Molti fenomeni di oggi hanno le loro radici nel passato. In questo articolo vorrei tornare su un fatto storico che ha segnato la storia dell’Africa e ha condizionato il vissuto degli africani fino a oggi. Voglio parlare della schiavitù.
Non intendo raccontare la schiavitù nel dettaglio perché si tratta di un fatto ormai documentato da diversi autori più autorevoli. Tengo soltanto a far notare l’immigrazione forzata che ebbe luogo diversi anni fa e, soprattutto, le conseguenze di questo fenomeno che alcuni africani come Marimba Ani, Shahadah ha designato con la parola Maafa “l’olocausto africano”.
Maafa è una parola in lingua swahili chiamano che significa “disastro, grande tragedia” come la parola ebraica “shoah”. Dobbiamo leggere o rileggere la storia quando parliamo di “invasione” in riferimento all’immigrazione attuale. Un’invasione c’è stata, ma non riguardava gente impaurita, povera e disarmata che sbarcava.
L’importante in questo articolo è l’osservazione delle conseguenze della tratta atlantica fino ai giorni d’oggi.
Per tre secoli (XVI-XIX) l’Africa si trovò svuotata, umiliata e sfruttata e oltre 9 milioni di schiavi furono deportati, mentre un minimo di un milione non riuscì a reggere la fatica, la fame, la sete e i maltrattamenti durante la traversata nelle navi e morì. Un numero difficile da stimare, perché enorme.
Morivano in tantissimi durante il cammino attraverso il deserto. L’Africa, che già si popolava difficilmente per via delle malattie e delle difficoltà climatiche, si trovò svuotata e spogliata fino al midollo. Questo continente, dove tutte le innovazioni richiedevano prudenza per non rovinare l’equilibro naturale dell’ecosistema, si trovò completamente senza la possibilità di poter pensare per innovare.
L’Africa ha voluto, per più di 300 anni, salvare il suo popolo mentre gli altri andavano avanti nello sviluppo di nuove tecnologie in tutti i campi: sociali, economici, industriali, sanitari e culturali. Il costo pagato per lo schiavismo è incalcolabile e probabilmente insanabile. Possiamo fare solo qualche stima e provare a far emergere la perdita che il continente ha subito per questa pratica.
Secondo Manning 1988, fra il 1700 e il 1850 furono catturati almeno 21 milioni di schiavi africani. Di questi 21 milioni, sette milioni furono impiegati nel continente africano stesso e 12 milioni morirono a circa un anno dalla cattura. Nel suo libro “Slavery and african life – Occidental, Oriental and african slave Trades” del 1990, lo stesso autore parla delle conseguenze della tratta. La popolazione africana non sarebbe cresciuta per un secolo intero dal 1750 al 1850 dall’Africa sub-sahariana fino alla parte meridionale del Limpopo. Circa sette milioni della popolazione africana, in quel periodo, erano fra le mani dei negrieri. Reader (1997) parla dei numeri di schiavi deportati dall’Africa tropicale “fra il cinquecento e la fine dell’ottocento è valutato intorno a 18 milioni: 11 dall’Africa occidentale, 5 milioni dalla savana alla costa e attraverso il Sahara o il Mar Rosso, 2 milioni dalla costa orientale. Calcolando un tasso di crescita del 5 per mille (0,5 per cento) a partire dal 1700, la popolazione dell’Africa subsahariana avrebbe dovuto essere di 100 milioni nel 1850, ossia il doppio della cifra effettiva, valutata intorno ai 50 milioni”. Compensare la perdita in termini demografici della tratta diventa quasi impossibile.
Non solo l’Africa ha perso in massa la sua popolazione produttiva, fermando così ogni possibilità di sviluppo per più di 400 anni, se consideriamo anche la tratta araba; ma c’è stato anche, e soprattutto, uno sconvolgimento del sistemo economico, politico e sociale, come dice West 1970 “Le ripercussioni demografiche della trasformazione, più che nella perdita complessiva di popolazione, risiede nei profondi cambiamenti dei modelli di insediamento della diffusione epidemiologica e delle capacità riproduttive delle popolazioni rimaste sul continente”. Tutto è diventato ancora più difficile, l’Africa arranca da allora. I capi indigeni che ispiravano rispetto e imponevano rispetto diventarono personaggi obbligati a fornire schiavi, quindi a vendere i propri cittadini per salvarsi la pelle e quella dei loro parenti o per salvare il resto della comunità. La fiducia fra cittadini e capi prese un colpo. Alla fine della schiavitù diventò anche difficile continuare la vita di prima perché tutto era sconvolto. Ormai erano i più potenti a controllare gli altri impoveriti e impauriti.
Una cosa importante da osservare è l’introduzione delle armi da fuoco durante la tratta. Fra le merci che si scambiavano con gli schiavi c’erano le armi da fuoco diventate ormai merce comune. Queste armi erano usate soprattutto per sparare in aria e solo occasionalmente per uccidere. È ovvio che non si guadagnava nulla a uccidere la merce che si intendeva vendere per guadagnare tantissimo; però l’uso delle armi da fuoco era corrente e si sparse rapidamente nel continente. “Erano diventati così comuni che ci volevano da 24 a 32 pistole per comprare uno schiavo”.
Lovejoy, nel suo libro del 1983, ci fa capire l’importanza dell’uso delle armi da fuoco durante la schiavitù. L’autore riporta un passaggio dello scritto di un olandese, responsabile di traffico di schiavi, che aveva chiesto ai suoi superiori nel 1704 armi di qualità per poter riempire sei navi di schiavi in quattro mesi: “Riguardo ai commerci, abbiamo già notificato alle vostre Eccellenze che la Costa d’oro si è ormai tramutato in una Costa degli Schiavi e che oggi gli indigeni non si occupano più della ricerca dell’oro, bensì di farsi la guerra gli uni con gli altri per fornire schiavi”.
Il continente africano fu davvero fornito di armi. Nemmeno si può immaginare quanto. Secondo Inikori 1977, fra il 1750 il 1807, le armi da fuoco entrate in Africa occidentale dai mercanti inglesi furono tra le 283 mila e le 394 mila ogni anno. Secondo lo stesso autore, 50 mila armi da fuoco sono stati esportate ogni anno, nello stesso periodo, nelle regioni del Congo e dell’Angola e sono state circa 400 tonnellate di polvere da sparo e 91 tonnellate di piombo che sono state esportate in Africa occidentale. Si stima che le armi vendute da tutti i paesi europei all’Africa si aggiri intorno ai 20 milioni in totale durante la tratta.
L’impatto dell’uso delle armi da fuoco in Africa ha segnato profondamente il continente e Reader è riuscito a esprimere meglio le conseguenze terribili di queste armi sulla società africana: “Se si considera l’effetto che la seconda guerra mondiale, durata nel complesso appena sei anni, ha avuto sulla coscienza del mondo sviluppato per due generazioni, si può immaginare quanto quattro secoli di tratta degli schiavi possano aver influito sull’etica sociale e culturale di un continente in via di sviluppo”.
In generale, il commercio degli schiavi cominciò a destabilizzare il sistema politico e economico del continente. Lo svuotamento dei prodotti locali di esportazione ebbe un impatto negativo sulla popolazione. Gli africani, a quell’epoca, e in un certo senso tutt’oggi, si misero a vendere dei prodotti e articoli capitali per la vita africana in cambio di materiali futili e dannosi per le comunità locali. Per esempio: “Portavano sulla costa oro, schiavi, avorio, cera d’api, gomma arabica, tintura, legname e prodotti alimentari che scambiavano con merci di cui in precedenza il continente non aveva bisogno: prodotti tessili, oggetti di metallo, alcolici e, cosa ancora più gravida di conseguenza, armi e polvere da sparo”.
Intervenendo nello stesso senso, Iliffe 1995 scrive che, fra gli articoli europei che rovinarono l’Africa, figura il rum. Una merce molto venduta nel continente che ebbe un effetto negativo sulle famiglie e sulle comunità indigene perché, dopo la sua consumazione, non solo non si era più in grado di lavorare, ma si litigava spesso. Secondo lo stesso autore, l’industria tessile europea ebbe una spinta considerevole a quell’epoca perché la richiesta africana era importante, nello stesso tempo la produzione tessile africana fu enormemente indebolita e non ci fu più un mercato di massa in questo settore.
Il metallo, da quel periodo in poi, non fu più innovato perché proveniva esclusivamente dall’Europa. Questo settore subì un colpo duro e non riuscì più a intensificarsi e reinventarsi. Il commercio di cera d’api fu colpito anche esso durante la tratta secondo Miller 1988. I raccoglitori, invece di usare le tecniche tradizionali o altre tecniche sostenibili, cominciarono a usare il fuoco per disperdere le api e fare prima, perché la domanda europea era forte e per evitare le punizioni per non aver rispettato la quantità richiesta. Così facendo, si distruggevano gli alveari in quantità considerevoli e non fu sempre possibile ricostruire tutto daccapo.
Il segno negativo più drammatico della tratta fu lo sconvolgimento del sistema politico africano che dura finora. Secondo Reader “Il regno del Congo, per esempio, non si riprese mai dei tentativi dei suoi sovrani di imporre in Africa una monarchia all’europea […] Scissioni si crearono nel gruppo dominante, mentre le comunità periferiche si ribellarono all’autorità centrale. […]. Lo stato dell’Oyo, in quella che oggi è la Nigeria occidentale, crollò nell’era della tratta, anch’esso sotto il peso di ambizioni eccessive. L’Oyo era uno stato yoruba dell’interno che divenne uno dei maggiori fornitori di schiavi della tratta atlantica all’inizio del XVII secolo […] era governato da capi regionali le cui ambizioni personali e militari crebbero non meno rapidamente dei profitti dello stato. La competizione per la supremazia lacerò infine il sistema politico; le comunità assoggettate se ne staccarono e una rivolta della numerosa comunità musulmana devastò la capitale”.
Questi sono soltanto due esempi per dimostrare l’impatto negativo della tratta sulla politica africana.
Per giustificare la distruzione dell’Africa durante la tratta, gli europei inventarono dei motivi sconvolgenti e i racconti sull’Africa trasformarono gli africani in esseri immondi. Crearono così molti pregiudizi che vigono ancora oggi.
Mentre gli europei compravano gli africani e riempivano le navi, causando la morte di milioni fra loro e maltrattandoli in modo inimmaginabile, cominciarono a spargere voce su sacrifici umani perpetrati da africani che andavano combattuti secondo loro. Il Nigeria e il Ghana attuale furono vittime di questi racconti inventati e falsi.
In un ambiente sfavorevole alla vita e un clima poco clemente con delle precipitazioni scarse, la tratta peggiorò le condizioni di vita già difficili e precarie del popolo africano.
Se pensiamo che dopo la schiavitù è arrivata anche la colonizzazione possiamo capire perché oggi ci sono ancora tante problematiche legate allo sviluppo in Africa. Non è una giustificazione, ma una spiegazione di una situazione attuale complessa che trova nelle sue basi ndel passato doloroso di un continente che ha troppo subito per potersi rialzare senza una mano seria e amica, senza volontà di sfruttare all’infinito.
Fonti
Iliffe (1995): Africans, the History of a Continent, Cambridge, Cambridge University Press.
Inikori, J. E. (1977): The Import of Firearms into West Africa 1705-1807: a Quantitative Analysis, in “Journal of African History”, 28, pp. 339-68.
Lovejoy, P. E. (1983): Transformation in Slavery. A History of Slavery in Africa, Cambridge, Cambridge University Press.
Manning, P. (1988): The Impact of Slave Exports on the Population of the Western Coast of Africa 1700-1850, in Duget.
Miller, J. C. (1988): Way of Death: Merchant Capitalism and the Angola Slave Trade 1730-1830, Madison, University of Wisconsin Press.
Reader, J. (1997): L’Africa: Biografia di un Continente, Milano, Mondadori.