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Redazione
ANNO XIVmercoledì 16 Settembre 2026
kibaya

Kudio e il mostro: una storia di coraggio

In un piccolo villaggio circondato dalle montagne, viveva un ragazzino di nome Kudio. Era fragile, silenzioso e spesso oggetto di scherno da parte degli altri bambini perché aveva paura di tutto. Quando pioveva rimaneva rinchiuso, perché aveva paura dei tuoni. A differenza degli altri bambini che correvano dietro le lucertole, lui scappava ogni volta che ne vedeva una anche lontano. Aveva pure paura dei cani, soprattutto quando si mettevano a abbaiare nelle vicinanze. Kudio aveva persino paura della propria ombra al calare della notte. Tutti nel villaggio, adulti e bambini lo deridevano per la sua codardia.

Ma Kudio aveva un segreto: nonostante le sue paure, sognava di diventare un eroe come le storie che ascoltava ogni sera accanto al fuoco. Infatti, tutte le sere i nonni e gli zii venivano circondati dai bambini e ragazzi per ascoltare i racconti degli uomini coraggiosi di una volta, degli animali furbi che superavano sempre ogni ostacolo dei loro ambienti, degli alberi che parlavano e camminavano, ecc. Aveva capito che serviva usare tanta intelligenza per vincere, e non sempre la forza. Sognava di vincere anche lui un giorno.

Un dì, una terribile notizia scosse il villaggio: il Sacro Tamburo dell’Unità era stato rubato dal mostro N’guma. Tutti sapevano e temevano il mostro N’guma, ma nessuno sapeva come era arrivato nei pressi del villaggio. Ognuno aveva sentito parlare di lui da quando era nato, ma non sapevano la sua storia. L’unica informazione che avevano tutti è che viveva in cima alla Montagna Nera e così tutti potevano andare ovunque, ma nessuno doveva avventurarsi verso quella montagna.

Tutti sapevano dell’importanza cruciale del Sacro Tamburo per il villaggio e i suoi abitanti, anche Kudio. Nonostante fosse ancora bambino, lo sapeva. Come il mostro ha potuto e voluto prendere proprio il cuore del loro villaggio? La paura si leggeva su tutti i visi, ma anche il senso dell’impotenza. Senza questo tamburo, il villaggio sarebbe precipitato nel caos, perché era quello che scandiva il ritmo della semina, del raccolto, delle cerimonie e delle danze. Senza il tamburo il villaggio sarebbe diventato l’ombra di se stesso.

Il capo del villaggio radunò i più coraggiosi. Nessuno voleva affrontare N’guma. Era enorme, ricoperto di scaglie di pietra, e il suo respiro bruciava gli alberi. Tutti si ritirarono. Tutti… tranne Kudio. Il bambino aveva appena capito che la paura ce l’avevano anche gli adulti in certe situazioni. Allora capì che aveva trovato l’occasione per far l’eroe come nelle favole.

“Vado a prendere il tamburo” disse con voce tremante, ma determinata. Il villaggio scoppiò a ridere. “Tu? Hai paura di una lucertola e vuoi affrontare N’guma?” Ma questa volta Kudio era determinato. Prese una borraccia d’acqua, un pezzo di legname e il bastone del suo defunto padre, un ex cacciatore, e si avventurò da solo verso la montagna.

Il viaggio fu terribile. Dovette attraversare la foresta di serpenti sibilanti, guadare il fiume delle illusioni e scalare scogliere frastagliate. A ogni passo, la paura lo paralizzava, ma continuò ad andare avanti. Ripeté tra sé e sé le parole della nonna: “Il coraggio non è l’assenza di paura, è andare avanti anche quando tremi.” Lui doveva andare avanti.

Arrivato alla grotta di N’guma, Kudio fu accolto dal ruggito del mostro. Si nascose dietro un albero per riprendere fiato e provare a calmarsi. Non aveva un piano e quindi doveva riflettere anche se il cuore gli batteva dentro il petto all’impazzata. Non doveva fuggire. Decise di avvicinarsi un po’ di più alla grotta, passando da un albero all’altro. Una volta vicino, si staccò dall’albero e alzò le mani: “Non sono venuto per combatterti, N’guma. Volevo parlare con te, conoscerti meglio e sapere come diventare forte come te. Insomma, sono venuto per capirti.”

Sbalordito, il mostro abbassò la testa. Nessun umano aveva mai parlato in quel modo con lui. Tutti, o avevano provato a ucciderlo o scappavano quando lo vedevano. N’guma fece allora segno al bambino di avvicinarsi e gli raccontò la sua storia. Kudio seppe che un tempo il mostro era un guardiano del tamburo. Ne prendeva cura come fosse la propria vita, perché sapeva che il Tamburo era tutto per il villaggio. Però era stato ingiustamente cacciato dagli anziani. Si ritirò, quindi, sulla montagna, abbandonato da tutti. Con il passar del tempo, il suo corpo si trasformò per reggere il clima e le condizioni difficili. Man mano acquisiva forza e diventava sempre più simile ad un animale. Non aveva rubato il sacro tamburo per odio, ma per farsi sentire. Perché ormai nessuno del villaggio conosceva la sua storia. Tutte le persone che vivevano quando lui era ancora uno del villaggio, non c’era più perché ormai erano passate tante generazioni.

Commosso, Kudio promise di rivelare la verità al villaggio. In cambio, N’guma gli diede il tamburo. Quando Kudio tornò, il villaggio rimase sbalordito. Non aveva riportato solo il tamburo, ma anche una verità dimenticata. Grazie a lui, si verificò una riconciliazione tra la gente e il mostro guardiano che decise di proteggere il villaggio e i suoi abitanti da qualunque pericolo, da quel momento in poi.

Kudio, un tempo deriso, divenne il simbolo vivente del coraggio. La sua storia fu incisa sulle pareti del tempio e ogni anno un bambino del villaggio suona il Tamburo del Coraggio per ricordare loro che: “Il vero coraggio non grida, agisce.” A voi lettori di trovare la morale di questa favola (forse c’è più di una).

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