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Redazione
ANNO XIVmercoledì 9 Settembre 2026
intervista

Yassi Jahanmir, dagli States a San Romano: “Con ‘Spoiled’ torno alle mie origini”

Il 28 giugno il Teatro della Stazione di Villetta San Romano ospiterà l’anteprima nazionale di Spoiled, intensa e coinvolgente produzione teatrale internazionale scritta dalla acclamata drammaturga Elizabeth Hess e diretta da Yassi Jahanmir, regista statunitense con origini garfagnine.

Riunendo artiste e artisti provenienti da diversi Paesi e tradizioni teatrali, Spoiled affronta i temi del potere, del silenzio, della resilienza e della violenza di genere attraverso un linguaggio scenico di forte impatto visivo ed emotivo.

Per la regista Yassi Jahanmir, tuttavia, questa anteprima assume anche un significato profondamente personale. La sua famiglia affonda infatti le proprie radici a San Romano in Garfagnana: la sua bisnonna nacque negli Stati Uniti, ma tornò da neonata a Naggio, dove crebbe, prima di rientrare negli USA all’età di 18 anni. Fu lì che conobbe il futuro marito, anch’egli originario della Garfagnana, precisamente di Pieve Fosciana. A quasi un secolo di distanza, presentare il proprio lavoro nella terra delle proprie origini rappresenta per la regista un viaggio artistico e personale al tempo stesso.

In vista dell’anteprima La Gazzetta del Serchio ha incontrato Yassi Jahanmir per parlare della nascita di Spoiled, del ruolo del teatro nell’affrontare temi sociali e del significato di tornare nella terra della propria famiglia.

Com’è nata l’idea di dirigere questo spettacolo?

“Ho conosciuto la drammaturga durante un workshop per registi in Umbria. È una storia divertente: da bambina adoravo una serie televisiva in cui lei interpretava il ruolo della madre, quindi all’inizio ero quasi intimorita dall’incontrarla. Poi abbiamo iniziato a conoscerci, siamo diventate amiche e abbiamo scoperto di condividere una visione artistica ed estetica molto simile. È stata lei a propormi di dirigere Spoiled in italiano e ho accettato immediatamente”.

Cosa rende questa storia particolarmente significativa per il pubblico di oggi?

“Credo che l’opera riesca a raccontare molto bene le strutture che alimentano la violenza di genere. Attraverso storie individuali provenienti da diverse parti del mondo mostra come sia l’intera società a contribuire alla creazione di un contesto in cui queste violenze possono verificarsi. Da qui nasce la possibilità, per noi artisti e per il pubblico, di riflettere su come trasformare in meglio le norme sociali e di genere”.

La sua famiglia ha profonde radici a San Romano in Garfagnana. In che modo questa storia familiare ha influenzato la sua identità?

“È una domanda molto complessa. Conservo un ricordo meraviglioso della mia bisnonna: era un’ottima cuoca, lavorava sempre a maglia o all’uncinetto e aveva sempre un piccolo pensiero gentile per me. Sono cresciuta con un forte orgoglio per le mie origini italiane, ma allo stesso tempo quella cultura mi sembrava molto lontana. Sono anche per metà iraniana e completamente americana. Negli Stati Uniti non mi sono mai sentita completamente italiana e, allo stesso modo, pur riconoscendo molte familiarità culturali tramandate dalla mia famiglia, so che in Italia non sarò mai completamente italiana. Qui, in paese, sono “l’Americana”. Eppure è stata proprio questa storia familiare a spingermi a studiare italiano all’università, a trascorrere un periodo di studio in Italia e a rafforzare progressivamente il mio legame con questo Paese”.

Cosa significa oggi tornare qui con il suo lavoro?

“Mi sento profondamente connessa all’Italia, come se qui trovassi una parte della spiegazione di chi sono. Vivendo in Garfagnana negli ultimi due anni e conoscendo tanti parenti lontani, continuo a essere “l’Americana”, ma non mi sento nemmeno una vera estranea. Credo di vivere proprio nel trattino tra “italiana” e “americana”: non completamente una né completamente l’altra, e in qualche modo entrambe allo stesso tempo. Mi sento davvero fortunata a poter presentare il mio lavoro qui. Una delle ragioni che mi ha portata a trasferirmi in Italia è che nella cultura italiana percepisco un’attenzione più profonda verso l’arte e la cultura. Sentivo che qui avrei potuto trovare una comunità più accogliente per il mio teatro. Il sostegno che ho ricevuto da San Romano in Garfagnana non ha fatto altro che rafforzare questa convinzione”.

Lo spettacolo affronta il tema della violenza di genere. In che modo il teatro può contribuire a creare dialogo e consapevolezza su questi temi?

“Quando ascoltiamo queste vicende al telegiornale proviamo tristezza per ciò che è accaduto e per le persone coinvolte, ma nella nostra immaginazione restano episodi isolati, che sembrano lontani dalla nostra vita quotidiana. Il teatro, invece, è per sua natura un’esperienza collettiva, sia nel processo creativo sia nella sua fruizione. Ed è proprio questa dimensione comunitaria che permette di comprendere la violenza da una prospettiva diversa. Esistono molti modi per costruire una comunità, e il teatro è certamente uno di questi. Le conversazioni che nascono tra gli spettatori, o anche quei piccoli cambiamenti di prospettiva che uno spettacolo può generare, ci aiutano a parlare e a riflettere in modo diverso su questioni fondamentali della nostra società, permettendoci anche di riconoscere i modi in cui, inconsapevolmente, possiamo contribuire a perpetuare determinati modelli culturali”.

Come descriverebbe il linguaggio visivo ed emotivo dello spettacolo?

Spoiled è composto originariamente da trentadue storie. Io ne ho selezionate sei, scegliendo quelle in cui l’espressione artistica convive con la violenza: momenti nei quali la creatività diventa uno strumento per raccontare, comprendere, attraversare e sopravvivere a esperienze terribili. Questo si collega profondamente al motivo per cui facciamo teatro. L’arte ci offre la possibilità di condividere collettivamente il peso degli aspetti più difficili del nostro mondo”.

Cosa caratterizza questo spettacolo?

“Uno dei linguaggi visivi ed emotivi di Spoiled è proprio l’espressione creativa delle donne: dalla danza al canto, dalla poesia ai centrini che compongono la scenografia. Un’altra ispirazione fondamentale è stata la comunità. Sebbene i testi siano stati scritti come monologhi, ho scelto di metterli in scena come un lavoro d’ensemble: l’intero cast partecipa infatti a ciascun racconto. Credo che la comunità rappresenti uno degli strumenti più importanti per affrontare i problemi della nostra società e immaginare nuovi modi di stare insieme. Per questo era fondamentale che ogni storia fosse sostenuta dalla presenza del gruppo”.

Spoiled riunisce artisti provenienti da Paesi e percorsi diversi. In che modo questa collaborazione internazionale ha arricchito il processo creativo?

“L’opera ha una prospettiva globale, quindi mi è sembrato naturale costruire anche il processo creativo e il cast su una dimensione internazionale. Del resto, la mia vita personale e professionale si sviluppa da sempre tra Stati Uniti e Italia; inoltre ho vissuto in Kuwait, ho un padre iraniano e radici italiane. Questo è semplicemente il mio modo naturale di guardare il mondo. La collaborazione internazionale ci ha permesso di cogliere le sfumature con cui culture diverse affrontano il lavoro teatrale: dalle modalità creative fino al modo di organizzare una giornata di prove”.

Cosa significa lavorare con diverse culture?

“Ho imparato moltissimo lavorando con persone formate in differenti tradizioni artistiche. Inoltre, raccontando storie profondamente legate a specifici contesti culturali, era essenziale collaborare con artisti che conoscessero davvero quelle tradizioni. Abbiamo quindi lavorato con coreografi provenienti dall’India, dal Libano e dalla Nuova Zelanda, che non si sono limitati a insegnarci i movimenti delle danze, ma ci hanno trasmesso anche il loro significato culturale. Per me era importante non limitarsi a riprodurre dei passi, ma comprenderne il valore nelle culture da cui provengono”.

Cosa significa per lei presentare l’anteprima nazionale di Spoiled a San Romano in Garfagnana?

“Le piccole comunità e le aree rurali ospitano meno eventi culturali rispetto alle grandi città non perché manchi l’interesse del pubblico, ma perché portare qui spettacoli in tournée è economicamente molto più difficile. Vivendo in Garfagnana negli ultimi anni, ho visto che ogni evento culturale a cui ho partecipato era pieno di spettatori, mentre a Roma o a New York capita spesso di vedere sale semivuote. E soprattutto qui ho avuto alcune delle conversazioni più profonde dopo gli spettacoli”.

Quale ruolo possono avere gli eventi culturali nella vitalità delle piccole comunità e delle aree rurali?

“Credo che esista un autentico desiderio di cultura e apprezzo moltissimo il sostegno che San Romano in Garfagnana offre a queste iniziative. Sono attività fondamentali per le piccole comunità, perché permettono alle persone di ritrovarsi, rafforzano il senso di appartenenza e costruiscono identità condivise. Che si tratti del Maggio o di un concerto rock, sono questi momenti di incontro a creare comunità e a stimolare il confronto, evitando che ciascuno resti semplicemente chiuso in casa davanti a una piattaforma di streaming”.

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