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Redazione
ANNO XIVvenerdì 11 Settembre 2026
kibaya

Africa e democrazia, una storia travagliata

Sabato 9 agosto si è svolta ad Abidjan una grande manifestazione per le elezioni presidenziali inclusive in Costa d’Avorio e contro il quarto mandato del presidente attuale. La manifestazione è stata indetta dai due maggiori partiti di opposizione: il Partito Democratico della Costa d’Avorio, guidato da Tidjane Thiam – estromesso dalla corsa alla presidenza -, e il Partito Popolare Africano della Costa d’Avorio di Laurent Gbagbo – al quale, lo stesso, è stato impedito di partecipare alle elezioni. Si è trattato della seconda manifestazione dell’opposizione in vista delle prossime votazioni.

Secondo gli organizzatori, la piazza Ficgayo, sede della manifestazione, avrebbe radunato due milioni di persone. Perché la Costa d’Avorio non è il Camerun, dove il presidente fantasma, Paul Biya, si candiderà ancora una volta per il suo nono mandato. Le elezioni presidenziali si terranno in Camerun e Costa d’Avorio nell’ottobre 2025. Si tratta di due paesi africani francofoni che hanno all’incirca lo stesso peso nella loro unione monetaria ed economica regionale. Il Camerun rappresenta il 41 per cento del PIL della Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale (CEMAC), mentre la Costa d’Avorio rappresenta il 40 per cento del PIL dell’Unione Economica e Monetaria dell’Africa Occidentale (UEMOA). Sebbene questi due paesi svolgano un ruolo di primo piano dal punto di vista economico, hanno tutti un problema di gestione della democrazia: entrambi hanno messo da parte i loro principali avversari.

È importante osservare che la Costa d’Avorio ha una storia particolare con le elezioni, che sono sempre a rischio di colpi di stato, rivolte o vittime che perdono la vita e rimangono ferite durante le proteste e le manifestazioni post-elettorali.

Alassane Dramane Ouattara, chiamato ADO, fu economista presso il Fondo Monetario Internazionale nell’aprile del 1968. A 40 anni già faceva parte della Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale a Parigi. Tornò al FMI come direttore per l’Africa 1984. Nell’ottobre 1988 succedette ad Abdoulaye Fadiga alla guida della BCEAO. Quando eravamo piccoli, vedevamo la sua firma sulle banconote del franco CFA.

Se la situazione in Camerun non sorprende più, in un Paese in cui la minima resistenza e manifestazione di opposizione da parte della popolazione vengono represse dalle forze dell’ordine acquisite alla causa di un tiranno ormai spudorato, la Costa d’Avorio ha alla sua guida un intellettuale che ha lavorato per anni a stretto contatto con istituzioni di alto livello, il ché avrebbe dovuto fare di lui un uomo rispettoso della democrazia.

Chi è dunque Alassane Dramane Ouattara, detto ADO, attuale presidente della Costa d’Avorio?

Il 18 aprile 1990, fu chiamato dal presidente Félix Houphouët-Boigny per risolvere la crisi finanziaria causata dalla caduta dei prezzi delle materie prime e dal peso del debito pubblico. Ouattara era, in quel momento, consigliere speciale del direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. Venne nominato presidente del Comitato Interministeriale per il coordinamento del programma di stabilizzazione e di ripresa economica. Successivamente fu nominato primo ministro.

Dopo la morte di Félix Houphouët-Boigny, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Henri Konan Bédié, fece modificare la costituzione nel 1990, prevedendo che, in caso di morte del presidente della Repubblica, la carica sarebbe stata assunta non più dal primo ministro dal presidente dell’Assemblea Nazionale.

Dopo aver lasciato l’incarico di primo ministro, Ouattara iniziò una « traversata nel deserto» e diventò nel luglio 1994 direttore generale aggiunto del Fondo Monetario Internazionale: fu il primo africano a occupare una posizione di questo rilievo all’interno delle istituzioni internazionali.

Nel dicembre 1994, l’Assemblea Nazionale approvò un emendamento al codice elettorale, prevedendo che nessuno poteva essere eletto presidente della Repubblica se non ivoriano di nascita, se non lo sono il padre e la madre, se non ha risieduto in via continuativa in Costa d’Avorio nel corso dei cinque anni precedenti alle elezioni e se ha cittadinanza di un altro stato. Questo è alla base del concetto xenofobo di “ivorianità”, appositamente creato per impedire la candidatura di ADO di cui gli oppositori dicono che il padre abbia origini del Burkina Faso e che avrebbe anche il domicilio a Washington.

L'”ivorianità” provoca l’esclusione dalla vita politica e sociale di buona parte della popolazione ivoriana, essendo un paese a forte componente migratoria incoraggiata dal presidente Félix Houphouët-Boigny per favorire lo sviluppo del paese. L'”ivorianità”, in particolare, tende ad escludere geograficamente la popolazione del nord della Costa d’Avorio, in maggioranza musulmana, in gran parte sostenitrice di ADO. Questo concetto razziale portato a legge dello Stato, fa esplodere odio e violenza politica in Costa d’Avorio.

A luglio del 1999 ADO si dimise da direttore generale aggiunto del Fondo Monetario Internazionale per fare ritorno alla vita politica e diventare presidente dell’RDR, partito centrista e liberale, annunciando la sua intenzione di correre per le elezioni presidenziali ivoriane del 2000.

A Natale del 1999 scoppiò un ammutinamento ad Abidjan. Il generale Robert Guéï prese il comando del movimento, che si trasformò in un colpo di Stato contro il presidente Henri Konan Bédié. Nel maggio 2000 i ministri del partito RDR uscirono dal governo. Alassane Ouattara, ufficialmente investito come candidato per l’Unione dei Repubblicani della Costa d’Avorio il 14 agosto 2000, come altre tredici figure politiche, vide la sua candidatura alle elezioni presidenziali annullata dalla Corte Suprema per “dubbia nazionalità.

Alle elezioni presidenziali del 22 ottobre del 2000 parteciparono Guéï e Gbagbo mentre venne escluso ADO. Il generale si dichiarò vincitore, e ciò provocò la rivolta dei fedeli di Gbagbo che costrinsero Guéï a fuggire, così Gbagbo diviene presidente. ADO si rifugiò in Francia.

Dopo essere state respinte sei volte da Gbagbo, le elezioni presidenziali vennero finalmente svolte alla fine del 2010. Al primo turno, ADO ottenne il 32,07 per cento dei voti dietro a Gbagbo, che raccolse il 38,04 per cento mentre Bedié fu al terzo posto con il 25,24 per cento. Quest’ultimo decise di unirsi al partito di ADO. Nel secondo turno, tenutosi il 28 novembre 2010, l’affluenza fu pari all’81,1 per cento. Il 2 dicembre, la commissione elettorale indipendente dette ADO come vincitore con il 54,10 per cento dei voti. Lo stesso giorno, il Consiglio Costituzionale invalidò i risultati proclamando il presidente uscente rieletto con il 51,45 per cento.

Ouattara e Gbagbo prestarono giuramento il 4 dicembre 2010 entrambi. Attraverso risoluzioni Onu, si paralizzò l’economia del Paese nel tentativo di asciugare le finanze dello Stato ivoriano ancora sotto il controllo di Gbagbo utilizzate anche per armamenti e reclutamento nelle proprie file di mercenari provenienti dai paesi limitrofi.

Il 28 marzo, una vasta offensiva delle forze pro-Ouattara, venne lanciata: entro pochi giorni assunsero il controllo della capitale politica Yamoussoukro e il porto strategico di San Pédro, per dirigersi verso Abidjan. Gbagbo venne arrestato con la moglie Simone, l’11 aprile 2011. I fantasmi post elezioni ricominciano quindi a far paura a chi conosce la storia politica di questo paese.

Crediamo che, anche se mancano pressappoco due mesi dalle elezioni, una revisione eccezionale della lista elettorale, che includa tutti coloro che non possono competere, è ancora possibile. Farlo è il minimo che si possa fare, visto che lo stesso Alassane D. Ouattara ha avuto il privilegio di beneficiare di una tale misura. Il buon senso avrebbe suggerito che non fosse più in lizza, e se il suo partito non avesse un candidato con buone probabilità di vittoria, l’RHDP sosterrà il PDCI per ripagare almeno il sostegno fornito per la sua prima vittoria. E ADO avrebbe potuto ritirarsi con gli onori lasciando un Paese più o meno riconciliato.

Alla luce di quanto scritto sopra, non serve tanto per capire che la democrazia non fa un favore all’Africa. Sembra un continente non abbastanza pronto per questa forma di governo. La democrazia è sempre il risultato di un lungo cammino che prima necessita di maturare certe condizioni socio-economiche per poter essere applicata. Per ora sembra fare più male che bene.

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