La migrazione, le radici e il nomadismo interiore non appartengono soltanto a chi lascia il proprio paese, ma riguardano tutti, perché ogni vita porta con sé una ricerca di identità e di futuro.
Ieri, presso l’associazione Gli Incartati di Fornaci di Barga, è stata coinvolgente la presentazione del libro “Le custodi della memoria” di Michaela Šebőková Vannini, scrittrice slovacca di origini ungheresi, ormai da anni residente in Italia. A dialogare con lei è stata Anna Maria Marchetti, che ha guidato il pubblico dentro i dodici racconti e il saggio che compongono l’opera, offrendo spunti per una riflessione più ampia sul tema della memoria, delle radici e della migrazione.
Michaela, che ha esordito con Dal diario di una piccola comunista (2013, nuova edizione 2020), ha raccontato la sua esperienza di bilinguismo: “Nel mio paese d’origine era normale mischiare le lingue. I miei nonni parlavano ungherese, i miei genitori frequentavano scuole slovacche. Io stessa fino a tre anni ho parlato solo ungherese.“
Il passaggio all’italiano, imparato da autodidatta dopo una vacanza in Italia, in Romagna, e poi il trasferimento negli anni ’90, è diventato la lingua delle sue opere: “Ho iniziato a scrivere in italiano perché era la lingua che vivevo ogni giorno, e perché molte persone mi chiedevano com’era stata la mia infanzia nella Slovacchia comunista. Scrivere è stato un modo per rispondere e, allo stesso tempo, per non dimenticare”.
Sul nuovo libro, Le custodi della memoria, Michaela ha spiegato che i racconti “nascono da episodi vissuti o ascoltati, piccoli nuclei che crescono finché non riesci più a contenerli nella mente e devi scriverli”. L’obiettivo è chiaro: “Emozionare nel senso profondo del termine, muovere la curiosità e i pensieri del lettore, lasciando sempre un filo di speranza”.
Particolarmente toccante la questione dedicata alle donne migranti che, arrivate in un nuovo paese, si trovano spesso imprigionate nel silenzio linguistico. “Sono i bambini ad aiutarle: prendendo in mano i libri insieme alle madri, possono fare da ponte verso la nuova lingua”.
Il dialogo ha toccato anche il tema della traduzione poetica, che per Michaela rimane una sfida complessa: “È molto difficile rendere in un’altra lingua lo stesso spessore dei sentimenti. Bisogna cercare di mantenere lo spirito del testo, anche se la rima e il ritmo, la musicalità, inevitabilmente cambiano”.
La serata si è conclusa con la consapevolezza che Le custodi della memoria non sia solo un libro, ma un invito ad aprire lo sguardo.












