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Redazione
ANNO XIVgiovedì 10 Settembre 2026
ponte a moriano

“Novecento”, l’arte di suonare i tasti di Dio: da applausi il monologo jazz al “Nieri”

Si può essere dei maestri nell’arte e dei dilettanti nella vita. Si può pensare che il mondo finisca lì, su quell’ultimo tasto bianco del pianoforte. O immaginare, noi stessi, di essere un tasto di uno strumento infinitamente più grande.

C’è chi legge lo spartito con l’assoluta certezza che oltre quelle righe non vi sia niente. Che tutte le note abbiano un loro preciso posto sulla griglia. Che qualsiasi melodia possa essere trascritta e riprodotta.

È un’illusione di onnipotenza. Una cieca presunzione. Non c’è matematica o geometria che spieghi il mistero di Dio.

Novecento“, il bellissimo monologo di Alessandro Baricco, è un inno all’infinito. A chi ha il coraggio di fare il terzo gradino e di scendere dalla confortevole nave su cui viaggia. A chi compie il salto quantico della messa in discussione delle proprie idee.

È stato bravo Fabrizio Perrone, ieri sera, a portare in scena questo testo reggendo il palco, per un’ora e mezza, da solo. Al Teatro “Nieri” di Ponte a Moriano ha tenuto alto il nome della Compagnia Filodrammatica Orenese, la più antica della Brianza, nel contesto del Gran Premio del Teatro Amatoriale Italiano organizzato dalla F.I.T.A., quest’ultima rappresentata in sala dai vertici nazionali.

La fantastica storia del pianista prodigio Danny Boodmann (un’assonanza palese con il grande compositore jazz statunitense Benny Goodman, uno dei padri dello swing) T.D. Lemon Novecento, che un giorno decide di scendere dal Virginian sul quale è nato e cresciuto per toccare finalmente terra e vedere il mare dall’altra parte (“Non è la stessa cosa” dice).

Bella la regia, a firma dello stesso Perrone e di Mattia Nodari, anche se, forse, si poteva osare di più. Poco o niente si è cambiato rispetto al testo originale, se non l’aggiunta di un turpiloquio fine a se stesso. Molto intrigante il gioco di luci, funzionali ad ogni cambio di scena pur con un set minimale che, essenzialmente, rimane sempre lo stesso e non muta mai. Solo 10 panchetti in legno e una ruota gigante abbozzano la nave, tratteggiano il porto e mimano le onde.

Ogni tanto si sente l’eco in sottofondo di qualche brano jazz. Qualche accenno di piano. La musica, però, non è predominante sulla scena. E, visto il testo, forse ci si sarebbe aspettati qualcosa di più. Ma fa lo stesso. Perrone è bravo a tenere alta l’attenzione del pubblico. Lo fa con il suo talento attoriale che è anche performance atletica: un equilibrista, un acrobata, un saltinbanco.

Chissà cosa c’è al di là di quel limite invalicabile che è la fantasia. Il nulla? Il tutto? L’eternità? Certo fa paura quel muro che divide ciò che conosciamo dal resto. “Non c’è barriera più paurosa dell’infinito che si spalanca” scriveva Hugo. È coraggioso o folle chi oltrepassa la frontiera?

Foto di Domenico Bertuccelli

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