oppressione dei bianchi come lo ha fatto osservare il musicista jazz sudafricano Hugh Masekela che, già nel 1974, in una canzone racconta le sofferenze dei lavoratori reclutati con la forza dal regime di Pretoria: “C’è un treno che viene dalla Namibia e dal Malawi, c’è un treno che viene dallo Zambia e dallo Zimbabwe, c’è un treno che viene dall’Angola e dal Mozambico, dal Lesotho, dal Botswana, dallo Swaziland, da tutto l’entroterra dell’Africa meridionale e centrale.” Questo treno trasportava uomini africani, giovani e anziani, reclutati con la forza per lavorare a contratto nelle miniere d’oro di Johannesburg. Quando si dimentica il proprio passato, per forza si replica lo stesso sugli altri.
Nel maggio 2008, un’ondata di violenza senza precedenti aveva fatto oltre 50 morti e 60 mila sfollati con scene di attacchi contro stranieri, inseguiti nelle loro case e talvolta bruciati vivi nelle township e nelle baraccopoli delle principali città. Violenze di questo tipo si sono riverificate nel 2013, a Città del Capo, contro i commercianti provenienti dal Corno d’Africa. Nel 2015, a Durban, poco dopo che il re Zulu – autorità tradizionale potente e influente, manipolata dal regime dell’apartheid e ufficialmente mantenuta dopo il 1994 – aveva chiesto la partenza degli “stranieri”; e nel 2017, le dichiarazioni anti-immigrati del sindaco di Johannesburg Herman Mashaba precedettero una nuova ondata di violenza. Nel 2019, a Durban e nel Gauteng, nigeriani e ghanesi furono sistematicamente presi di mira. In tutti i casi si tratta sempre di un fenomeno urbano, e gli attacchi avvengono principalmente nelle township e negli insediamenti informali. Praticamente una guerra fra poveri per gli interessi dei politici di estrema destra, come si vede ormai ovunque nel mondo. Però da parte del Sudafrica, la situazione, oltre ad essere inumana, diventa anche altamente vergognosa per la sua storia e fa cascare le braccia.
Come ha osservato il journal online “The Conversation”, si avvicinano le elezioni comunali – che si terrano a novembre prossimo – e per questo le proteste hanno ripreso sempre con la stessa modalità. Bisogna osservare che le proteste attuali presentano nuove caratteristiche: “si presentano come guidate da “movimenti cittadini” e i loro leader diffondono un discorso apparentemente legalistico, sfruttando appieno la loro visibilità anche negli spazi pubblici dei centri urbani. Spesso provengono dal mondo dei media, o addirittura degli influencer, il ché spiega il ruolo preponderante che i social media svolgono in queste mobilitazioni xenofobe” (The Conversation).
Nel 2021 nasceva a Soweto l’Operazione Dudula, che significa “costringere” o “abbattere” in isiZulu. Si tratta di un’organizzazione nazionalista che afferma di combattere la criminalità e il degrado dei servizi pubblici bloccando gli ingressi delle scuole e le strutture sanitarie per impedire l’accesso agli stranieri. Usano violenti attacchi contro le sedi di aziende accusate di impiegare stranieri. Tutti questi metodi di azione sono ampiamente pubblicizzati sui social media. Zandile Dabula, 36 anni, presidente del movimento, ha dichiarato alla stampa:
“La maggior parte dei problemi che affrontiamo sono causati dall’afflusso di cittadini stranieri. Il nostro Paese è nel caos”. Un’altra giovane donna guida il movimento March and March, organizzatore delle attuali manifestazioni. Fondato a Durban nel 2025, questo collettivo è guidato da Jacinta Ngobese-Zuma, 39 anni, ex conduttrice radiofonica, nata a Kwamashu, uno dei principali quartieri poveri di Durban. Chiede l’espulsione dei migranti illegali e denuncia l’“inazione” dello Stato di fronte a criminali e trafficanti. Prende di mira in particolare i migranti provenienti da Nigeria e Ghana provocando reazioni ufficiali da parte dei governi di questi due Paesi. All’inizio di aprile 2026, il suo movimento ha organizzato una violenta protesta a East London per denunciare la presunta incoronazione di un re Igbo (un gruppo etnico originario della Nigeria) nella regione. Alla fine del mese, March e March hanno manifestato a Johannesburg. Herman Mashaba, ex sindaco e candidato alle prossime elezioni municipali per il partito ActionSA, è intervenuto per esprimere il suo sostegno. Il problema quindi è politico – come si vede ovunque ormai – quando tutto va male e per assicurarsi un posto ai governi, bisogna aizzare i popoli contro lo straniero.