In questi giorni gli africani non fanno altro che pubblicare video, foto, informazioni varie sul Sudan sui propri profili social. Così si può vedere una delle crisi umanitarie e dei massacri perpetuati a danno di civili inermi nel Sud del Paese.
La popolazione occidentale non viene informata di queste tragedie: ne viene a sapere o dai profili social degli africani o dai rari occidentali connessi a detti profili, oppure ancora dai pochi giornali che si dedicano all’Africa come un posto dove vivono degli esseri umani con le loro gioie e le loro sofferenze.
Ci conviene ricordare certe situazioni drammatiche e spaventose in atto in giro per l’Africa che i grandi media occidentali ignorano puntando i riflettori solo su Ucraina e Gaza. In Sudan è dal 2023 che il conflitto è esploso o, diciamo, riesploso, perché quella del Sudan è una guerra interminabile cominciata nel 1955. Dal 2023, però, la guerra riprende e oppone l’esercito regolare alle milizie paramilitari Rsf (Forza di Sopporto Rapido). Ad oggi costituisce una delle peggiori catastrofi umanitarie dei nostri tempi con oltre 12 milioni di rifugiati e 25 milioni di persone a rischio fame.
Nelle province del Kivu, in Repubblica Democratica del Congo, si ripetono stragi di civili, stupri di massa, saccheggi devastanti, etc. perpetrati fra milizie rivali, gruppi armati locali e forze straniere e si contano milioni di vittime e circa 6 milioni di sfollati a oggi.
Le insurrezioni jihadiste e i loro massacri sembrano non riguardare i media occidentali. A Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, i jihadisti, in una decina di anni, hanno ucciso migliaia di persone e creato un milione di sfollati. Però le multinazionali occidentali sono lì e continuano ad estrarre le risorse naturali come se nulla fosse.
In Etiopia milioni di persone vivono nell’insicurezza con gli attacchi delle milizie che ormai fanno da padrone nel paese.
Sahel, Niger, Mali, Burkina Faso, Ciad e Nigeria sono alle prese con il terrorismo islamico da anni, con perdite immense in termini di vite e di materiali vari: villaggi distrutti, massacri, rapimenti, migliaia di morti e almeno 10 milioni di sfollati. Queste crisi africane, in alcuni casi, sono peggio di quello che succede a Gaza o in Ucraina.
Di Ucraina e Gaza i telegiornali ne parlano quasi tutti i giorni, i giornali online mostrano indignazione con materiali audio-visivo, la TV organizza dei dibattiti con esperti che parlano e discutono di queste guerre; quelle africane, invece, non destano grande interesse. Al massimo si danno le notizie in modo selettivo, per allarmare la popolazione occidentale e incitare alla paura dell’Africa. Dibattiti intellettuali con analisi di esperti non esistono.
Perché i drammi africani non sono appetibili ai media occidentali? Riporto le ipotesi di Marco Trovato, direttore editoriale della rivista Africa. Lo cito: “I media occidentali tendono a privilegiare conflitti percepiti come strategici per il loro pubblico: guerre che toccano energia, migrazioni, sicurezza, equilibri geopolitici. Ucraina e Gaza rispondono a queste logiche, l’Africa assai meno (ma la percezione, ovviamente, non coincide con la realtà). Qui, dove i conflitti non coinvolgono direttamente potenze occidentali, l’interesse cala”.
In realtà questi conflitti sono quasi sempre causate dagli interessi stranieri e anche spesso occidentali, se pensiamo solo alla possibilità di vendita delle armi o alla malagestione di multinazionali occidentali per lo sfruttamento di risorse naturali che fanno nascere rivalità fra le persone del posto. Nel caso del Sud Sudan non è un segreto che siano coinvolti nel finanziamento del conflitto alcuni paesi arabi, ma anche la Russia.
Poi, sempre secondo Trovato: “C’è poi un meccanismo di assuefazione: guerre lunghe, senza svolte clamorose, “a bassa intensità”, smettono di “fare notizia”. La cronaca quotidiana di fame, sfollamenti, epidemie non genera lo stesso impatto di un bombardamento spettacolare o di un raid improvviso”.
Condivido questa affermazione, ma bisogna riconoscere che nessuna guerra nasce lunga. Le guerre hanno sempre un inizio. Però, nel caso delle guerre africane, nemmeno all’inizio fanno notizia, tranne che una breve che scorre sullo schermo delle tv mentre si parla di altro. A Gaza non possiamo dire che non si tratti di guerra lunga, con sfollamenti e fame che durano da quasi un secolo; ma ho come l’impressione che conti soprattutto l’aggressore. Se chi aggredisce è amato o meno dagli occidentali, sui media o tra la popolazione nascono polemiche attorno all’aggressore: la guerra diventa interessante per il mondo dell’informazione e della comunicazione. Anche perché “le redazioni privilegiano storie con volti e simboli chiari, figure che il pubblico possa riconoscere e che lo inducano a schierarsi, pro o contro. Nei conflitti africani, invece, la linea tra vittime e carnefici è sfumata, le dinamiche troppo complesse per rientrare in una cornice semplice di “buoni” e “cattivi”. E dove la complessità regna, il racconto si inceppa”.
Nell’occidente di oggi, molti lettori sono ormai dei tifosi e difficilmente vogliono capire. Serve avere due campi, con una parte da odiare e l’altra da esaltare. In Africa, di solito, si tratta di guerre fra due parti dello stesso popolo e allora l’opinione pubblica occidentale non sa chi tifare e chi odiare, non cerca di sapere chi c’è dietro al conflitto e, anche se lo vengono a sapere, ormai il buco informativo ha spento ogni interesse.
Riconosciamo. come osserva sempre Trovato, che bisogna anche tener conto del costo delle coperture delle guerre in Africa: “raccontare guerre lontane, in contesti pericolosi e privi di infrastrutture, costa molto, e le redazioni globali, in tempi di tagli e crisi, scelgono di investire su storie che garantiscono più visibilità, più click, più audience”. Anche qua, posso dire che, pure prima dei tagli, i media sembrano aver scartato le vicende africane dai loro radar. Ed è così che l’Africa è rimasta nella mentalità occidentale come un continente misterioso con popolazione da riempire di pregiudizi.
Molto probabilmente “pesa anche una questione razziale, raramente ammessa ma difficilmente negabile. Le vittime e i carnefici di queste guerre hanno la pelle nera, diversa dalla nostra: e questo, nel subconscio collettivo occidentale, riduce l’empatia, attenua l’urgenza, declassa la sofferenza. La distanza non è solo geografica o culturale: è anche visiva, simbolica, affettiva”.
Finche gli africani si uccidono fra di loro, non interessa a una popolazione che, comunque, pensava già che i neri sono cattivi, barbari e brutali. Ancora oggi, noi neri, leggiamo queste etichette su vari commenti social.