Tra pochi giorni prenderà il via la ventesima edizione del Teatro di Verzura di Borgo a Mozzano. L’apertura è fissata per mercoledì 17 giugno alle ore 21, nel giardino dell’ex Convento delle Oblate, con un ospite di assoluto prestigio: il giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, che presenterà i suoi libri “Navigare senza paura” e “La scelta”. Un avvio col botto per una manifestazione che, negli anni, è diventata uno degli appuntamenti culturali più importanti della Valle del Serchio.
In attesa dell’inaugurazione, La Gazzetta del Serchio ha voluto incontrare Francesco Poggi, l’uomo che molti anni fa ebbe l’intuizione e la determinazione di dare vita a questa straordinaria esperienza culturale.
Come nacque l’idea del Teatro di Verzura?
“L’idea nacque da una convinzione molto semplice: la cultura non appartiene soltanto alle grandi città. Anche un piccolo paese può diventare un luogo di incontro, di confronto e di crescita. Borgo a Mozzano aveva tutte le caratteristiche per ospitare una manifestazione capace di unire bellezza, riflessione e partecipazione. Volevamo creare uno spazio aperto dove le persone potessero ascoltare e dialogare con protagonisti della vita culturale italiana. Far capire che la Valle del Serchio non è una periferia culturale. Spesso siamo portati a pensare che gli eventi importanti debbano svolgersi altrove. Io ho sempre creduto il contrario: se si lavora con serietà e passione si possono portare qui persone di altissimo livello e costruire occasioni di crescita per tutta la comunità”.
Si aspettava il successo che il Teatro di Verzura ha poi ottenuto?
“Sinceramente no. Speravo che l’iniziativa fosse apprezzata, ma non immaginavo una partecipazione così costante negli anni. Vedere ogni sera tante persone, spesso provenienti anche da fuori provincia, era una grande soddisfazione. Significava che esisteva una domanda di cultura e di approfondimento che forse qualcuno aveva sottovalutato”.
Quali sono stati i momenti che ricorda con maggiore emozione?
“Gli incontri sono stati molti e sarebbe difficile citarne soltanto alcuni. Quello che mi emozionava era vedere il pubblico partecipare, fare domande, fermarsi a parlare anche dopo la conclusione degli eventi. Il Teatro di Verzura non era soltanto uno spettacolo: era un luogo di relazione e di confronto”.
Che cosa è rimasto oggi di quell’esperienza?
“È rimasta la dimostrazione che si possono realizzare progetti importanti anche in territori piccoli. È rimasta una rete di amicizie, di contatti e di persone che hanno condiviso quella stagione. E credo sia rimasta soprattutto una consapevolezza: la cultura può essere uno strumento di sviluppo sociale e civile”.
Pensa che il Teatro di Verzura abbia lasciato un’eredità alla Valle del Serchio?
“Credo di sì. Molte iniziative nate successivamente hanno dimostrato che il territorio ha acquisito maggiore fiducia nelle proprie capacità organizzative. Quando una comunità riesce a ospitare eventi di qualità cresce anche la sua autostima collettiva”.
Che cosa si potrebbe fare oggi per valorizzare quell’eredità?
“Occorrerebbe investire maggiormente sui giovani, sulle scuole e sulle associazioni. La cultura non può essere delegata a poche persone. Deve diventare un progetto condiviso. Servono luoghi di incontro, occasioni di dibattito e la capacità di fare rete tra istituzioni e volontariato”.
La Valle del Serchio ha bisogno di più risorse o di più coraggio?
“Forse di entrambe le cose, ma soprattutto di coraggio. Le risorse sono importanti, ma spesso la differenza la fanno le idee e la volontà di mettersi in gioco. Quando abbiamo iniziato il Teatro di Verzura non avevamo certezze, avevamo però entusiasmo e convinzione”.
Se il Teatro di Verzura dovesse rinascere ancora una volta, come lo immaginerebbe?
“Lo immaginerei come un laboratorio permanente di idee. Un luogo dove si parla di cultura, economia, ambiente, innovazione, giovani e futuro. Un luogo aperto, capace di coinvolgere le nuove generazioni e di dialogare con il mondo senza perdere il legame con il territorio”.
Quale messaggio desidera lasciare ai cittadini della Valle del Serchio?
“Di credere nelle proprie potenzialità. La nostra terra possiede storia, tradizioni, paesaggi e persone di grande valore. Non dobbiamo limitarci a conservare ciò che abbiamo ricevuto, ma avere il coraggio di costruire qualcosa di nuovo. Le comunità crescono quando sanno guardare avanti”.
Francesco Poggi quale immagine conserva nel cuore del Teatro di Verzura?
“Le serate d’estate, il pubblico seduto ad ascoltare in silenzio, le luci che si accendevano e la sensazione che, almeno per qualche ora, Borgo a Mozzano fosse diventato il centro di una grande conversazione collettiva. È questa l’immagine che porto con me: una comunità che si ritrova per pensare, ascoltare e crescere insieme”.
