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Redazione
ANNO XIVdomenica 1 Novembre 2026
borgo a mozzano

Candele, campane e vestiti nuovi: la Pasqua di un tempo a Corsagna, quando tutto tornava a vivere

C’era un momento, a Corsagna, che più di ogni altro segnava il passaggio dalla tristezza alla speranza. Era la notte del Sabato Santo, quando la chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo tornava a vivere dopo giorni di silenzio e raccoglimento.

Negli anni ’60 e ’70 quella non era solo una celebrazione religiosa, ma un’esperienza collettiva intensa, quasi palpabile. La sera calava lenta sul paese. Le case si svuotavano e le famiglie, una dopo l’altra, si incamminavano verso la chiesa. C’era un silenzio diverso dal solito, un silenzio carico di attesa.

Sul sagrato veniva acceso il fuoco, segno della rinascita. Le fiamme illuminavano i volti raccolti dei fedeli e, in quel momento, si levava il canto del Lumen Christi, a cui tutti rispondevano Deo gratias. Era l’inizio della luce. Don Sergio guidava la comunità con passo solenne e sicuro. Il cero pasquale veniva acceso e, da quella fiamma, la luce passava di candela in candela. I chierichetti, attenti e un po’ emozionati, si muovevano tra i banchi accendendo le candele dei fedeli, mentre la chiesa, poco alla volta, usciva dal buio.

Era uno spettacolo semplice ma straordinario: da una sola fiamma nasceva una luce capace di riempire tutto lo spazio. Durante la liturgia della Parola il silenzio era profondo. E poi, al momento del Vangelo, dopo giorni in cui era stato taciuto, esplodeva finalmente l’Alleluia. Era un canto atteso, quasi trattenuto nel cuore, che tornava a riempire la chiesa con una forza difficile da dimenticare.

Alla comunione, i canti si facevano più raccolti, più intimi. “Resta con noi Signore la sera” accompagnava la preghiera dei fedeli, mentre ognuno viveva quel momento con semplicità e verità. Poi, all’improvviso, le campane. Dopo il silenzio dei giorni precedenti tornavano a suonare, riempiendo il paese. Era la gioia della Resurrezione. La chiesa era luminosa, viva, piena. E quella luce non restava lì: usciva con le persone, entrava nelle case, diventava parte della vita quotidiana. Ma quella notte non era la fine. Era l’inizio.

La mattina di Pasqua Corsagna si svegliava con un’aria diversa, più leggera, più luminosa. Era davvero primavera. La messa solenne delle 10:30 diventava il cuore della giornata. La chiesa si riempiva come poche altre volte durante l’anno. Non c’era famiglia che mancasse. Era una festa della fede, ma anche della vita.

Gli uomini indossavano l’abito buono, la camicia stirata, la cravatta scelta con cura, le scarpe lucide. Le donne erano eleganti, con i vestiti più belli, i foulard colorati, un’aria di festa che si vedeva negli sguardi prima ancora che negli abiti. E poi i bambini, con le scarpe nuove, i vestiti nuovi, felici e un po’ orgogliosi. Si guardavano tra loro, si rincorrevano sul sagrato, portando con sé quella gioia semplice che solo i giorni speciali sanno dare.

Dentro la chiesa i canti erano pieni, gioiosi. L’Alleluia risuonava ancora, libero, senza più trattenersi. Don Sergio guidava la celebrazione con quella sua presenza forte ma paterna, e tutti partecipavano come parte viva della comunità. Fuori, il sole iniziava a scaldare davvero. La gente si fermava sul sagrato, si salutava, si scambiava gli auguri. Non c’era fretta di tornare a casa. Era bello restare lì, insieme,

Perché la Pasqua, a Corsagna, non era solo la celebrazione della Resurrezione, era anche la festa della primavera, della rinascita della natura, dei legami tra le persone. Era il giorno in cui tutto sembrava ricominciare.

E’ in quella luce, accesa nella notte e ritrovata nel giorno, che Corsagna, ogni anno, tornava a vivere.

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