Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di Amedeo Biagioni circa il dibattito sul “benessere” nelle nostre comunità che non può essere separato dalla realtà quotidiana che viviamo:
“Dicono che dovremmo raccontare il benessere. Dicono che qui si vive bene, che la natura consola, che la comunità sostiene. E tutto questo è vero, ma non è tutta la verità.
La verità intera non sta solo nei verdi panorami, ma spesso nelle- aspre crepe. Non solo nei sentieri, ma nelle strade vuote. Non solo nei sorrisi, ma nelle tristi partenze. E ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare del “vivere bene qui”, io sento che manca un pezzo: dove fa male.
Perché il benessere, da solo, non spiega niente. È un concetto monco, se non si guarda anche ciò che lo incrina. Non è scientifico, non è onesto, non è utile. È come misurare la salute ignorando il dolore.
La mia valle è bella, sì. Ma è una bellezza che non basta a trattenere chi se ne va. Ogni anno un giovane in meno, un negozio che chiude, un autobus che non passa più. Ogni anno un pezzo di futuro che si sposta altrove.
E allora mi chiedo: che senso ha parlare di benessere senza nominare il malessere che lo avvolge stretto? Che senso ha raccontare solo ciò che funziona, quando ciò che non va decide la vita delle persone?
L’altra sera ho incontrato l’anziano Renato, seduto sulla panchina davanti alla chiesa. Guardava il paese come si guarda un figlio che non si riconosce. “Qui si vive bene”, mi ha detto. Poi ha aggiunto piano: “Ma ora si vive soli”.
Quella frase mi ha colpito più di qualsiasi statistica. Perché il benessere non è un manifesto da appendere, è un equilibrio fragile. È fatto di relazioni, servizi, lavoro, possibilità. E quando queste cose mancano, il benessere diventa un privilegio di pochi, non un diritto di tutti.
Per questo penso che raccontare solo il lato luminoso sia un errore politico, prima ancora che scientifico e narrativo. È mettere i paraocchi a una comunità che avrebbe invece bisogno di guardarsi allo specchio. È costruire una storia sdolcinata che consola, ma non cambia nulla. È un modo elegante per non disturbare nessuno.
Io credo che il vero benessere cominci dal riconoscere il malessere. Dal nominarlo senza paura. Dal dire che qui si vive bene e che qui si fa fatica. Che la qualità dell’aria non compensa la mancanza di lavoro. Che la bellezza dei boschi non riempie le scuole vuote. Che la solidarietà fra pochi non può sostituire i servizi che non ci sono più.
Solo così si può progettare qualcosa di nuovo. Solo così si può immaginare un futuro che non sia una cartolina. Solo così si può costruire un benessere vero, non un racconto di facciata.
Per questo partecipo, a modo mio. Non per dire che “stiamo bene qui”, ma per dire che vogliamo stare bene qui. E che per riuscirci dobbiamo partire da dove fa male, non da dove è comodo guardare.
Perché il bene, quello autentico, comincia sempre da lì: dal punto esatto in cui qualcuno ha il coraggio di dire la verità”.