Inutile girarci intorno: i nostri “vecchi” ne sapevano di più. Pur non avendo studiato. Pur non avendo viaggiato. Pur non avendo avuto a disposizione tutti gli strumenti che la tecnologia, oggi, ci offre.
È vero: l’intelligenza artificiale ci ha semplificato, di gran lunga, la vita. Con una piccola ricerca su Google possiamo avere accesso, in un attimo, a informazioni di qualsiasi tipo. Questo, però, non ci ha resi più saggi. Al contrario. Ci ha debilitato. Ci ha fatto cedere alle macchine, nel giro di poco tempo, un sapere antico. Quello che, da generazioni e generazioni, si era naturalmente trasmesso da padre a figlio.
È il famoso mito di Theut di cui parla Platone nel Fedro: stolto colui che pensa che delegare la memoria a un pezzo di carta (o, in questo caso, a una pagina web) ci permetta di diventare infinitamente più sapienti. Casomai, infinitamente più ignoranti.
Ivo Poli, esperto etnobotanico, è forse uno degli ultimi custodi di questo sapere analogico che non solo non ha ceduto alle tentazioni del virtuale, ma non si è nemmeno rassegnato a un destino già scritto. E si spende, ogni giorno, per salvaguardare un patrimonio di conoscenze che, altrimenti, rischierebbe di andare perduto per sempre.
Lo fa attraverso i libri. Le lezioni. Le passeggiate nel bosco. Lo fa, attraverso gli incontri in classe con gli studenti. Il suo impegno è encomiabile. E, in fondo, lo fa per amore. Amore per una terra, la Garfagnana, che sembra aver smarrito la sua anima contadina e il suo rapporto sembiotico con la natura.
“Garfagnana: per non dimenticare“: così si intitola il suo ultimo libro, presentato oggi pomeriggio, in sala “Vladimiro Zucchi”, a Migliano di Fosciandora. Un volume che si inserisce in un filone, portato avanti dall’autore, che cerca di fissare su carta usanze e tradizioni di un tempo che, ai giovani d’oggi, sembra remoto. Ma che, se si guarda bene, è più prossimo di quanto si pensi.
“Sono nato contadino nel 1949 ed ho vissuto da contadino” scrive, con orgoglio, Ivo, che poi, a voce, aggiunge determinato: “E voglio morire contadino“. Quasi come se quel mondo rurale – che la seconda guerra mondiale ha minato e la rivoluzione digitale ha definitivamente spazzato via (o quasi) – possedesse ancora, ai suoi occhi, un fascino che il mondo industriale e post-industriale non hanno saputo portare con sé.
“Per fare un ingegnere ci vogliono 30 anni, per fare il contadino ci vogliono tre generazioni” dice Ivo. Ed ecco che torna il tema dello studio. Certo, i nostri “vecchi” non avevano studiato. Non erano ingegneri. Ma avevano ereditato il sapere di tre vite. Il loro manuale era la terra, non il computer; la loro penna era la vanga, non il mouse. Osservando, ascoltando, facendo imparavano ciò che si cela dietro formule e definizioni complesse.
La memoria. Ecco cosa rischia di perdere l’uomo contemporaneo. Un muscolo che va allenato costantemente, per non rammollirsi.
E allora grazie, Ivo, per quello che fai. Ogni seme che getti oggi, potrà un giorno germinare e dare i suoi frutti. Chissà che un bimbo, nel solco che tracci, non possa intravedere, in futuro, una possibile strada da percorrere. Basta lasciare delle orme. Il resto – se deve venire – viene da sé.
fosciandora
Ivo Poli a Migliano: la Garfagnana e i saperi di un mondo che non c’è più
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