Quando frequentavo le medie, mi ricordo che dicevo sempre che volevo diventare giornalista.
A dire il vero, mi era da sempre piaciuto quel lavoro. Così, quando decisi di iscrivermi all’università, mi dissi che avrei voluto farlo. Il test da passare per poter accedere al primo anno, però, era già scaduto.
Mathieu, un amico giornalista radiofonico al quale avevo parlato del mio desiderio mancato, mi disse che potevo provare uno stage alla radio, così almeno avrei imparato qualcosa del mestiere. L’idea mi piacque e gli chiesi di darmi una mano per fare una domanda. La facemmo e fu accettata.
Mi dovevo trovare un posto dove andare a vivere per poter cominciare il tirocinio. Tramite lo stesso Mathieu, venni a sapere di una signora che aveva una stanza in affitto. Mi misi in contatto con lei (Martine si chiamava) e affittai la casa per 5 mila fcfa al mese. Non sapevo come avrei pagato l’affitto, ma quello si sarebbe visto dopo – mi dissi. Così, cominciò il mio primo stage alla “Radio Rurale di Ouagadougou”.
La cosa più bella della mia nuova casa, era il fatto di avere almeno l’elettricità! Avevo una lampada dentro la stanza e un’altra fuori, sopra la porta. In realtà, era stato Madi del negozio che aveva fatto mettere un contatore per il suo negozio e siccome, prima del mio arrivo, usava quella stanza come magazzino, aveva avuto bisogno di luce anche lì. Quando Martine decise di affittare la stanza, Madi tolse la sua roba ma non la corrente. Così, quando sono entrata io, ci siamo messi d’accordo con un mio contributo, 2 mila franchi, alla fine di ogni mese per avere l’elettricità.
Un problema grosso che ebbi in questa casa fu dover affrontare le lucertole e gechi. Sono degli animali che mi fanno molto paura. Siccome la mia stanzetta nuova era stata usata come magazzino per tanto tempo, le lucertole l’avevano eletta a loro domicilio. Non fu facile cacciarle via. Ogni mattina, verso le sei, sentivo il loro rumore e mi svegliavo. Era come un orologio. Quando arrivava la domenica mattina, mi sforzavo di dormire un po’ di più, ma i bambini dei vicini, che non andavano a scuola il fine settimana, venivano a caccia di questi rettili a casa mia e si mettevano a rincorrerle urlando. Così, alla fine, mi dovevo alzare.
Un giorno tornai a casa la sera dopo aver passato la giornata a lavorare alla radio, tutta stanca e pronta per andare direttamente sulla mia stuoia; ero tutta stesa dietro la tenda, che divideva la stanza in due e dove si trovano le mie cose più riservate. Appena spostai la tenda, ecco un enorme lucertola maschio, tutto nero con la testa rossa, steso proprio in mezzo alla stuoia! Con il buio, prima del mio arrivo, si era sentito proprio a suo agio e si era messo a dormire al posto mio. Scappai fuori alla ricerca di aiuto. Dopo quasi un quarto d’ora, trovai Mustafa, il venditore di carbone a legna. Gli andai incontro e gli spiegai la situazione. Lui si mise a ridere e, alla fine, mi seguì in casa, prese la lucertola per il collo e la mise nel buco del gabinetto. Ringraziai sinceramente e mi misi sulla mia comoda stuoia. Però mi svegliai diverse volte nella notte, di soprassalto, con l’impressione di aver toccato una lucertola accanto a me.
La radio era situata in pieno centro della città. Era un posto che mi piaceva tanto perché il lavoro di giornalista mi aveva sempre affascinato; e poi avevo trovato tanti giovani con cui andavo molto d’accordo.
Il mio amore per il giornalismo nacque alle elementari. Un giorno, eravamo in quinta, il nostro maestro ci chiese a turno cosa volevamo fare, come mestiere, da grandi. Ognuno disse la sua. Al mio turno, dichiarai che volevo diventare insegnante. Lui replicò che per me sarebbe stato meglio fare la giornalista. Lo motivò asserendo che avevo una grande capacità comunicativa e che sapevo analizzare bene le situazioni. Mi piacque l’idea fino all’università.
Cominciai quindi questo stage con tanta volontà e altrettanta curiosità, ma soprattutto felice di fare qualcosa che mi piaceva da tanto tempo. Fu come realizzare un sogno. Non avevo ancora discusso la mia tesi di laurea – che, comunque, non aveva niente a che vedere con il giornalismo. La stavo finendo, ma avevo bisogno di imparare altro.
Presto fui apprezzata per il lavoro che facevo. Mi ricordo la mia prima uscita per l’intervista con persone che lavoravano nel campo della nutrizione. Eravamo in quattro: l’autista, un tecnico, un’altra persona e io, che dovevo fare le domande in lingua moore. Ero emozionatissima! Dovevamo registrare una trasmissione che sarebbe diventata una puntata mensile su un argomento riguardante il miglioramento della qualità di vita della popolazione. Questa uscita era per realizzare la prima puntata.
La trasmissione doveva essere in diretta e l’avrebbe presentata Alice del servizio produzione, la nostra responsabile. Noi eravamo incaricati di raccogliere i pareri della gente sulla qualità di quello che mangiavano. Il giorno della presentazione andammo alla Radio Nazionale, situata nello stesso cortile di quella rurale da dove partivano le dirette. Alice mi fece trascrivere qualche ora prima la parte introduttiva dal francese al moore, cosa che feci molto volentieri. Lei la lesse diverse volte e mi lodò per la mia capacità di scrivere in modo chiaro la lingua locale.
La trasmissione fu un gran successo, con tante chiamate in diretta da parte degli ascoltatori. Alla fine della trasmissione si complimentarono per il modo in cui avevo intervistato la gente e mi dettero dei consigli per le future registrazioni. Così diventai giornalista!
Ormai alla radio ero inserita, nel senso che ero diventata autonoma nello sbrigarmi le faccende giornalistiche. Fatto per cui le tensioni interpersonali si moltiplicarono. Fui accusata di monopolizzare la stanza del montaggio, fui giudicata invadente nel fare il mio lavoro mentre, per loro, ero soltanto una stagista. Un giorno Alice mi chiese di andare nella sala della redazione, dove si trovava la lavagna sulla quale si prenotavano le uscite, per programmarne una. Il vice della redazione, che era un giovane appena nominato di nome Baoyam, mi aggredì verbalmente dicendo che non mi conosceva (per dire che ero una stagista). Il pomeriggio riferii tutto ad Alice che convocò Baoyam e si misero a litigare. Alla fine, fui ammessa a scrivere tutto quello che serviva per il mio lavoro sulla lavagna, come tutti.
Alice, aveva ideato un nuovo programma per le serate domenicali che si intitolava d sosda ne d reem-deemdba “Stiamo chiacchierando con i nostri giornalisti”. La trasmissione consisteva nell’invitare un artista tradizionale che cantava in lingua moore per fare una serie di domande sulla sua attività, ovviamente facendo sentire, ad intervalli, la sua musica. Fui incaricata della gestione della nuova emissione che conobbe un successo. Questo aumentò ancora di più il disdegno di certe persone verso di me, anche se lavoravo gratis e tantissimo.
Un uomo che lavorava alla radio da tanto tempo e che parlava la mia stessa lingua locale mi riferì un giorno tante cose che aveva sentito dire di me, ma che non condivideva. E concluse con questa considerazione: «Sono sicuro che se dicono queste malvagità su di te, le dicono anche su di me. Voglio che tu sappia che se un giorno ti diranno qualcosa su di me, sarà falso come nel tuo caso. Continuiamo a lavorare insieme tranquilli senza lasciarci scoraggiare da persone invidiose.»
Tra le altre cose che faceva, Mathieu presentava anche la necrologia ogni sabato pomeriggio. Mi invitò a vedere come si faceva e finì per lasciarmela presentare insieme a lui due volte. Fui apprezzata da alcuni che avevano ascoltato. In seguito, però, mi comunicò che era meglio non farlo più perché aveva già sentito delle cose non molto belle sul fatto che mi avesse permesso di farlo.
«La necrologia è pagata a parole – disse Mathieu – quindi bene. Sai benissimo che dove ci sono soldi c’è la guerra. Già tra di noi che facciamo questo programma da anni non è facile. Se lavori gratis e non ti vogliono bene, figurati se vieni qua a fare la necrologia con me.» «Ma io voglio soltanto imparare» protestai. «Quando l’ho fatto con te non sono stata pagata. Non sapevo neanche, fino ad adesso, che si pagavano quelli che lo presentavano». «Lo so, ma loro pensano che ti diamo dei soldi per questo. Comunque tu sei bravissima! L’importante è questo. Sono veramente orgoglioso di averti fatto provare questo stage».
Un giorno, una signora del servizio programma che lavorava anche per conto di una altra lingua locale, mi venne incontro nel corridoio con tono arrabbiato: «Dammi un MO!» (una specie di cassetta dove si montano le riprese). Replicai con calma: «Mi dispiace ma non ce l’ho. Ne avevo solo due che erano di Alice, ma lei li ha ripresi tutti per ascoltare la trasmissione che ho montato e registrato dentro.» «Non è vero! Mi hanno detto che sei tu che hai tutti i MO della radio e ne fai quello che vuoi egoisticamente!»
Sapevo che era lei quella che andava in giro a dire le bugie su di me, quindi non volli continuare la discussione. E, comunque, non ero abituata a litigare con delle persone molto più anziane di me che possono essere come i miei genitori. Ribattei sempre tranquillamente, ma sforzandomi di contenere la rabbia che sentivo bollire dentro di me: «È informata male! Non ho questo privilegio! Ne uso solo due e in questo momento non ce li ho e poi che senso ha avere tutti i MO con sé? È inutile! Mica si mangiano!» Poi mi girai e continuai la mia strada.
Se ci sono state tutte queste difficoltà, per contro ho vissuto anche delle gioie indimenticabili. E le cose più belle della vita sono quelle positive. I momenti di gioia vengono sempre, almeno per me, a cancellare o rendere del tutto innocue quelle negative.
Per prima cosa, ero stata fortunata ad avere una direttrice simpatica e che mi voleva molto bene. Presto mi diede la sua fiducia fino a confidarmi tante cose. Apprezzava sempre quello che facevo ed era veramente disponibile per aiutarmi a imparare. Poiché non era prevista una paga per il mio stage, lei faceva quello che poteva perché mi occupassi delle pubblicità che erano pagate da privati. Così almeno mi guadagnavo qualcosa.
Mi ricordo che un giorno tornai a casa senza niente da mangiare. Dormii a pancia vuota e la mattina dopo non sapevo come avrei vissuto da lì in poi. Decisi di parlarne con lei. La chiamai al telefono perché non ero sicura di poter avere il coraggio di spiegarle di persona. Mi ascoltò e mi promise una mano quando ci saremmo viste al lavoro. Arrivai con un po’ di vergogna, ma quando la vidi tutto cambiò. Fu come se fosse stata mia madre. Mi salutò con la sua simpatia e, senza farsi vedere, mi diede 2 mila 500 franchi! Era tanto per me! Non pensavo a una cosa del genere anche perché non lo sapevo in anticipo. La chiamai la mattina stessa. Mi aspettavo qualcosa come 500 franchi o al massimo 1000, lei invece non smise di scusarsi per il fatto di non aver potuto darmi di più. Io balbettai qualcosa tipo “non so come ringraziare”.
Una mattina bellissima cominciava a brillare!
kibaya