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Redazione
ANNO XIVgiovedì 10 Settembre 2026
ponte a moriano

Pirandello chiude il Gran Premio: quando il tribunale è la coscienza, ogni accusa è condanna

La domanda è: si è colpevoli di un crimine commesso nel sonno? Posta così, la questione può far sorridere. Certo che no – è la risposta ovvia: il sogno non è la realtà. Eppure, c’è un dito inquisitore che spaventa più di ogni altro: quello della coscienza, che accusa e condanna nel tribunale della propria mente.

Un delitto, se consumato all’interno della propria scatola cranica, si può definire – tutto sommato – innocente; ma, allora, cosa spinge il reo a confessarlo? Cosa lo induce all’ammissione di un “reato” che, in fondo, non ha mietuto vittime?

C’è un giudice-tiranno che alberga in ogni uomo, le cui sentenze sono già scritte e inappellabili.

Non si sa come” – il dramma di Luigi Pirandello messo in scena ieri sera dalla compagnia ligure Il Teatro dell’Albero a Ponte a Moriano, come ultimo appuntamento del Gran Premio del Teatro Amatoriale Italiano della F.I.T.A. – offre un punto di vista inedito sulla giustizia al di là delle convenzioni sociali: è da assolvere chi, senza volontà, si macchia di una colpa?

L’interrogativo – di un’attualità disarmante – apre, in realtà, a scenari pericolosi e inquietanti: un raptus involontario, ad esempio, può essere considerato un’attenuante? In fondo, è nel sonno della ragione che la maggior parte degli individui si abbandona alle peggiori nefandezze. Ma se non ci sono né volontà né coscienza: allora chi guida la mano dell’omicida?

Carlo Senesi dirige quest’opera, di grandi dilemmi, in modo molto impostato. Ricorre ad una scenografia piatta, perfettamente simmetrica, dove due piccoli specchi sembrano alludere alla crisi dell’io dei personaggi pirandelliani – con un velato rimando al celebre incipit del capolavoro Uno, nessuno e centomila.

Sul palco due coppie: Romeo (Francesco La Sacra) e Bice (Daniela Di Gregorio) e Giorgio (Paolo Paolino) e Ginevra (Loredana De Flaviis). Poi c’è Nicola (Vincenzo Genduso). La sua apparizione getta un’ombra sulla scena. Tutto viene messo in discussione: la fiducia nell’altro, l’identità propria e altrui.

Come un castello di sabbia che, improvvisamente, si sgretola all’impatto di un’onda.

Romeo, in preda ad un febbricitante senso di colpa, decide di scontare la condanna che si è auto-inflitto: la prigione? No, al contrario: la libertà più assoluta. Il dissolvimento della propria identità sociale, ovvero la deposizione della maschera che la società costringe ad indossare. E qui non può che riecheggiare Il fu Mattia Pascal.

Qualcuno in sala sonnecchiava. Ma è ingiusto. Di fronte a un’opera di Pirandello – anche se la resa non è brillante – non si può rimanere indifferenti. Il testo è come un baratro entro cui sprofondare. Un abisso insondabile. E dolce è il naufragar in questo mare del pensiero.

Foto di Domenico Bertuccelli

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