François Bozizé Yangouvonda è un politico centrafricano nato a Mouila (Gabon) il 14 ottobre 1946. E’ salito al potere nel marzo 2003 e ci è rimasto fino al 2013.
Prima di proseguire, mi sembra però necessario ripercorrere il percorso politico del personaggio per chi non conoscesse la sua storia politica.
Yangouvonda ha frequentato una scuola di addestramento per ufficiali nella provincia centrafricana di Bouar e ne è uscito capitano nel 1975. Nel 1978 l’Imperatore Jean-Bédel Bokassa lo ha nominato Brigadier generale. E’ divenuto ministro della Difesa del paese nel 1979 e successivamente ministro delle comunicazioni durante la dittatura militare di André Kolingba che è durata 12 anni: dal 1981 al 1993.
Accusato di avere orchestrato colpo di Stato, è stato arrestato a Cotonou, nel Benin, nel luglio del 1989, imprigionato e torturato e poi rilasciato alla fine del 1991. Nel 1993 si è presentato alle elezioni presidenziali e ha ottenuto solo 1,5% dei voti. È in quell’occasione elettorale che Ange-Félix Patassé è divenuto presidente.
Bozizé ha deciso di stare dalla parte del nuovo eletto, diventando uno dei suoi più dichiarati sostenitori. Ha aiutato Pattassé a sopprimere gli ammutinamenti dell’esercito del 1996 e del 1997. Successivamente – e sempre sotto il governo di Patassé – Bozizé è stato nominato Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate. Non ha compiuto alcuna attività contro il Presidente, anzi frequentemente ha soffocato rivolte anti-presidenziali.
Il 28 maggio 2001 la Repubblica Centrafricana ha conosciuto di nuovo un tentativo di colpo di Stato. Il tentativo ha fallito perché Patassé ha ricevuto l’aiuto di truppe libiche e dei ribelli congolesi del Movimento di Liberazione del Congo. Successivamente, la lealtà di Bozizé è stata messa in discussione ed alla fine di ottobre del 2001 è stato deposto dalla carica di Capo di Stato Maggiore. Il governo ha tentato di arrestare Bozizé il 3 novembre facendo nascere per cinque giorni scontri fra forze governative e sostenitori. Alla fine Bozizé è fuggito a nord verso il Ciad.
Gli scontri tra le forze governative ed i ribelli sono continuati nel 2002. E’ solo il 15 marzo 2003 che Bozizé è riuscito finalmente a conquistare il potere perché, in quel giorno, le sue forze sono entrate a Bangui. Patassé, che tornava dal Niger, non ha potuto atterrare all’aeroporto perché era controllato dalle forze di Bozizé. Ha dovuto rifugiarsi in Camerun.
Anche Bozizé, però, viene destituito a sua volta con un colpo di Stato nel marzo 2013. La sua caduta, per mano della coalizione ribelle a maggioranza musulmana Seleka, ha innescato una sanguinosa guerra civile all’interno del Paese. Nel tentativo di riconquistare il potere, l’ex leader ha successivamente fondato le milizie anti-Balaka, composte principalmente da cristiani e animisti, dando il via a scontri intestini in cui l’Onu ha registrato il massacro di migliaia di civili e pesanti accuse di crimini bellici per entrambe le fazioni.
Alla fine del 2020, Bozizé si è posto alla guida della Coalizione dei patrioti per il cambiamento (Cpc), una nuova alleanza ribelle che ha minacciato direttamente il governo del presidente della Repubblica Faustin-Archange Touadera, un’offensiva respinta dalle forze governative solo grazie al dispiegamento dei paramilitari russi del gruppo Wagner.
Oggi scrivo di lui perché martedì 16 giugno, in Repubblica Centrafricana, è iniziato un processo in contumacia a suo carico. L’ex presidente Bozizé è accusato di crimini contro l’umanità commessi tra il 2009 e il 2013, tra cui omicidio, sparizione forzata, tortura e stupro. Il procedimento sarà esaminato dalla Corte penale speciale, una giurisdizione ibrida con sede nella capitale Bangui che vede la presenza di magistrati locali e giudici stranieri, con il sostegno delle Nazioni unite.
L’ex presidente, che oggi ha 79 anni, resta latitante: vive in Guinea Bissau dal 2023, mentre tre dei suoi ex alti ufficiali militari – Eugene Barret Ngaikosset, Vianney Semndiro e Firmin Junior Danboy – si trovano attualmente in detenzione preventiva. Nel febbraio 2024, la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto internazionale nei confronti di Bozizé nell’ambito di un’indagine sulle atrocità commesse dalla sua Guardia presidenziale in una prigione civile e in un centro di addestramento militare a Bossembele. I giudici hanno ravvisato prove serie e coerenti sulla sua responsabilità penale in qualità di superiore gerarchico e leader militare.
Già nel settembre 2022, Bozizé era stato condannato in contumacia all’ergastolo e ai lavori forzati con l’accusa di cospirazione, ribellione e omicidio. Speriamo che questa volta riescano pure a metterlo in prigione sul serio perché dal suo percorso politico alla sua caduta, Bozizé si è dimostrato sempre un opportunista assetato di potere. Prima e durante il suo mandato non ha posto la vita umana al centro del suo interesse. Non ha preso provvedimenti per impedire i massacri di civili e fare rispettare i diritti delle persone.
La Repubblica Centrafricana non ha mai conosciuto una vita politica serena. Ci ricordiamo che nel 1976, l’allora presidente Bokassa, che non è più da presentare, sciolse il governo e lo rimpiazzò con il Consiglio della rivoluzione centrafricana e dichiarò la trasformazione della repubblica in monarchia e la nascita dell’Impero Centrafricano. Promulgò una costituzione imperiale e si autoproclamò imperatore col nome di Bokassa.
La cerimonia dell’incoronazione fu sfarzosa e Bokassa, con in mano lo scettro preziosissimo, emulo di Napoleone I e alla presenza del vescovo di Bangui, suo cugino, cinse la corona da solo. Una corona d’oro massiccio, tempestata da 5 mila diamanti e realizzata in Francia. Bokassa I si sedette sul suo gigantesco trono, a forma di aquila, di bronzo dorato, del peso di due tonnellate e costellato da 785 mila perle e un milione di cristalli. Giustificò la sua azione con la scusa che creare una monarchia avrebbe aiutato lo Stato centrafricano ad elevarsi dal resto del continente e guadagnarsi il rispetto del mondo. Mentre sappiamo che questa follia costò più di 20 milioni di dollari e tale perdita, a dispetto del compiacente aiuto francese, aggravò la situazione già miserabile delle finanze centrafricane.
Inoltre, il prestigio tanto sognato e presentato non fu affatto raggiunto: nonostante fossero stati diramati moltissimi inviti ufficiali, quasi nessun leader straniero partecipò all’evento. Nessun altro capo di Stato africano si recò a Bangui, perché la cerimonia avrebbe finito per rinfocolare il pregiudizio razzista verso i “poveri africani capaci solo di emulare i bianchi”. Bokassa si era spinto al punto di invitare anche papa Paolo VI, puntando a essere incoronato direttamente da lui: il pontefice, tuttavia, si limitò a inviare il nunzio apostolico Domenico Enrici, che non concelebrò nemmeno la messa d’insediamento.
Anche se il nuovo impero era nominalmente una monarchia costituzionale, non vennero fatte riforme democratiche di rilievo, ma in compenso rimase ampiamente praticata la soppressione con tutti i mezzi degli oppositori politici. Le torture erano largamente praticate e il terrore vigeva in Centrafrica.
Bokassa fu deposto il 20 settembre 1979 da David Dacko e si rifugiò in Costa D’Avorio, fu condannato in contumacia nel 1980. Nel 1985 si trasferì in Francia ma rientro in Centrafrica nel 1986 e fu arrestato e processato e condannato a morte, poi all’ergastolo e ancora a 20 anni. Nel 1993, con l’arrivo della democrazia, beneficiò di un’amnistia e fu scarcerato lo stesso anno.
Il presidente Dacko avevo comunque governato anche lui il paese con una mano di ferro e sangue per poi essere destituito e ritornare con l’aiuto della Francia a rovesciare Jean Bedel Bokassa e riprendere il potere. Sarà destituito da André Kolingba, di cui abbiamo parlato su, che a sua volta istaurerà una dittatura nel paese.
Si spera che almeno uno dei politici di questo paese che sembra essere nato per non avere mai la pace, possa essere giudicato e condannato sperando che sia da monito a chiunque aspira governare la Repubblica Centrafricana.
kibaya