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Redazione
ANNO XIVgiovedì 10 Settembre 2026
ponte a moriano

Un caleidoscopio di emozioni al Teatro Nieri: cinque donne, cinque frammenti di storia in movimento

È la passione che guida il racconto a dare un anelito di vita alle cose. Una musica si può ascoltare con l’orecchio, oppure sentire con l’anima. Così un monumento, un quadro, un ritratto: sono natura morta, se l’occhio di chi osserva è passivo.

Un maestro lo si riconosce dalla capacità di stimolare il desiderio nel suo allievo. E, nel farlo, è necessario avvertire il trasporto verso ciò che declama. Allora anche uno statico museo diventa uno spazio dinamico dove le opere, immobili, improvvisamente si incarnano e dialogano tra loro. Ombre, che si muovono come fantasmi sul palcoscenico della fantasia.

Ieri sera, al Teatro “Idelfonso Nieri” di Ponte a Moriano, il Gran Premio del Teatro Amatoriale Italiano ha salutato la 10^ edizione con uno spettacolo fuori gara, pensato appositamente per la cerimonia conclusiva: “Fram-menti di donne in movimento“. Un’opera originale, firmata – sia per la drammaturgia che per la regia – da Alessandro Lutri che ha messo in scena cinque donne lucchesi, diverse tra loro ma accomunate dal segno tangibile lasciato nella storia di questa città.

Donne del passato, con un forte riverbero nel presente. Simboli, effigi che hanno resistito all’oblio del tempo e che si sono eternati fino a diventare archetipi per il mondo femminile e non solo. Modelli universali di seduzione, di umanità, di grazia, di intelligenza, di forza.

Lucida Mansi, Zita dei Fiori, Gemma Galgani, Ilaria Del Carretto, Elisa Baciocchi. Nomi che appartengono al patrimonio genetico di una città che si riconosce in determinati valori. In un’identità comune. Secolare. Millenaria.

Il palco, magicamente, si trasforma in una grande sala espositiva dove gli studenti del liceo “Passaglia”, guidati dal loro maestro (un Salvatore Pagano sopra le righe, teatrale nel tono e nelle movenze, ostacolato unicamente dalla voce che, non supportata dal microfono, ha faticato a raggiungere le ultime file), si aggirano, con religioso silenzio, tra i reperti di un’umanità che trasuda ancora di bellezza.

Geniale l’idea alla base. Azzeccata anche la scenografia (ideata da Domenico Troiani e realizzata dagli studenti del corso di scenografia del Liceo Artistico Musicale Passaglia di Lucca). Bello il gioco di luci. Perfetta la scelta artistica dei brani e i tempi di esecuzione. Cinque pannelli scuri: uno per ogni donna immortalata sull’altare della storia. Altrettante figure – quella di Lucida, di Zita, di Gemma, di Ilaria, di Elisa – stagliate sullo sfondo. Ferme, scultoree. Il silenzio doveroso, rispettoso di chi si addentra, in punta di piedi, in una zona proibita del tempo.

Poi tutti fuori dalla sala. La visita è finita. Rimangono le opere, immutabili. Inscalfibili. E allora comincia il film del curatore, ovvero del maestro Salvatore. Un personaggio di cultura che vive la musica che ascolta. Che dirige un’orchestra assente, nel privato godimento della melodia che fuoriesce da un antico grammofono.

Improvvisamente la calma piatta del museo si infiamma: Lucida (una bravissima e sensuale Marianna Perilli) balla una danza tribale, braccata da uomini avidi, senza volto, assetati di corpi; Zita si alza per assistere poveri indigenti, pellegrini senza mèta, attanagliati dai morsi della fame e del freddo; Gemma trasporta il peso della sua croce tra le bombe, tra le macerie di un mondo distrutto, come Cristo diretto sul Golgota; Ilaria si toglie le vesti e si erge in tutta la sua monumentalità che è fine e silenziosa; Elisa gioca con i bimbi, mentre la terra si ripiega sotto il peso dei pregiudizi.

Alla fine rimane Salvatore, da solo. Con il suo grammofono. Un’immagine forte, forse salvifica. L’ultimo superstite di una razza in estinzione. Seduto lì, sul suo antico panchetto, con lo smoking addosso, e una malinconia che lo permea, pensa tra sé: forse non tutto è perduto. Una fiamma resiste anche sotto la brace.

Foto di Domenico Bertuccelli





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