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Redazione
ANNO XIVmercoledì 16 Settembre 2026
kibaya

Terrorismo islamico o gioco di potere?

Dal 10 al 12 luglio Seul, la capitale coreana, ha ospitato un incontro della fondazione pontificia “Aiuto alla chiesa che soffre”. In questa occasione, il cardinale Philippe Ouédraogo, uno dei principali relatori, ha pronunciato un messaggio molto toccante sulla situazione della sicurezza in Burkina Faso e nel Sahel.

Il suo intervento è stato pubblicato sul giornale online le Fasonet il 23 luglio. Ve lo propongo integralmente.

INTRODUZIONE

Eminenze, Eccellenze,

Illustri partecipanti al simposio,

Signore e signori,

Innanzitutto, vorrei rivolgere alla nostra augusta assemblea un cordiale saluto dall’Africa, dal Burkina Faso, in particolare dalla Chiesa della Famiglia di Dio di Ouagadougou, di cui sono Arcivescovo emerito dal 16 dicembre 2023. Permettetemi di salutare in modo particolare Sua Eminenza il Cardinale Andrew YEOM SOO-JUNG, Arcivescovo emerito di Seul. Creati Cardinali insieme il 22 febbraio 2014 da Papa Francesco, siamo rimasti amici. Con lui, rendiamo grazie a Dio per la fruttuosa cooperazione missionaria tra l’arcidiocesi di Seul e quella di Ouagadougou.

Al reverendo padre John PAK e a tutti gli organizzatori, esprimo la mia sincera gratitudine per il gentile invito a partecipare al decimo anniversario dell’organizzazione della Chiesa che soffre in Corea.

“La Chiesa in Burkina Faso, testimone di speranza di fronte alla persecuzione dell’estremismo islamista violento” è il tema proposto per la mia presentazione. Grazie sincere per il vostro interesse verso la sofferenza della nostra umanità, della nostra casa comune. Sono in mezzo a voi per dare testimonianza come figlio e pastore di una terra devastata dal terrorismo violento in Burkina Faso, nel Sahel dell’Africa occidentale. Sono venuto per portare la voce di un popolo senza voce, che soffre ma lotta per restare in piedi con dignità e vera pace.

La nostra presentazione-testimonianza si svilupperà in diverse prospettive tra cui:

– La tragedia della violenza terroristica in Burkina Faso

– La missione e la testimonianza della Chiesa cattolica

– La sfida della coscienza mondiale.

I. La tragedia della violenza terroristica in Burkina Faso

Da quasi un decennio il Burkina Faso è diventato, suo malgrado, teatro di una violenza multiforme, persistente, omicida e metodica. Una violenza che ha preso piede e si sta diffondendo ciecamente tra la popolazione. Il paese è gradualmente sprofondato in un ciclo di instabilità caratterizzato da attacchi mortali, rapimenti, distruzione di infrastrutture statali e private, sfollamenti di massa della popolazione, per non parlare dei successivi colpi di stato militari… Diverse regioni del paese sono state colpite.

Le cifre sono impressionanti. Secondo i dati dell’UNHCR, dell’OCHA e i rapporti incrociati delle ONG nazionali e internazionali del 2024:

– Più di 8.000 persone sono state uccise in attacchi mirati, scontri armati o nell’uccisione di civili innocenti. E questo senza contare i dispersi, i feriti, i mutilati fisicamente e psicologicamente.

– Ad oggi sono stati registrati più di 2,2 milioni di sfollati interni, la maggior parte dei quali sono donne, bambini e anziani. Interi nuclei familiari vivono in condizioni precarie, in accampamenti di fortuna, senza un accesso stabile all’acqua, al cibo, all’istruzione o all’assistenza sanitaria di base.

– Sono più di 35.000 i rifugiati burkinabé fuggiti nei paesi vicini (Togo, Ghana, Benin, Costa d’Avorio), in situazioni di grave insicurezza alimentare.

– Quasi 6.000 scuole sono state chiuse, privando più di un milione di bambini del loro diritto fondamentale all’istruzione. Un’intera generazione viene sacrificata.

– Centinaia di centri sanitari sono distrutti o chiusi. La copertura sanitaria sta crollando. La malnutrizione infantile è in forte espansione. L’accesso all’assistenza psicologica è quasi inesistente.

– Centinaia di migliaia di ettari di terreni agricoli sono abbandonati. Il tessuto economico locale è disintegrato. I mercati, i granai e le strade vengono controllati o minati.

Questa tragedia oltrepassa i confini del Burkina Faso. Si inserisce in una dinamica saheliana, regionale e globale. È una sfida per l’Africa, è una sfida per l’umanità. Ad esempio, Mali, Niger e Burkina Faso, di fronte alla tragedia del terrorismo, hanno formato la Confederazione degli Stati del Sahel. Ciò che questi paesi stanno vivendo oggi è la conseguenza del disordine globale, un accumulo di debolezze ignorate, silenzi complici e, talvolta, una geopolitica cinica. Questa non è più una crisi isolata. Questa è una crisi esistenziale. Una crisi di civiltà. Ed esige una risposta umana, spirituale, istituzionale e morale all’altezza del dramma vissuto dalla popolazione.

In questa prospettiva, Papa Francesco, nella sua Enciclica Fratelli Tutti, ci interpella con chiarezza:

«La sofferenza di un popolo non è una cosa lontana. È un invito a riscoprire la consapevolezza di essere una comunità globale» (Fratelli Tutti, §25).

II. Violenza senza confini religiosi

Di fronte a questa tragica realtà, molti, da lontano, cercano di dare una spiegazione semplicistica: quella di un conflitto religioso tra cristiani e musulmani. Tuttavia, quando osserviamo più attentamente, quando ascoltiamo le popolazioni coinvolte, quando esaminiamo le storie dei sopravvissuti, delle autorità consuetudinarie, dei pastori e degli imam, emerge un quadro diverso, molto più complesso.

È vero che ci sono stati attacchi alle chiese. È vero che sacerdoti, catechisti e fedeli cristiani sono stati uccisi durante le celebrazioni liturgiche o a causa della loro fede. È vero che intere comunità cristiane furono costrette a fuggire e che templi e chiese furono incendiati, profanati o chiusi.

Ma è altrettanto vero che:

– sono state attaccate delle moschee, alcune durante le preghiere del venerdì.

– gli imam venivano giustiziati perché predicavano una versione moderata e pacifica dell’Islam

– Le scuole coraniche sono state chiuse o distrutte.

– I villaggi a maggioranza musulmana sono stati presi di mira indiscriminatamente.

In realtà, tutte le comunità sono colpite. Tutte le fedi sono in lutto. La religione viene utilizzata per ottenere potere, controllo e terrore.

Bisogna dirlo chiaramente: i gruppi armati violenti non hanno una religione. Hanno un’ideologia. E questa ideologia non ha altro scopo che seminare divisione, opporre le comunità, rompere la tradizionale solidarietà che unisce i burkinabé al di là delle appartenenze religiose. Si affidano all’ignoranza, alle ferite poco guarite, alle frustrazioni accumulate per mettere le persone le une contro le altre.

Tuttavia, il Burkina Faso vanta una lunga tradizione di pacifica convivenza religiosa. Questo tessuto sociale è oggi preso di mira proprio perché costituisce un baluardo contro l’estremismo. Distruggendo luoghi di culto, stigmatizzando gruppi e seminando paura, i gruppi estremisti cercano di distruggere non solo vite umane, ma anche un modello sociale, un patrimonio comune di fratellanza. Quindi non cadiamo nella trappola: rifiutiamo la paura, la confusione e i discorsi divisivi.

Il conflitto attuale non è religioso. È una questione politica, economica, identitaria e geostrategica. Si traveste da religione per legittimarsi, ma in realtà la tradisce. E in questa tempesta, la Chiesa del Burkina Faso continua a proclamare forte e chiaro: «Siamo chiamati all’unità, alla pace e all’amore reciproco». Per questo dobbiamo essere lucidi, coraggiosi e profondamente radicati nella nostra fede, per non cadere nella trappola della divisione. Perché una comunità divisa è una comunità indebolita: «Se una casa è divisa in sé stessa, quella casa non potrà reggere» (Marco 3,25).

In questo spirito, il Santo Padre ha ricordato nella Dichiarazione di Abu Dhabi (2019): «Il terrorismo non è causato dalla religione o dalle convinzioni religiose, ma dall’interpretazione errata dei testi sacri e da politiche ingiuste.» Non è la religione che uccide. Queste sono le ideologie dell’odio. E la nostra responsabilità è smascherarli.

III. Un serpente con teste invisibili: chi uccide? chi sta manipolando? chi ne beneficia?

Uno dei dolori più profondi del popolo burkinabé oggi risiede in questa assillante domanda, che si ripete nei villaggi, nei campi profughi, nelle chiese, nelle moschee, nei mercati: “Chi ci sta uccidendo?” E perché? »

Perché spesso gli attacchi vengono perpetrati da uomini incappucciati, armati di fucili moderni, che viaggiano in motocicletta o a bordo di pick-up. Non sempre affermano di far parte di un gruppo conosciuto. Non lasciano né un messaggio politico chiaro né una rivendicazione strutturata. A volte si presentano come vigilanti. A volte come le persone religiose. A volte come i Vendicatori. Ma molto spesso non dicono nulla. Uccidono. E scompaiono.

Questa mancanza di un’identità presunta alimenta una paura sorda. Mina la fiducia della comunità. Crea sospetti reciproci. Ciò fa sì che interi villaggi diffidino dei loro vicini, sospettino dei propri giovani, dubitino dell’imam locale, del capo quartiere, del catechista, del negoziante che viene da fuori.

Questa vaghezza è abilmente mantenuta. Fa parte di una strategia del caos. Un caos che non è spontaneo, ma pensato, alimentato, alimentato, coordinato.

Chi sono i veri mandanti di questa violenza? Chi arma questi gruppi? Chi li finanzia? Chi fornisce loro le munizioni, le informazioni, la tecnologia? Da dove provengono queste armi sofisticate che non sono presenti sui mercati locali? Perché la circolazione di kalashnikov e di ordigni esplosivi è più rapida di quella di aiuti umanitari e cibo? Chi controlla le strade? Chi controlla i flussi? Chi alimenta i conflitti intercomunitari? Chi trae beneficio da questo disturbo?

La realtà è che questo conflitto non è solo interno. È alimentata anche da questioni transnazionali. Interessi economici nascosti. Fredda logica geopolitica. Reti di traffico di oro, armi, droga ed esseri umani che sfruttano il vuoto di sicurezza per prosperare.

Stranamente, alcune delle aree attaccate coincidono con i perimetri minerari. Alcune delle rotte prese di mira sono strategiche per il trasporto delle risorse. Alcune popolazioni sfollate liberano spazi il cui valore economico non è trascurabile. Qui il caos diventa un’opportunità, una strategia di spostamento forzato, un modo per fare spazio a progetti non riconosciuti.

E intanto la gente soffre, muore, scompare.

La violenza che colpisce il Burkina Faso ha quindi molteplici volti, ma un unico scopo: controllare, dominare, sfruttare. I volti visibili a terra potrebbero essere solo quelli degli esecutori. Dietro di loro ci sono cervelli, donatori, strateghi. Parlano altre lingue, firmano in altri uffici, effettuano il cambio in altre valute.

Ecco perché è fondamentale rifiutare un’interpretazione semplicistica. Per denunciare la complicità silenziosa. E per sfidare le istituzioni internazionali, gli stati, le multinazionali, le reti religiose o economiche che, direttamente o indirettamente, permettono che ciò accada o addirittura vi prendono parte.

Il nemico non è un villaggio. Non è una religione. Non è un’etnia. Il nemico è questo meccanismo di disumanizzazione che trasforma la sofferenza dei poveri in guadagno per i potenti. E questo meccanismo deve essere fermato.

Abbiamo il dovere di rivelarlo, il coraggio di nominarlo e la fede per superarlo.

Siamo quindi chiamati a discernere. Per andare oltre le apparenze. Non solo nominiamo i colpevoli visibili, ma sveliamo anche le strutture invisibili del male. Perché questa lotta va oltre i volti umani. Affronta le forze profonde del disordine e del dominio:

“La nostra lotta non è contro sangue e carne, ma contro i principati e le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre…” (Efesini 6:12)

IV. Burkina Faso: un patrimonio di convivenza da proteggere

Il Burkina Faso non è solo un’entità geografica nel cuore dell’Africa occidentale. È una memoria viva, un crocevia di umanità, un crogiolo in cui lingue, costumi, credenze e lignaggi si sono intrecciati nel corso dei secoli. Molto prima dell’indipendenza del 1960, i popoli di questa terra impararono a considerare le loro differenze un vantaggio, non una minaccia.

Nella nazione burkinabé, la diversità non è mai stata sinonimo di frammentazione. Le comunità sono cresciute insieme: si stima che i musulmani siano il 60%, i cattolici il 20%, i seguaci della religione tradizionale il 15% e i protestanti il 5%. Tutti condividono lo stesso spazio vitale, l’acqua degli stessi pozzi, le risate degli stessi bambini, il dolore delle stesse prove… La convivenza non è mai stata una costruzione ideologica: scaturisce dalla vita quotidiana, dalle usanze, dalla saggezza degli antichi.

Ed è qui che molti architetti del caos hanno sbagliato. Questo paese poggia su fondamenta di insospettata profondità: patti di parentela, alleanze di lignaggio, legami tra clan, solidarietà tra famiglie di tradizioni diverse. Qui, il cugino scherzoso può appartenere a un altro gruppo etnico, ma porta con sé lo stesso sacro rispetto. Qui il genero è accolto come un figlio, qualunque sia la sua fede. Qui le alleanze tra famiglie di fedi diverse sono diffuse, rispettate e vissute come ponti di unità.

I legami di sangue, di parentela e di alleanza sono più forti dei discorsi d’odio. Sono più radicate delle ideologie importate, più tenaci delle manipolazioni divisive. Essi costituiscono un baluardo silenzioso ma efficace contro coloro che sognano di aizzare i burkinabé gli uni contro gli altri.

Ciò che Dio ha seminato nei cuori attraverso il filo della storia, nessuna mano distruttrice potrà mai strapparlo via in modo permanente.

Tuttavia, questa forza è ora messa a dura prova. Armi, paura e disinformazione cercano di incrinare il paziente edificio della convivenza. Voci, a volte estranee alle realtà locali, si sforzano di seminare dubbio, sfiducia, paura dell’altro. La convivenza è presa di mira non direttamente, ma in modo subdolo.

E tuttavia il popolo burkinabé resiste. Si mantiene grazie alle iniziative cittadine, interreligiose e interculturali. È tenuta insieme da leader religiosi e tradizionali che predicano la pace. È sostenuto da associazioni giovanili, leader intellettuali, giornalisti cattolici e musulmani che, insieme, svolgono azioni di dialogo, formazione e sensibilizzazione. È tenuta insieme da progetti transfrontalieri che ricollegano le persone, superando le paure.

Questo prezioso patrimonio culturale non è un’illusione. È una realtà storica, culturale, spirituale. E bisogna proteggerla come si protegge una fragile fiamma nel cuore del vento. È anche un invito evangelico:

«Per quanto possibile e per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini.» (Romani 12:18). Il Concilio Vaticano II ce lo ha insegnato con forza nella dichiarazione Nostra Aetate:

«La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle religioni. […] Essa esorta i suoi figli a conoscere, conservare e promuovere i beni spirituali e morali.» (§2)

Questa convivenza, radicata nella storia e benedetta dal Vangelo, è fondamento per ricostruire la pace. Una pace autentica, fondata sulla dignità umana, sulla memoria comune e sulla fedeltà al messaggio di Cristo: amare, comprendere, dialogare e insieme risollevare questo mondo che vacilla.

V. Quadri di dialogo, ponti comunitari, iniziative religiose e sociali

In questo contesto di minaccia multiforme e di frammentazione sociale, è confortante, e persino essenziale, sottolineare i numerosi sforzi compiuti dagli attori religiosi, sociali, comunitari e istituzionali per preservare l’unità nazionale, rafforzare la resilienza collettiva e mantenere i canali del dialogo interreligioso, interculturale e intergenerazionale.

Il Burkina Faso non soffre solo di violenza. Lui resiste. Risponde con la saggezza delle sue tradizioni, la vitalità della sua gioventù e l’impegno delle sue comunità spirituali. In tutto il Paese stanno emergendo iniziative volte a ricostruire i ponti distrutti, ripristinare la fiducia e creare spazi di dialogo condiviso.

Tra queste iniziative, si segnalano in particolare alcuni Quadri di consultazione interreligiosa per la pace. Questi quadri riuniscono i rappresentanti di tutte le principali confessioni religiose del Paese – Islam, Cristianesimo cattolico e protestante, religioni tradizionali – in una dinamica continua di dialogo, analisi condivisa delle sfide e proposte comuni per rafforzare la pace sociale. Questi dirigenti intervengono nelle mediazioni locali, nella sensibilizzazione della comunità e producono messaggi congiunti per disinnescare le tensioni.

Accanto a queste piattaforme istituzionali, si realizzano azioni concrete e spesso silenziose da parte delle comunità locali:

– Numerose sono le associazioni che operano per la pace e la coesione sociale: la Lega islamica per la pace (Ouagadougou), l’Unione fraterna dei credenti (Dori); l’Associazione protestante per il dialogo interreligioso (Ouagadougou) e la Fondazione cattolica Duc In Altum (Ouagadougou)

– Ogni anno le diocesi organizzano campi interreligiosi per i giovani, in collaborazione con i leader musulmani. Questi spazi incoraggiano la scoperta reciproca, la demistificazione degli stereotipi e la creazione di legami duraturi tra giovani di fedi diverse.

– In diverse regioni sono state avviate sessioni di dialogo tra le forze di sicurezza e i giovani leader delle comunità, contribuendo a ripristinare un clima di fiducia e a prevenire pericolose confusioni.

– Attività sportive, circoli di lettura, teatri comunitari e formazione civica sono organizzati in spazi neutri, accogliendo bambini, adolescenti, donne e uomini senza distinzioni attorno a valori condivisi.

– Non sono esclusi i movimenti di azione cattolica, in particolare la JEC (Gioventù Studentesca Cattolica), gli scout, i cori e i gruppi di preghiera. Sia nelle aree urbane che in quelle rurali organizzano:

– giornate di supporto alla comunità,

– operazioni di igiene interreligiosa,

– campagne di sensibilizzazione sulla pace e la coesione sociale,

– visite agli sfollati interni senza discriminazioni religiose o etniche.

Anche i leader intellettuali cattolici, i giornalisti, gli insegnanti, gli avvocati e gli artisti si stanno impegnando per contrastare i discorsi d’odio, promuovere i diritti fondamentali, trasmettere esperienze positive di convivenza e documentare storie di fraternità vissuta. I loro interventi, spesso trasmessi dai media religiosi e generalisti, contribuiscono a plasmare una coscienza collettiva resiliente.

In alcune zone transfrontaliere, in particolare nelle regioni orientali e del Sahel, gli incontri comunitari hanno riunito rappresentanti di diversi paesi confinanti (Niger, Ghana, Togo, Costa d’Avorio) attorno a questioni comuni: gestione delle risorse condivise, sicurezza umana, pastorizia transfrontaliera e lotta alla disinformazione. Questi incontri permettono di forgiare una diplomazia popolare, costruire alleanze comunitarie e frenare i tentativi di sfruttare affiliazioni nazionali, etniche o religiose.

Tutti questi sforzi, anche se a volte discreti, contribuiscono a mantenere viva la fiamma della pace. Dimostrano che, nonostante i tentativi di divisione, il tessuto sociale burkinabé è ancora vivo, capace di rigenerarsi, di mostrarsi solidale e di inventare nuovi modi di vivere insieme.

Costituiscono anche una lezione per l’Africa e per il mondo: la pace non è solo una parola. È un dono di Dio e il frutto degli sforzi umani. E Papa Francesco afferma senza ambiguità:

«Esiste un’architettura della pace nella quale intervengono, ciascuna nel suo posto, le diverse istituzioni della società.» (Fratelli Tutti, §284)

Il costruttore di pace non è un eroe spettacolare, ma un costruttore paziente, un seminatore di umanità.

VI. La Chiesa perseguitata ma fedele: missione e testimonianza

In questo contesto di violenza, di insicurezza diffusa, di sfollamenti di massa e di paura cronica, la Chiesa in Burkina Faso non si è tirata indietro. Non rinunciò alla sua missione evangelizzatrice. Lei non scelse né il silenzio né la fuga. Al contrario, ha messo radici, si è adattato, si è impegnato ancora di più, a rischio della propria esistenza.

Sì, sacerdoti sono stati rapiti e uccisi, catechisti e fedeli assassinati, chiese chiuse, cappelle bruciate, luoghi di preghiera deserti. Ma la Chiesa rimane lì, presente, al servizio, viva, orante, sofferente e profondamente solidale con il popolo.

Nelle parrocchie rurali come nei quartieri periferici delle grandi città, le comunità cristiane continuano a riunirsi, a volte all’aperto, a volte in modo discreto, a volte sotto minaccia. Ma pregano, cantano e condividono. Intercedono per la pace. Al termine di ogni celebrazione eucaristica si recita una preghiera per la pace.

Le suore continuano a insegnare, a prendersi cura, ad ascoltare. Accolgono donne sfollate, sostengono bambini traumatizzati e preparano pasti collettivi in scuole improvvisate. La loro sola presenza è una testimonianza. La loro calma è un punto di forza. Il loro impegno è un balsamo per le comunità scosse.

I movimenti di azione cattolica, i giovani dell’AJEC, gli scout e i gruppi di preghiera organizzano raccolte di cibo, attività di accoglienza e gruppi di discussione per gli sfollati. Pregano con i musulmani. Si rivolgono ai non credenti. Danno un nuovo significato alla solidarietà in un momento in cui tutto sembra crollare.

La Chiesa non svolge un ruolo esterno. Lei proviene dal popolo. Vive il suo dolore. Parla la sua lingua. Conosce le sue ferite. Condivide il suo pane. Tiene la mano delle vedove. Seppellisce i martiri. Benedice i bambini. Prepara il funerale con dignità. Mantiene viva la fede come una fiamma nel profondo della notte.

 Nella notte del caos, la Chiesa Famiglia di Dio del Burkina non ha lasciato il suo posto. Lei non è scappata dall’incendio. Lei rimane una sentinella vigile, umile e ferma, fedele alla chiamata di Cristo. Anche perseguitata, essa rimane in piedi e unita: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi […] sono anche le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (Gaudium et Spes, §1).

VII. Un forte appello alla coscienza globale

Ciò che accade oggi in Burkina Faso non riguarda solo il Burkina Faso. Questo dramma trascende i confini. Chiama l’umanità. Mette in discussione il significato stesso della nostra fratellanza globale. E costringe tutti – istituzioni, governi, popoli, religioni, media – a prendere una posizione chiara: continueremo a guardare dall’altra parte o ci assumeremo finalmente la nostra parte di responsabilità?

Le istituzioni internazionali sono nate dopo le grandi guerre per proteggere i popoli dagli eccessi della violenza, dalla logica dell’annientamento, dai genocidi silenziosi. Le Nazioni Unite, l’Unione Africana, le corti internazionali di giustizia, le agenzie umanitarie… Cosa stanno facendo oggi di fronte all’agonia di milioni di persone nel Sahel?

Come possiamo spiegare il fatto che così tante armi circolino in zone in cui l’accesso al cibo e all’acqua potabile è limitato? Come possiamo comprendere che droni, mine improvvisate e armi automatiche ad alta precisione possano essere consegnati quando negli ospedali scarseggiano i medicinali? Chi chiude gli occhi? Chi permette che ciò accada? Chi ne beneficia?

E gli stati potenti, che hanno la tecnologia, l’intelligence, i satelliti, le reti diplomatiche, cosa dicono? Dove sono gli appelli al rispetto del diritto umanitario? Dove sono le condanne chiare e le decisioni coraggiose? Perché alcuni Paesi vengono eternamente dimenticati nelle emergenze globali?

E le multinazionali che investono nelle miniere, che firmano accordi dietro le quinte, che a volte beneficiano degli effetti della guerra, sono pronte a mettere in discussione un modello di profitto che si basa sul collasso dei popoli?

E noi stessi, cittadini del mondo, uomini e donne di buona volontà, abbiamo la coscienza pulita? Possiamo dormire sonni tranquilli sapendo che i bambini vengono sacrificati per interessi invisibili? Che le donne vivono nella paura ogni notte? Che intere comunità vengano cancellate dalla mappa?

Non si tratta di un’esagerazione. È una realtà quotidiana. Un crimine collettivo commesso attraverso l’indifferenza e l’inazione.

È tempo di agire, di rompere il silenzio, di andare oltre i comunicati diplomatici, di trasformare le risoluzioni in impegni concreti. È tempo di fare pressione affinché le strade siano rese sicure, gli sfollati siano protetti, i responsabili siano identificati e le risorse del Sahel vadano a beneficio delle popolazioni del Sahel.

È giunto il momento che la coscienza mondiale si risvegli, che le religioni si uniscano in una dichiarazione comune, che la gente si indigni, che le istituzioni rispondano e che le multinazionali si convertano a un’etica della responsabilità.

Il silenzio, in questo contesto, non è neutrale. È un complice. E le generazioni future chiederanno: “Cosa facevi quando l’Africa bruciava?” “E tutti dovranno rispondere.

Oggi, in nome della fede, in nome della vita, in nome della dignità umana, diciamo: basta. Il sangue degli innocenti non può più irrigare l’economia globale. Il silenzio dei potenti non può più soffocare il grido dei poveri. E l’indifferenza non può più essere la risposta alla sofferenza.

È una chiamata. Questa è un’interpellanza. È una responsabilità.

Non si tratta più solo di dare l’allarme. Dobbiamo risvegliare le coscienze, esigere giustizia e denunciare i silenzi che uccidono. È un requisito biblico, tanto quanto un dovere morale:

«Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, sollevate l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Isaia 1,17).

L’appello che qui proponiamo non è volto a suscitare polemiche. Sta cercando la verità. E si aspetta risposte degne della coscienza umana.

Conclusione: la speranza come atto profetico

Di fronte all’estremismo violento che devasta vite, villaggi, ricordi e speranze, alcuni potrebbero essere tentati di concludere che tutto è perduto, che l’ombra è troppo grande, che la notte è troppo profonda, che l’umanità sta crollando. Ma questa non è la nostra interpretazione. Questa non è la nostra fede, il nostro sogno, la nostra speranza.

Siamo fermamente convinti che la storia non finisca qui. Che ciò che sembra una sconfitta può trasformarsi in fonte di rinascita. Che anche ai piedi della croce è possibile la risurrezione. Per noi la speranza non è ingenuità. È un atto profetico. È un atto di resistenza spirituale. È un atteggiamento di fronte all’assurdo, un’affermazione radicale della vita di fronte alla cultura della morte. Non si tratta di aspettare che le cose migliorino. Si tratta di agire affinché qualcosa di bello sopravviva, anche nel tumulto. È scegliere la fedeltà a Dio, all’umanità, alla dignità, là dove tutto sembra spingerci verso l’abbandono.

E la Chiesa, in questo contesto, non ha solo un ruolo morale. Ha una missione esistenziale e profetica: restare in piedi quando tutto crolla, predicare la pace quando viene imposta la guerra, proclamare la luce quando la notte si infittisce, credere nell’umanità, anche quando l’umanità è perduta.

Pertanto, concludo con questa certezza: il Caos non avrà l’ultima parola. Le bugie non trionferanno sulla verità. L’odio non vincerà l’amore. E il sangue versato degli innocenti diventerà il seme di un futuro migliore, se avremo il coraggio di non dimenticare, di non arrenderci, di continuare a sognare, di amare insieme.

Che ogni uomo, ogni donna, ogni istituzione qui presente ascolti questo appello. Non come accusa, ma come missione. Il Burkina Faso sanguina, ma ha speranza. Il Sahel trema, ma prega. L’Africa soffre, ma resiste.

E ce lo ricorda Papa Benedetto XVI nella sua enciclica Spe Salvi:

«La speranza cristiana non è mai individuale. È sempre speranza per gli altri» (§35).

Grazie a tutti per l’ascolto e per il vostro impegno. Possiamo sognare insieme e lavorare costantemente per l’avvento di un mondo migliore.

La preghiera di Maria, Regina della Pace, il cui cuore è sempre orientato alla volontà di Dio, consolidi e rafforzi ogni sforzo verso la riconciliazione, la giustizia e la pace. (Cfr. Mt 5,6)”.

Cardinale Philippe Ouedraogo

Arcivescovo emerito di Ouagadougou

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