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Redazione
ANNO XIVmercoledì 9 Settembre 2026
tea & ribollita

Cartoline d’inverno dal Kent

Uno degli errori più comuni quando vivi in un posto è pensare di poterlo esplorare “un giorno”.

Succede così: ciò che è vicino diventa rimandabile, ciò che è lontano diventa desiderabile. Da toscana lo so bene — ci sono angoli della mia regione che ancora non conosco, perché l’idea di vacanza mi ha sempre spinto altrove.

Ora che vivo a Londra non voglio fare lo stesso errore. Voglio imparare a guardarmi intorno, a uscire dalla città, a scoprire cosa c’è appena oltre. Così nasce questa piccola fuga nel Kent: una gita fuori porta che, più che uno spostamento geografico, è stata un’uscita dal ritmo abituale. Una boccata d’aria fresca.

Tre tappe, tre atmosfere diverse: Margate, Whitstable e Canterbury. Un unico filo: la lentezza.

La prima impressione, arrivando sulla costa, è quella di un luogo sospeso. C’è vento, c’è mare, c’è quell’aria invernale che ti entra addosso e ti costringe a fermarti. Tutto sembra leggermente fuori dal tempo: le giostre, i chioschi, i padiglioni color pastello sembrano disegnati con una matita consumata, come certi film visti da ragazzina — Sapore di mare, Sapore di sale.

Il mare d’inverno non consola, ma affascina. È ruvido, presente, si fa sentire. Intorno, una fauna umana giovane e creativa: surfisti, cappelli di lana, calma apparente. È un luogo che non ti chiede di fare, ma di guardare. E poi c’è la Shell Grotto, la grotta delle conchiglie: assurda e meravigliosa, uno di quei posti che ti lasciano addosso più domande che risposte.

Poco più in là, Whitstable cambia tono. Qui il mare è lavoro, memoria, quotidianità. Le botteghe raccontano storie senza bisogno di insegne moderne: piccole, curate, dai colori delicati. Sulla spiaggia i gusci di ostriche scricchiolano sotto i piedi, mentre i gabbiani osservano come se fossero i veri padroni del posto.

È un luogo raccolto, autentico, con un’anima più silenziosa. E poi c’è quel pub ricavato in un vecchio cinema: entri e sembra di scivolare in un altro tempo. Luci soffuse, dettagli eleganti, un’atmosfera da film — quasi Il Grande Gatsby. Sulle pareti, le foto dell’attore che interpretò Dracula: una presenza discreta che rende tutto ancora più affascinante.

Lasciando il mare e addentrandosi verso l’interno, cambia il respiro. Canterbury non si affaccia sull’acqua, ma sulla storia. Camminando per il centro senti subito che è un luogo di passaggio da secoli: cuore della Chiesa d’Inghilterra, dominato dalla sua imponente Cattedrale, meta di pellegrinaggio fin dal Medioevo dopo l’assassinio di Thomas Becket. Da qui parte anche la Via Francigena.

Tra librerie, vicoli e mura antiche, il tempo non corre: si stratifica. È una città che invita al silenzio, alla curiosità, a un passo più lento — lo stesso dei pellegrini di allora.

Tre luoghi diversi, tre energie lontane tra loro. Eppure hanno qualcosa in comune: chiedono di rallentare. Di camminare senza una meta precisa, di osservare, di ascoltare. In un mondo che ci spinge a fare di più, andare più lontano, consumare più in fretta, questa gita fuori porta è stata un piccolo esercizio di presenza.

In molte culture africane il tempo non è una linea che corre, ma uno spazio che si abita. Si dà priorità alla presenza, alla relazione, al “qui e ora” vissuto pienamente. Questo modo di sentire il tempo resta nel corpo: nel passo, nella voce, nel modo di ascoltare, persino nel respiro.

Sono cresciuta tra due mondi e penso di aver sviluppato una sensibilità doppia. Vedo la fretta occidentale dall’interno, ma sento che non mi rappresenta del tutto. E allora emerge ciò che è più vicino alla mia natura.

A volte non serve scappare lontano per sentirsi in viaggio. Basta uscire, davvero.

Alla prossima,

Lovely to see you!

T&R

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