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Redazione
ANNO XIVmercoledì 16 Settembre 2026
kibaya

La Guinea Conakry e la sua nuova costituzione

La Guinea ha una lunga storia di instabilità politica, come la maggior parte degli stati africani, a causa della cattiva governance delle élite.

Dal 5 settembre 2021, la Repubblica di Guinea è governata da una giunta militare, guidata da un ex legionario dell’esercito francese, il colonnello Mamadi Doumbouya. Questo colpo di stato militare giunse in un momento in cui il Paese stava attraversando numerose crisi, in particolare economiche e politiche.

Dopo la morte del primo presidente, Ahmed Sékou Touré, nel 1984, il colonnello Lansana Conté prese il potere fino alla sua morte nel 2008. Per quasi cinquant’anni, la Guinea godette di stabilità politica, a differenza di alcuni paesi dell’Africa occidentale, in particolare Costa d’Avorio, Liberia e Sierra Leone, impantanati in guerre civili.

Fu allora che un giovane capitano di nome Moussa Dadis Camara prese il potere, finché il suo aiutante di campo, Aboubacar Sidiki Diakité, soprannominato “Toumba”, gli sparò alla testa, ferendolo gravemente. Poi, nel 2009, un altro ufficiale dell’esercito, il generale Sekouba Konaté, che era ministro della Difesa e secondo in comando di Camara, divenne di fatto il presidente di transizione fino alle prime elezioni democratiche. Nel 2010, il professor Alpha Condé fu dichiarato vincitore delle elezioni, nonostante le proteste di alcuni leader politici, in particolare El hadj Cellou Dalein Diallo.

Bisogna osservare che la Guinea è priva di istituzioni solide in grado di resistere a choc politici, economici e sociali. È un paese in cui un solo uomo decide tutto, il ché significa che monopolizza i tre poteri dello Stato sotto il suo controllo. Non esiste una separazione dei poteri tra esecutivo, giudiziario e legislativo, nonostante la separazione formale scritta sulla carta.

Primo paese africano francofono ad ottenere l’indipendenza nel 1958, la Guinea è anche vittima del suo passato anticoloniale, avendo detto “No” al piano del presidente francese Charles de Gaulle per una comunità franco-africana.

Come sottolineò il presidente Sékou Touré il giorno della proclamazione dell’indipendenza: “Preferiamo la povertà nella libertà alla ricchezza nella schiavitù”. Questa frase rimarrà per sempre negli annali della storia delle relazioni franco-guineane. Inoltre, costò caro alla Guinea perché, in seguito, le autorità francesi fecero tutto il possibile per isolare la Guinea sulla scena internazionale, ma senza successo. Ne seguì una crisi politica in questa giovane nazione, seguita dall’arresto di spie franco-guineane che desideravano disperatamente destabilizzare il governo guineano per conto della Francia. Inoltre, la Guinea non aveva accesso al capitale occidentale per raggiungere l’autosufficienza alimentare, costruire un’istruzione di qualità o creare posti di lavoro per la popolazione, in particolare a causa delle relazioni diplomatiche che Touré aveva stabilito con l’Unione Sovietica. Questi fattori contribuirono a porre la Guinea in una situazione di instabilità politica che continua ancora oggi. I cinquant’anni di stabilità erano quindi fi fasciata. Fino al 2008, la Guinea non cambiò presidenti ma non andò avanti in termine economico e sociale e non contò nulla sulla scena internazionale. Per questo la domanda seguente diventa d’obbligo: alla fine la Guinea è uno stato di diritto o stato autoritario?

Data la ricorrente instabilità politica della Guinea di questi ultimi anni e l’impunità culturale delle sue élite e dei suoi funzionari pubblici, la Guinea è ben lungi dall’essere uno stato di diritto, poiché i diritti fondamentali sanciti dalle leggi del paese non sono rispettati dallo stato e dai suoi funzionari pubblici. Questa situazione, come si può immaginare, avrà delle conseguenze per il paese.

Infatti, il 5 settembre 2021, intorno alle 8 (ora locale), si udirono violenti spari a Conakry, nei pressi del palazzo presidenziale. I residenti hanno riferito di numerosi soldati che intimavano loro di tornare a casa e di non andarsene. Il Ministero della Difesa Nazionale ha affermato di aver respinto l’assalto, cosa rivelatosi non veritiero alla fine. Si trattò di golpe di stato ben riuscito.

In un video pubblicato sui social media, i golpisti – soldati del Gruppo delle Forze Speciali, guidati dal colonnello Mamadi Doumbouya – rivendicarono la cattura del presidente Alpha Condé e annunciarono la sospensione della costituzione, lo scioglimento del governo e delle istituzioni, la chiusura delle frontiere e la creazione di un “Comitato Nazionale per l’Unità e lo Sviluppo” per governare il Paese. Su RTG, inviarono il resto dell’esercito a “unirsi” e a “restare nelle caserme”, giustificandosi con la seguente dichiarazione: “La situazione sociopolitica ed economica del Paese, il malfunzionamento delle istituzioni repubblicane, la strumentalizzazione del sistema giudiziario, la violazione dei diritti dei cittadini, la mancanza di rispetto per i principi democratici, l’eccessiva politicizzazione della pubblica amministrazione, la cattiva gestione finanziaria, la povertà e la corruzione endemica hanno portato l’Esercito Repubblicano […] ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti del popolo sovrano della Guinea”.

Poco dopo le 14, i golpisti tenettero un discorso alla popolazione sull’emittente televisiva pubblica RTG. La sera del 5 settembre, l’annuncio del colpo di Stato suscitò scene di giubilo nella capitale, Conakry, e nelle province, con una parte della popolazione guineana “scesa in piazza in massa”, applaudendo, in particolare, al passaggio dei blindati militari. Al telegiornale, la giunta annunciò l’istituzione del coprifuoco “a partire dalle 20 su tutto il territorio nazionale”, la chiusura delle frontiere terrestri e aeree “per almeno una settimana”, la sostituzione dei membri del governo con i segretari generali di ciascun ministero e la sostituzione di prefetti, sottoprefetti e governatori regionali con personale militare. I ministri uscenti e i presidenti delle istituzioni furono convocati a una riunione il giorno successivo, pena l’essere considerati “in ribellione contro il CNRD”. Tutti parteciparono.

Come in altre democrazie fantasma in Africa, i militari si atteggiano a regolatori e sbloccano con la forza situazioni politiche in stallo. La sfida diventa quindi organizzare una transizione pacifica e trasferire il potere ai civili il più rapidamente possibile. Una sfida che i golpisti di solito sono lenti ad affrontare. Le condanne internazionali unanimi, a partire da quelle dell’Unione Africana e della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), fanno parte dell’esercizio convenzionale. Se il colpo di stato avrà successo, queste organizzazioni che sono molto discrete di fronte alle prese di potere che costituiscono terzi mandati presidenziali usurpati, cercheranno di supervisionare il ritorno a istituzioni civili e, almeno formalmente, democratiche.

Le autorità guineane stanno cercando di “normalizzare” e riallacciare i rapporti con le organizzazioni regionali e internazionali. Per questo motivo le autorità della transizione hanno organizzato un referendum per una nuova costituzione, che ha avuto luogo domenica 21 settembre scorso per consentire alla giunta di deviare le richieste elettorali della comunità internazionale e dei donatori. Hanno quindi annunciato elezioni presidenziali e legislative per garantire il ritorno all’ordine costituzionale entro la fine dell’anno. Tuttavia, non è stata ancora fornita una data.

La nuova Costituzione sostituisce la Carta di Transizione, emanata dalla giunta dopo il colpo di Stato, che in particolare proibiva ai suoi membri di candidarsi. Tuttavia, tale divieto non compare più nella nuova Costituzione, aprendo la strada alla candidatura di Mamadi Doumbouya, capo di Stato e comandante in capo delle forze armate. Tutto sembra indicare che Doumbouya si candiderà, nonostante la sua promessa di non candidarsi alla presidenza.

Accusando la giunta di voler mantenere il potere attraverso il referendum, i leader dell’opposizione hanno chiesto il boicottaggio, denunciando una “farsa elettorale” con risultati “predeterminati”. Nonostante questo appello, molti guineani si sono recati alle urne. Gli elettori intervistati dall’Agence France-Presse (AFP) hanno affermato che la maggioranza ha votato per esprimere la propria volontà di porre fine alla transizione militare.

Inizialmente, i militari si erano impegnati a restituire il potere ai civili entro la fine del 2024. Non è stato il caso e con la nuova Costituzione Doumbouya potrebbe restare al potere ancora 14 anni se viene eletto attraverso eventuale elezione democratiche perché la nuova Costituzione fa passare da 5 a 7 anni ogni mandato presidenziale rinnovabile una volta.

Su 14,5 milioni di abitanti, hanno votato 6,7 milioni di persone, quindi meno della metà della popolazione. Dopo il referendum tenutosi domenica il sì ha vinto con l’89,38% e il no con il 10,62%, secondo i risultati ufficiali provvisori annunciati martedì sera, 23 settembre, dal ministro dell’Amministrazione territoriale e del decentramento della Guinea, Ibrahima Kalil Condé, che ha evidenziato un tasso di affluenza alle urne dell’86,42%.

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