È questa la domanda, in fondo: genitori si nasce, oppure si diventa? I legami d’amore sono più o meno forti dei legami di sangue?
Un dibattito aperto. Attualissimo. Dove c’è chi, da una parte, distingue tra padri, madri, figli “veri” o “finti”, e chi, dall’altra, invoca le ragioni del cuore dissolvendo ogni differenza.
Maria Amelia Monti porta a Coreglia Antelminelli uno spettacolo destinato a far discutere, perché tocca un nervo scoperto della società (perlomeno quella italiana): l’adozione. Oggi, che la famiglia tradizionale – baluardo dei conservatori – sembra ormai al tramonto, ha ancora senso parlare di famiglie “vere” e famiglie “finte”. Ha ancora senso la distinzione?
L’amore – parafrasando Calvino – non ha confini se non quelli che gli diamo. Dove arriva l’amore, arriva la famiglia. “La lavatrice del cuore“, il testo scritto da Edoardo Erba (il marito della Monti) andato in scena ieri sera alla Limonaia del Forte, fa riflettere sul diritto alla genitorialità e alla figliolanza acquisite.
Si ride, si scherza, ma, in fondo, ci si prende maledettamente sul serio. Perché alla base di tutto ci sono le lettere – quelle vere – di genitori e figli adottivi che, come Maria Amelia ed Edoardo (la coppia, nella vita reale, ha tre figli, di cui uno adottivo, originario dell’Etiopia), hanno dovuto – e devono tuttora – fare i conti con i pregiudizi, i paradossi e le ingiustizie di un paese ancora pieno di contraddizioni.
Tra domande intelligenti e domande sciocche, tra sensatezze e insensatezze burocratiche, tra logiche e assurdità pratiche il ritratto che viene fuori è quello di un’Italia che ancora cerca la bussola nel caos genitoriale di un mondo sempre più emancipato e fluido.
“Padre non è colui che genera. Padre è colui che genera e se ne rende degno” scriveva lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij. La stessa massima, si potrebbe applicare alla madre e ai figli. Non ci sono solo i legami di sangue. Ci dovrebbe essere, alla base, anche una fiducia conquistata.
C’è molta Natalia Ginzburg in Maria Amelia Monti. O, forse, c’è molta Natalia Ginzburg in ognuno di noi. Molto “lessico famigliare”. Molto detto – e non detto – che fa da collante nei nostri rapporti. Molto sommerso difficile da spiegare a chi, cieco di fronte all’evidenza, fa finta di non capirlo e si appella al concetto astratto di “normalità”.
In prima fila, ad assistere alla rappresentazione, l’amministrazione comunale con il sindaco Marco Remaschi, l’assessore alle politiche culturali Lara Baldacci e la consigliere comunale Matilde Gambogi. Molto riuscito l’accompagnamento musicale – kazoo (di contiana memoria) e violoncello – del maestro Federico Hodling. La serata è stata presentata dal comune di Coreglia in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo.
La lavatrice del cuore altro non è che il cuore meccanico di Malzieu: uno strumento per difendersi dalla notte più fredda del mondo.
Foto di Nicola Tognetti
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Maria Amelia Monti a Coreglia: lettera a un bambino… adottato. Genitori si nasce o si diventa?
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