Dal Medioevo in poi, importanti rotte carovaniere partivano da Gao, Timbuktu e Kano, dirette a Tripoli, Tunisi e Il Cairo. Il cuore della tratta degli schiavi arabo-musulmana si trovava nel Sahara.
Migliaia di cammelli carichi di sale, oro e, naturalmente, esseri umani. Gli schiavi catturati nei regni del Sahel, o durante le incursioni più a sud, erano costretti a percorrere a piedi centinaia o migliaia, di chilometri. Molti morivano di stanchezza, di sete o di malattie lungo il cammino.
I sopravvissuti affrontavano destini diversi al loro arrivo al nord. Alcuni divennero facchini e braccianti agricoli, altri furono castrati per servire come eunuchi negli harem e nei palazzi, mentre altri ancora furono assegnati a lavori domestici, artigianali o arruolati nell’esercito. Questo commercio di esseri umani fu svolto dai grandi imperi arabo-musulmani: gli Omayyadi e gli Abbasidi e in seguito i Mamelucchi d’Egitto, che fecero della schiavitù un pilastro del loro potere.
Gli storici stimano che diversi milioni di prigionieri neri siano stati deportati attraverso la tratta degli schiavi transahariana per oltre dieci secoli. A causa della mancanza di registri precisi è difficile stabilire cifre esatti ma la durata e la regolarità della tratta araba lo rendono uno dei più lunghi e distruttivi della storia mondiale.
Qualche rivolta c’è stata come quella degli Zanj in Iraq nel IX secolo. Il termine “Zanj” si riferisce agli schiavi neri provenienti dallo Zanzibar, la Tanzania o il Comore catturati e trasportati nel Golfo Persico. Venivano impiegati principalmente nelle paludi della Bassa Mesopotamia, cioè l’Iraq meridionale. Lavoravano sotto un sole implacabile nell’agricoltura.
La rivolta scoppiò nell’869. Stremati da anni di oppressione, presero le armi sotto la guida di un leader carismatico, Ali ibn Muhammad. Il movimento crebbe rapidamente raggiungendo proporzioni considerevoli, mobilitando decine di migliaia di schiavi e attraendo altri gruppi disamorati, tra cui i poveri liberi. Resistettero agli eserciti abbasidi e stabilirono persino una sorta di stato insurrezionale, con basi fortificate, una gerarchia militare e incursioni vittoriose fino alle porte di Bassora. Solo nell’883, le forze abbasidi ripresero il controllo, massacrando gli insorti. Ma l’episodio servì a ricordare che, molto prima di Haiti nel 1791, gli schiavi neri avevano già tentato di spezzare le loro catene in rivolte di massa, anche se spesso cancellate dalla memoria collettiva.
La schiavitù arabo-musulmana si distingue nella pratica della castrazione sistematica di alcuni prigionieri. Molti giovani venivano mutilati per diventare eunuchi. Questa pratica, diffusa dal Medio Oriente al Nord Africa, costituiva una vera e propria industria della mutilazione. Le operazioni erano eseguite senza igiene con molta probabilità di infezioni. Secondo alcuni resoconti il tasso di mortalità arrivava al 90 per cento. I sopravvissuti venivano venduti a prezzi esorbitanti, considerati servi affidabili poiché incapaci di generare prole o di minacciare le linee dinastiche.
Nelle corti abbaside, ottomana e mamelucca, alcuni di questi eunuchi, riuscirono a scalare i ranghi e a formare un’influente élite servile, occupando importanti posizioni amministrative o militari. Ma la loro ascesa avvenne al prezzo di un vero e proprio genocidio silenzioso, che letteralmente spazzò via intere generazioni di uomini africani. Questa costituisce una differenza fondamentale rispetto alla tratta atlantica. Nel mondo arabo-musulmano, la castrazione sistematica portò a una drastica riduzione del numero di discendenti degli schiavi africani. Mentre le Americhe videro l’emergere di significative comunità afrodiscendenti, la memoria della tratta degli schiavi arabo-musulmana rimane più frammentata, in parte perché le tracce biologiche e demografiche furono deliberatamente distrutte.
Un’altra particolarità della tratta araba fu la sua durata. Infatti, mentre la tratta atlantica fu ufficialmente dichiarata illegale all’inizio del XIX secolo (1807 per la Gran Bretagna, 1815 al Congresso di Vienna, 1848 per la Francia), la tratta degli schiavi arabo-musulmana durò molto a lungo. La pressione europea portò alla stipula di alcuni trattati nel XIX secolo ma i mercati degli schiavi nell’Oceano Indiano, nel Mar Rosso e nel Sahara rimasero attivi fino al XX secolo inoltrato.
Le abolizioni ufficiali attestano questa estrema lentezza. Per esempio, l’Arabia Saudita l’abolì nel 1962 sotto la pressione delle Nazioni Unite. L’Oman nel 1970, quando il sultano Qaboos salì al potere con il sostegno britannico, La Mauritania nel 1981, ma senza un’effettiva criminalizzazione fino al… 2007. E ancora oggi persistono forme contemporanee di schiavitù: la servitù domestica in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo, lo status di casta servile in Mauritania, il lavoro forzato in Sudan. La tratta transatlantica dalla fine del XV al XIX secolo mentre quella arabo-musulmana, durò quasi dal VII al XX secolo, rendendola uno dei sistemi di schiavitù più duraturi nella storia dell’umanità.La tardiva e incompleta abolizione della schiavitù nel mondo arabo-musulmano dimostra quanto questa storia sia ancora viva e dolorosa e quanto sia ancora oscurata.
Nonostante la sua portata e la sua lunga durata, la tratta arabo-musulmano rimane assente dai libri scolastici. L’attenzione didattica e commemorativa si concentra quasi esclusivamente sulla tratta atlantica, lasciando nell’ombra tredici secoli di schiavitù transahariana e orientale.
Questa omissione deriva in parte dalle rivalità sulla memoria storica. Nella sfera pubblica, la memoria della schiavitù è spesso ridotta a una narrazione incentrata sull’Europa coloniale e sulle Americhe. Questa scelta riflette un’implicita gerarchia di responsabilità storica, che tende a rendere invisibili altri attori arabi all’interno del sistema complessivo di schiavitù africana.
Alcuni denunciano una “selettività” nel riconoscimento dei crimini storici, accusando stati e istituzioni di privilegiare una memoria parziale che stigmatizza l’Occidente risparmiando altre regioni del mondo. Altri, al contrario, temono che sollevare questa questione possa servire da pretesto per relativizzare o minimizzare la tratta atlantica.
Tuttavia, l’obiettivo non è quello di contrapporre narrazioni diverse, ma di ampliare la portata della conoscenza. Per la diaspora nera, integrare questa storia è essenziale perché permette di comprendere che la schiavitù degli africani è stato un fenomeno globale, che ha interessato l’Atlantico, il Sahara e l’Oceano Indiano.
Reintegrare la memoria della tratta arabo-musulmana nelle narrazioni scolastiche e pubbliche significa restituire visibilità a milioni di vite distrutte e riconoscere finalmente la piena portata della tragedia della schiavitù.
kibaya


