“Per secoli la sua sensibilità si era educata sotto l’influenza di quella stanza di soggiorno comune. Di essa le erano rimasti impressi i sentimenti; aveva sempre davanti agli occhi lo spettacolo delle relazioni umane.
(…) Le stanze sono così diverse;(…) vi è a volte il bucato appeso, e a volte splendono di opali e sete;(…) basta entrare in qualunque stanza di qualunque strada per sentirsi sbattere in faccia quella forza estremamente complessa della femminilità.”
(Una stanza tutta per sé, V. Woolf)1
Quasi cento anni fa venne chiesto a Virginia Woolf di tenere due conferenze sul tema Le donne e il romanzo ma l’argomento aveva ampie e complesse sfaccettature che secondo la Scrittrice meritavano una più attenta riflessione. Così, quelle due conferenze tenute nel 1928 a Cambridge divennero l’occasione per parlare dei condizionamenti sociali vissuti dalle donne e confluirono nel libro Una stanza tutta per sé, manifesto del suo pensiero.
La donna, che passava con la rapidità di un giro di valzer dall’esser musa ispiratrice a essere relegata negli angusti confini di una casa in cui era considerata in maniera altrettanto angusta, viene quindi esortata a sconfinare in una realtà consapevole, quella realtà che “ci resta quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno”.1
Per fare questo occorreva uno spazio che fosse privato, per essere scevro da interferenze e, parallelamente, consentisse una crescita personale.
E Virginia, la cui mente era realmente libera, fece di più: abbatté virtualmente il perimetro del suo salotto il quale divenne il quartier generale del Circolo Bloomsbury, luogo in cui si tessevano dialoghi e dibattiti tra gli intellettuali delle varie arti sorseggiando anche caffè. L’aromatica bevanda aveva il sapore della curiosità e il pregio di infrangere gli schemi del tradizionale afternoon tea, tanto amato dalla Regina Vittoria.
Colta, innovativa e appassionata di letture, Virginia nell’estate del 1931 sta esplorando le conversazioni epistolari tra i celebri poeti Elizabeth Barrett e Robert Browning da cui trarrà non solo un ulteriore affresco della società inglese della prima metà dell’ottocento ma anche un’intensa simpatia per il cane della poetessa Elizabeth, Flush. E con questo nome ne titolerà la biografia, vista proprio attraverso gli occhi dell’amato cocker spaniel. Un esperimento letterario che ebbe un grandissimo successo.
Robert ed Elizabeth, il cui padre ostacolava le nozze, si sposarono in segreto e fuggirono in Italia dove, nel 1847, presero dimora a Firenze presso Palazzo Guidi portando con loro il fedele e, verrebbe da pensare, fine osservatore Flush.
Ciò che mi rende particolarmente simpatici i coniugi Browning non è solo la raffinata poesia o il manifestato amore per la libertà dei popoli così come delle singole individualità o la scelta di vivere il loro profondo sentimento prendendo decisioni che erano una chiara affermazione di indipendenza femminile, ma anche l’aver riconosciuto nella Valle del Serchio l’incanto di cui è pervasa.
La coppia, infatti, in più estati soggiornò a Bagni di Lucca dove fu sensibile presenza di quel colto e nobile circolo itinerante che, costituito dai nomi più in vista dell’epoca, si spostava tra Firenze e la Valle. In questa meta sempre ambita per le bellezze naturali e storiche, per la quiete e nel contempo la vivacità intellettuale, Elizabeth e Robert trovarono il luogo perfetto in cui rifugiarsi tanto che a loro è stata intitolata la romantica passeggiata che costeggia il fiume Lima.
Dall’altra parte dell’oceano, a Boston, Louisa May Alcott -che come Virginia Woolf era convinta assertrice dell’emancipazione femminile- nel 1868 pubblica il romanzo Piccole Donne, la nota storia di quattro sorelle che sin dall’infanzia devono affrontare una realtà familiare in mutazione. Una in particolare, Josephine, che tutti abbiamo amato come Jo, è il simbolo di un’indipendenza tenacemente ricercata e ottenuta. Se il carattere di Jo è modellato sui tratti di quello dell’Autrice è nel personaggio della madre, Marmee,affettuoso vezzeggiativo in uso all’epoca, che si incontra la forza capace di piegarsi al vento senza spezzarsi, di riempire con dolce saggezza i vuoti creati dalle circostanze.
Il libro ebbe sin da subito enorme popolarità e, nel tempo, svariate trasposizioni cinematografiche. Nel 1994 è stata l’attrice Susan Sarandon, personalità attiva contro le ingiustizie, le discriminazioni e la violenza, ambasciatrice Unicef, ad interpretare con fine modernità il ruolo di Marmee.
A questo punto la pellicola narrativa si modella su altro materiale: non più la perforata striscia di celluloide ma il gesso continua la narrazione e Coreglia Antelminelli ne è il suggestivo palcoscenico. Le medioevali Porte di accesso si aprono come quinte sulla storia di cui il Castello si fa scenografia poiché è con l’antica arte dei Maestri Figurinai che gli antenati di Susan Sarandon iniziano la storia della loro famiglia in America.
Come le parole, anche il gesso dà forma all’immaginario. Si ispira all’arte sacra oppure alla musica, alla mitologia, alla storia e, versatile ed agile, si presta anche al cinema: negli anni Quaranta del Novecento, a causa della guerra, la famosa statuetta del premio Oscar venne fatta proprio in gesso.
E forse possiamo dire che l’ambito riconoscimento era scritto nel destino di Susan. Una carriera artistica iniziata per una felice concomitanza di eventi ma proseguita con costante impegno, tenacia e attenta scelta di ruoli significativi -praticamente una strada sempre in salita- non solo le farà ottenere numerose Nomination ma, per citarne alcuni, le farà vincere il premio BAFTA, il David di Donatello e, naturalmente, il premio Oscar.
Virginia, Elizabeth, Louisa, Susan. Quattro figure femminili lontane tra loro ma vicinissime nel pensiero che forse può essere riassunto in unica parola: Rispetto. Per i Popoli, le Persone, la Natura, la Pace.
Cinzia Troili
1Una stanza tutta per sé, V. Woolf – Edizioni Feltrinelli/Classici, 2023 (pag. 102;124;149)
FOTO: – Bagni di Lucca, viale col filare di platani lungo il torrente Lima (immagine tratta dalla Rivista di archeologia storia e costume, anno XLVI- NN. 1-4/2018 – Pag. 89).
– Coreglia Antelminelli, veduta – foto di proprietà.
