Perché il cibo, oltre a nutrire, è uno dei linguaggi più antichi e immediati che abbiamo a disposizione per raccontare chi siamo. Un piatto può custodire la memoria di una famiglia, parlare di un territorio, ma anche diventare un modo per conoscere qualcuno e avvicinarsi a una cultura diversa dalla propria.
È quello che emerge sfogliando i tre libretti di ricette di Luciano Fanucchi: tre piccoli volumi che, attraverso le preparazioni di famiglia, accompagnano il lettore in un viaggio tra epoche diverse, abitudini domestiche e tradizioni che si incontrano. Luciano, insegnante in pensione e attuale presidente dell’Associazione Culturale Ponte di Capannori, ha raccolto in queste pubblicazioni non soltanto ricette, ma anche frammenti di vita quotidiana.
Ho avuto il piacere di intervistare Luciano Fanucchi e di scoprire, attraverso le sue parole, quanto possa esserci dietro un semplice quaderno di ricette. Non soltanto ingredienti e preparazioni, ma storie familiari, ricordi, tradizioni e incontri tra culture. Quella che inizialmente era una conversazione sulle ricette si è trasformata, poco alla volta, in un racconto spontaneo, ricco di aneddoti e riflessioni.
Dalle ricette alla memoria: come nasce il progetto dei tre libretti?
Il progetto prende forma nell’ambito dell’Associazione Culturale Ponte di Capannori, che si occupa di raccogliere documenti, fotografie e testimonianze legate alla vita del territorio. Luciano ricorda che, quando venne pubblicato il primo volumetto, faceva parte del consiglio direttivo dell’associazione. In quel periodo si parlava spesso di testimonianze del passato, soprattutto della Lucchesia.
L’idea di partire dalla cucina nacque anche grazie ad alcune ricette appartenute alla nonna di una collega, ritrovate su foglietti manoscritti conservati in una credenza. Non erano soltanto indicazioni per preparare un piatto, ma piccoli documenti capaci di raccontare una famiglia e il suo tempo.
Il primo libretto raccoglie ricette riconducibili a una famiglia relativamente agiata: preparazioni elaborate, piatti e dolci che raccontano una cucina diversa da quella della famiglia di Luciano, di origine contadina. Due realtà che convivono nello stesso territorio, ma che portano in tavola esperienze e abitudini differenti.
Tra i piatti legati alla tradizione locale c’è anche la torta co ‘i becchi, preparata in occasione di ricorrenze come Santa Maria e la Pasqua: un dolce che, già nel nome dialettale, conserva un pezzo di identità lucchese.
Con il secondo volume il racconto si sposta nella seconda metà del Novecento. Che cosa cambia?
Con Ricette dei miei tempi, il viaggio prosegue nella cucina della famiglia di Luciano, soprattutto attraverso le ricette della madre. È un periodo in cui la società cambia rapidamente: il boom economico, i viaggi e i nuovi contatti con altre realtà portano nelle case ingredienti, preparazioni e abitudini diverse.
Un aspetto particolarmente interessante è che la madre di Luciano annotava anche la provenienza delle ricette e le persone da cui le aveva ricevute. Così, accanto alle preparazioni, rimangono i nomi, i luoghi e i ricordi di chi le aveva trasmesse.
Tra gli esempi c’è la gallina in rosa, una ricetta legata a Recco, ma anche il ricordo dei soggiorni in Corsica, dove la famiglia trascorreva periodi dell’anno. La cucina diventa così una specie di diario di viaggio, in cui ogni piatto porta con sé un incontro o un’esperienza.
Anche le parole raccontano un territorio. Ci sono termini dialettali che rischiano di scomparire?
Tra le curiosità che emergono dal racconto ci sono anche le espressioni della lingua locale. Un esempio è gallonsori, termine della parlata della Piana di Capannori utilizzato per indicare i rapini, o cime di rapa, quando vengono cucinati.
Parole come questa non sono semplici sinonimi: raccontano un modo di vivere, una provenienza e un rapporto quotidiano con il cibo. Sono piccoli tesori linguistici che vale la pena conservare, proprio come le ricette.
Se dovesse scegliere un piatto che più la rappresenta, quale sarebbe?
La scelta di Luciano ricade sulla zuppa. Un piatto semplice, legato alla cucina contadina e agli ingredienti dell’orto, a cui poteva aggiungersi anche la carne di maiale.
Nel suo racconto la zuppa diventa uno scaldacuore: qualcosa che va oltre il nutrimento e richiama il calore della casa, la famiglia e i sapori dell’infanzia.
E forse è proprio questo il bello di certe ricette: non hanno bisogno di essere trasformate o arricchite per raccontare qualcosa. La loro forza sta nella semplicità e nella storia che portano con sé.
Il maiale, del resto, aveva un ruolo centrale nella vita delle famiglie contadine. La sua macellazione, spesso prima di Natale o di Carnevale, era un momento importante, quasi una festa, perché permetteva di preparare le provviste per i mesi successivi. Non si sprecava nulla: ogni parte dell’animale aveva un utilizzo.
Una tradizione che Luciano conosce bene e che, in parte, continua a praticare anche oggi, occupandosi ancora di preparazioni norcine come salsicce, soppressata e mezzina.
Con il terzo libretto si arriva ai nostri tempi. Che cosa rappresenta questa nuova fase?
Con Ricette dei nostri tempi, realizzato insieme alla moglie Christiane Henneau, il racconto familiare si apre ancora di più all’incontro tra culture. Il volume è scritto a quattro mani e raccoglie preparazioni che riflettono le esperienze e le tradizioni entrate nella vita della famiglia.
Accanto ai piatti della cucina locale compaiono ricette legate anche al mondo francese e nordafricano, come il couscous e il tajine di agnello. La tavola diventa così il luogo in cui tradizioni diverse non si escludono, ma convivono e si arricchiscono a vicenda.
C’è anche un piccolo dettaglio che merita di essere ricordato: nel secondo libretto Luciano dedica alla moglie una frase semplice e affettuosa, che dice molto del loro rapporto: «A Christiane, brava e paziente, non solo in cucina».
Anche le copertine dei tre volumi accompagnano questo percorso. Le immagini delle cucine cambiano insieme alle epoche: dagli ambienti più tradizionali agli spazi domestici moderni, fino a una rappresentazione in cui compare anche l’uomo ai fornelli. Un’evoluzione che racconta non soltanto il cambiamento degli oggetti e degli elettrodomestici, ma anche quello dei ruoli e della vita familiare.
Che cosa vorrebbe trasmettere alle nuove generazioni attraverso questo lavoro?
Nel parlare ai più giovani, Luciano invita a non dimenticare la sapienza di chi è venuto prima. Non si tratta di rifiutare il cambiamento, ma di riconoscere il valore delle conoscenze e delle esperienze che ci sono state tramandate.
Il suo messaggio è chiaro: «Non disprezzate il passato, ma imparate ad amarlo, perché il passato serve anche per il futuro, perché è la base del futuro».
E forse è proprio questo il filo che unisce i tre libretti: la consapevolezza che una ricetta non è mai soltanto una lista di ingredienti. È una storia che passa di mano in mano, cambia con le persone e con il tempo, ma continua a conservare qualcosa delle proprie origini.
Un sentito grazie a Luciano Fanucchi per il tempo che mi ha dedicato e per avermi accompagnato, attraverso i suoi ricordi e le sue parole, in questo bellissimo viaggio tra la memoria di ieri e la tavola di oggi.
Alla prossima,
Lovely,
T&R


