La notte scorsa la luna si è liberata, è scivolata verso il basso ed è uscita dal disegno – una perdita gravissima; al solo pensiero mi si spezza il cuore.
(…) è bella e rifinita con cura. La si sarebbe dovuta fissare meglio. Se soltanto potessimo riaverla. (…) adoro le lune, sono così graziose, così romantiche. Come mi piacerebbe che ce ne fossero cinque o sei…
(Il diario di Eva, Mark Twain)3
Lo scrittore americano Samuel Langhorne Clemens, a tutti noto come Mark Twain, scrisse Il diario di Eva nell’estate del 1905, dopo una delle sue permanenze a Firenze. Vi si era fermato per un anno, accostandosi allo studio dell’italiano e ammorbidendo quello spirito di pungente umorismo che aveva contraddistinto le cronache dei precedenti viaggi. In Toscana aveva finalmente trovato un clima salutare sotto tutti gli aspetti e per questo volle tornarvi.
Pare, combinazione vuole, che a causa di una straordinaria somiglianza venisse spesso confuso con Antonino Borzì, illustre fitologo ben conosciuto in città, il quale diverrà Presidente della Società Botanica Italiana per la cui fondazione il suo insigne Professore, Filippo Parlatore, fu di grande impulso.
Non ci è dato di sapere se Mark Twain avesse assecondato la sua rinomata curiosità, così ben accompagnata da una sagace ironia, spingendosi a visitare anche le valli bagnate dal Lima e dal Serchio perché, se così fosse stato, avrebbe potuto conoscere luoghi di incantevole magia.
Luoghi che ispirarono un altro scrittore e giornalista.
Fiorentino, collaboratore e fondatore di giornali umoristici, volontario nelle Guerre di Indipendenza, traduttore e autore di fiabe: Carlo Lorenzini. Ma al mondo di piccoli e grandi lettori è noto come Carlo Collodi. Chissà se si sono incontrati passeggiando a Firenze per strade e per calli…1
Le Avventure di Pinocchio, la fiaba a cui Collodi è maggiormente legato, iniziano con la tradizionale formula che apre la porta al mondo parallelo della fantasia: C’era una volta… ma, in questo caso, c’era una volta non un Re e nemmeno un Burattino perché, devo precisare, oggi il nostro personaggio magico è una Quercia. Una quercia speciale di 600 anni circa che dimora a San Martino in Colle, nel bosco ai margini del parco di una villa settecentesca. La particolare crescita della chioma che si sviluppa maggiormente in orizzontale, la nodosità e la rugosità dei suoi rami torti che paiono gremire, hanno contribuito a creare varie leggende tra cui quella di essere luogo prescelto dalle streghe e buon nascondiglio per i briganti…. E’ un albero magnifico e saggio, peccato non sia dotato di parola. Naturale pensare che Collodi vi abbia ambientato l’agguato del Gatto e la Volpe ai danni dell’ingenuo Pinocchio! Ma se le monete d’oro, nonostante l’annaffiatura, non diedero i frutti sperati dal Burattino, il terreno sotto l’enorme chioma della quercia (circa 40 metri di diametro!) regala copiose fioriture di bellissimi ciclamini. Con la corolla che richiama la forma di una corona, un nome che contiene il significato di cerchio in cui ogni punto è sia inizio sia fine nonché la capacità di germogliare nell’ombra del sottobosco, non poteva che conquistare la mitologia. Ecate, la Dea greca associata alla luna calante e protettrice dei viandanti ne fece il suo fiore preferito. Per contrapposto la Dea Artemide, che di Ecate è cugina, rappresenta la luna crescente e a lei è dedicato il nome dell’artemisia, erba spontanea dalle varie declinazioni nei suoi molteplici usi benefici. L’artemisia fa parte delle erbe magiche che hanno contribuito alla fama, anche esoterica, del Monte Prato Fiorito. E’ la pallida Selene che completa la Triade Greca. Sorella del Sole e dell’Aurora, Dea della luna piena, a lei le selve tributano l’omaggio delle siliquette della Lunaria annua: quando i suoi baccelli tondeggianti arrivano a maturazione diventano di una trasparenza opalescente, riempiendo il sottobosco di tante piccole delicate lune. La quarta Dea della luna, Perseide, cognata di Selene, si occupa della luna nuova quindi dell’oscurità, potremmo dire una pausa per riposare…2
Alla flora del Monte Prato Fiorito si appassionò il medico e botanico Giovanni Giannini di Tereglio che nella seconda metà dell’ottocento annovera nel ricco erbario contenente specie toscane, la Centaurea triumfettii (o Fiordaliso di Trionfetti) fiore a stella conosciuto anche nella Grecia Antica: il suo nome generico, Centaurea, è dovuto al personaggio mitologico del Centauro Chirone. Per rendere immortale la sua memoria, Zeus trasformerà Chirone in una costellazione.
Allo stesso Giannini sarà invece dedicato un fiore di fatata poesia, il Taraxacum Gianninii. La sua corolla splendente come il sole si tramuta in diafana luna quando centinaia di acheni piumati sono pronti a spiccare il volo soffiati dal vento.
Ma c’è una pianta, considerata dai latini arbor infelix, che fiori non ha e nemmeno semi e per questo motivo su di lei sono nate leggende e misteri come credere che avesse la capacità di rendere invisibili. Ricama le ombre del sottobosco e il vento ne sparge le spore, le nuove foglie hanno forma circinata e ha trecentonovantamilioni di anni, da far invidia a qualsiasi Mago! Sono le pteridofite, le felci: si racconta che per ottenere fortuna e abbondanza occorra vedere il loro fiore bianco, che si dice sbocci una sola volta all’anno, alla luce della luna. In verità una pianta c’è che fiorisce con siffatte caratteristiche: il Selenicereus wittii o Moonflower, un cactus delle foreste pluviali amazzoniche. Il suo fiore, bianco, si schiude alla luce lunare una notte all’anno e allo scoccare delle prime luci del giorno… appassisce.
Forse anche Mark Twain, sebbene appassionato di scienza, subiva la fascinazione dell’ignoto quando sottolineava quanto il passaggio vicino alla Terra della Cometa di Halley -la più famosa e simbolica delle comete- avesse (e, come fu, avrebbe anche) scandito due momenti imprescindibili della sua vita. Twain farà dire alla sua Eva:
Anche le stelle sono belle. Ne vorrei un paio (…). Quando la notte scorsa sono apparse (…) non sono riuscita a toccarle (…). Ci sono cose che è impossibile scoprire (…) si deve avere pazienza, si deve continuare a provare fino a scoprire che è impossibile scoprire. Ed è bellissimo che sia così, in questo modo il mondo è così affascinante.3
Ma non occorre alcuna magia per ammirare la Valle che inizia a destarsi nell’ora più pallida del mattino, quando la luce sbadiglia e le finestre si affacciano al nuovo giorno, là, nel momento in cui il sole fiorisce dietro il crinale e le selve profumano di vita appena sbocciata. Le case, come pagine di un libro, narrano storie e mentre i primi raggi del giorno indugiano su qualche blando sventolio di bucato, i camini sbuffano sogni che vanno a perdersi nel primo chiarore.
Ancora la luna li aveva illuminati, ancora il sole li trasformerà in racconti…
Cinzia Troili
1 Cosi recita un’aria dell’operetta Acqua Cheta, del 1920.Il testo, scritto nel 1908 dal fiorentino Augusto Novelli, fu ridotto in versi dallo stesso autore per essere musicato da Giuseppe Pietri, musicista elbano di grande talento che anche Giacomo Puccini desiderò conoscere.
2In breve: Latona sposa Zeus generando i gemelli Artemide e Apollo. Apollo sarà il padre di Asclepio che, allievo di Chirone, diverrà veneratus ut deus medicina. Asteria, che è sorella di Latona, sposa Perse generando Ecate. Perseide sposa Elios – dio del sole – che è fratello di Selene (come lo è Eos, dio dell’aurora).
3Il diario di Eva, Mark Twain – Ed. Feltrinelli/Classici, 2013 (pag. 13,15- 17,93)
Foto: Il botanico Giovanni Andrea Ansano Giannini – Archivio Elisa Guidotti.
Siliquette di Lunaria annua
