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Redazione
ANNO XIVgiovedì 10 Settembre 2026
ponte a moriano

Lisistrata parla calabrese al Teatro Nieri: il girl power ai tempi dell’antica Grecia

Purtroppo, vince lo stereotipo: i maschi da una parte, grotteschi e guerrafondai, e le donne dall’altra, assennate e pacifiste. Di nuovo il muro. No: la guerra non è una prerogativa maschile. La guerra è il naturale strumento di chi, avido di potere, vuole prevaricare sull’altro. Una caratteristica, ahinoi, comune all’essere umano più abietto. Maschile o femminile che sia.

La pace non è una questione di genere. È, piuttosto, una tregua che si protrae tra un conflitto e l’altro. Un equilibrio precario. Un do ut des. La storia insegna: ci sono stati uomini sanguinari e donne altrettanto sanguinarie; il loro squilibrio numerico è solo un retaggio del patriarcato. Il vero male del mondo non risiede nell’organo genitale, ma nel delirio di onnipotenza del singolo individuo.

La “Lisistrata” di Aristofane è una commedia scritta più di 2 mila 400 anni fa. È stata presa come simbolo dal “femminismo” quando questa parola, al tempo, nemmeno esisteva nella concezione sociale e politica moderna: una donna che usa come ricatto il sesso per richiamare il proprio uomo dalla guerra, e che convince le altre a fare lo stesso per riportare la pace nell’acropoli.  

Il tentativo della compagnia teatrale calabrese Maschera e Volto APS di riproporre quest’opera, in collaborazione con Progetto Donna OdV, calandola nel contesto attuale ricorda da vicino la provocazione del regista afroamericano Spike Lee che, nel 2015, è uscito in sala con un film – “Chi-raq” – in cui propone di applicare il modello greco allo scenario criminale di Chicago: la fidanzata di un capo banda convince le compagne dei gangster rivali ad astenersi dalle lenzuola fino a quando i loro uomini non depongano le armi.

Imma e Rosalba Guarasci – le registe dello spettacolo allestito ieri sera sul palco del Teatro “Idelfonso Nieri” di Ponte a Moriano in occasione del penultimo appuntamento del Gran Premio del Teatro Nazionale Italiano organizzato dalla F.I.T.A. – sposano il riadattamento scritto da Ambrogio Bellizzi e guidano gli attori in un triplice viaggio che tocca l’antica Grecia, ai tempi della Guerra del Peloponneso tra ateniesi e spartani, l’Italia fascista, nel contesto del secondo conflitto mondiale, e la striscia di Gaza, nel terribile scontro in atto tra israeliani e palestinesi di Hamas.

Un bel tempio bianco fa da cornice alla rappresentazione, simmetricamente affiancato da quattro monoblocchi (anch’essi bianchi). La scenografia è semplice e garbata, ma pecca di monotonia: nell’arco dei tre atti che scandiscono la messa in scena, infatti, non muta mai. Coerente con il primo atto (ambientato ad Atene); forzata con il secondo (anche se l’architettura fascista, in qualche modo, richiama il monumentalismo e il neoclassicismo); è del tutto estranea al terzo (nel mondo arabo è lo stile moresco a farla da padrona).

Il livello recitativo è omogeneo, ma tendenzialmente basso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: abbozzati, mancano di profondità. Da rivedere anche la dizione degli interpreti. Belli invece i costumi, calzanti le musiche. Forse un po’ audaci i giochi di luce. La regia ha una grossa pecca: è troppo didascalica. La scomposizione in tre atti, intervallati da due lunghe pause in sala, ha un effetto estraniante sul pubblico che fatica a sentirsi coinvolto nella narrazione. E poi il refrain del messaggio di pace, reiteratamente palesato, stucca al palato di chi, dal teatro civile, si aspetta più la sollevazione di un dibattito che non la somministrazione di una morale.     

Ma ci sono certe scene che riscaldano il cuore e vanno ben al di là del teatro: basti dire che al seguito della compagnia, con tanto di fascia tricolore, è venuto addirittura il sindaco del comune di Firmo (paese di nemmeno 2 mila anime in provincia di Cosenza), Giuseppe Bosco, che si è fatto la bellezza di 800 chilometri di strada per raggiungere i suoi teatranti, orgoglioso quanto un padre può esserlo del proprio figlio.

Ci sono confini oltre i quali l’arte si arresta e ciò che emerge è la manifesta bellezza di una comunità che mantiene vivo il suo senso di appartenenza.

Foto di Domenico Bertuccelli

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