I mestieri che oggi è difficile trovare, nel 2026, sono molti. Uno di questi è la sarta.
A raccontare questo lavoro è il figlio e nipote di due sarte: mia nonna Ancilla Pellegrini e mia madre Italia Lucchesi, che per tanti anni hanno lavorato per le persone di Corsagna, Particelle e Borgo a Mozzano.
Mia nonna Ancilla aveva lavorato in Brasile, a Campo Grande, al servizio della famiglia di Remoaldo Pieroni. In quell’esperienza lontana aveva imparato molto, non solo sul lavoro ma anche sulla vita. Ma la sua permanenza in Brasile fu segnata anche da un grande dolore. Mentre stava raggiungendo il marito Michele, sul piroscafo che da Genova la portava a Rio de Janeiro, in Brasile, la loro bambina Anna, di appena due anni, si ammalò gravemente a causa di un virus e morì durante il viaggio. Come se non bastasse, dopo pochi mesi — circa sei mesi più tardi — morì anche il marito Michele, che aveva soltanto venticinque anni.
Rimasta sola e duramente colpita da questi lutti, mia nonna trovò comunque la forza di andare avanti e, con la piccola Italia, decise di tornare in Italia. A Corsagna ricominciò da capo e trasformò il mestiere della sarta in una nuova possibilità per vivere e crescere la famiglia.
Mia mamma Italia Lucchesi, oltre all’insegnamento ricevuto dalla sua mamma, poté frequentare la scuola di taglio e cucito delle suore a Borgo a Mozzano. Lì conobbe tante persone e tante amiche. Ma l’amica del cuore rimase per sempre Flora, che poi sarebbe diventata la mamma di Gabriele Brunini. Un legame nato tra stoffe, forbici e fili che durò per tutta la vita.
La mia casa materna di via Postabbio era anche un piccolo laboratorio. Lì non si cucivano soltanto vestiti: si imparava un mestiere. Ricordo i racconti di mia mamma e di mia nonna, da cui iniziò anche l’insegnamento alla nipote di mia nonna, Jolanda Lucchesi, che cominciò imparando a cucire camicie. Con il tempo Jolanda arrivò ad aprire prima un laboratorio e poi, insieme al marito Pietro Palagi, fondò le Confezioni Manifattura del Ponte, una realtà importante per Borgo a Mozzano. Oltre a Jolanda impararono il mestiere anche Adele e Iole Pieroni, che poi continuarono a fare le sarte a Corsagna.
Mi sembra ancora di vedere mia mamma e mia nonna con i fili bianchi, rossi e gialli appoggiati sulle spalle. Prima c’era la Singer, portata direttamente dal Brasile. Poi, negli anni Sessanta, arrivò la Necchi, prima a pedale e poi elettrica. Il tavolo della cucina diventava piano di taglio e piano da stiro. Le stoffe venivano distese con attenzione, i cartamodelli fissati con cura e le forbici scorrevano decise.
Ricordo ancora quando mia mamma, se per caso rovinava un vestito durante il lavoro, se la prendeva molto. Era un dramma, ma poi con pazienza trovava sempre il modo di sistemare tutto.
Prima delle feste era un gran movimento: Natale, Pasqua, Santa Maria, e soprattutto il Carnevale. Le ragazze venivano a provare i vestiti ed era quasi una gara. Nessuno doveva sapere che vestito stesse preparando l’altra, perché l’uscita con l’abito nuovo doveva essere una sorpresa.
“Lo voglio increspato.”
“Collo alla coreana.”
“Un dito sopra il ginocchio.”
Io stavo lì ad ascoltare e a guardare. A volte i tessuti erano pregiati, altre volte recuperati da vecchi vestiti, ma sotto le loro mani prendevano sempre una nuova vita. Poi arrivavano anche le amiche. Le amiche della nonna, le amiche della mamma. Ma lì dentro non c’era molto tempo da perdere nelle chiacchiere: il lavoro doveva andare avanti.
Quando veniva Matilde, la moglie di Sandro, il cugino della mia mamma, l’aria diventava ancora più familiare. Con mia mamma parlavano molto, ridevano e si raccontavano le novità del paese. Ma le chiacchiere, piano piano, si allungavano. Allora la nonna interveniva con la sua solita diplomazia:
“Matilde… ma tu non devi preparare cena a quei ragazzi?”
Lo diceva con un mezzo sorriso. Non per mandarla via, ma per far capire che il tempo passava e che il lavoro delle sarte doveva continuare. Ogni tanto passava anche Don Sergio, il parroco, che scherzando diceva:
“Italia, stammi a sentire: non farli troppo corti questi vestiti.”
Mia mamma, molto religiosa, quasi se ne faceva una colpa. Ma che colpa poteva essere, se la moda era quella?
La giornata lavorativa si concludeva poi la sera. Dopo cena, quando la famiglia era riunita con mio padre tornato dal lavoro, arrivava spesso la zia Albertina, la cognata della mamma. Allora il clima si faceva più tranquillo. L’ansia del lavoro diminuiva un po’, si rideva e si parlava davanti al fuoco.
Io ricordo queste cose da piccolino. Stavo zitto ad ascoltare. Poi arrivava il momento di andare a dormire. Con il mio papà andavamo a letto lasciando la scenetta delle tre: la nonna, la mamma e la zia Albertina che continuavano a parlare davanti al fuoco. Per me era necessario dormire, ma quel piccolo mondo fatto di fili, stoffe, macchine da cucire e racconti è rimasto vivo nella memoria.
Oggi quel mondo sembra lontano. I vestiti si comprano già pronti e le sarte sono sempre più rare. Ma quando ci ripenso, capisco che mia nonna e mia madre non cucivano soltanto vestiti.
Cucivano relazioni.
Cucivano amicizie.
Cucivano la vita di una comunità.