Riunitosi a Ouagadougou giovedì 19 marzo, sotto la presidenza del Presidente Ibrahim Traoré, il governo del Burkina Faso ha adottato una bozza di legge sulla libertà religiosa. Tra le misure chiave del testo vi è il divieto di costruire luoghi di culto all’interno di strutture pubbliche o di pregare sugli spazi pubblici, tipo sulle strade. Tale decisione mira a una migliore organizzazione degli spazi amministrativi e publici nonché a prevenire qualsiasi confusione tra servizi pubblici e pratiche religiose. Sono previste eccezioni per le strutture sanitarie, le carceri e le caserme, in quanto, per loro stessa natura, ospitano utenti e personale che potrebbero necessitare di assistenza spirituale.
Il testo intende stabilire un quadro più chiaro per l’esercizio della libertà religiosa in Burkina Faso, in particolare nei centri urbani. D’ora in poi, la costruzione di luoghi di culto dovrà attenersi rigorosamente alle normative urbanistiche. L’obiettivo è evitare costruzioni inadeguate, occupazioni abusive di spazi e conflitti legati alla convivenza tra residenti e strutture religiose, tenendo conto di vari fattori di disturbo come rumore eccessivo, sovraffollamento o incitamento all’odio.
Con questa riforma, le autorità dimostrano una chiara intenzione: garantire la libertà di culto preservando al contempo l’ordine pubblico e la coesione sociale. Tuttavia, questo disegno di legge non è stato accolto favorevolmente da tutta la popolazione, in particolare dai musulmani. È in questo contesto che Mohamad Ishaq Kindo, un influente imam e predicatore sunnita, è stato arrestato martedì 26 maggio a Ouagadougou dalla polizia in seguito alle sue critiche al disegno di legge, secondo quanto riportato da diversi giornalisti stranieri e dai collaboratori dello stesso imam.
Chi è Mohamad Kindo? L’imam Kindo è il presidente degli Ulema sunniti del Burkina Faso e, pertanto, una figura molto influente tra i fedeli musulmani. È un erudito religioso che ha frequentato l’Università Islamica di Medina. Quando una persona esercita una notevole influenza su un gran numero di persone, soprattutto in un contesto delicato, deve considerare il peso delle proprie parole. Un leader, in questo caso un imam rispettato, non parla come un comune cittadino. Ha un ampio seguito e molte persone potrebbero agire in base alle sue parole. Il problema, quindi, non è solo il disaccordo con la decisione, ma soprattutto il modo in cui certe affermazioni sono state fatte.
Ma cosa ha detto esattamente? Ecco un estratto delle sue parole: “A tutte le autorità che legiferano per proibire i luoghi di culto nei servizi e nelle istituzioni pubbliche, se non state attenti, subirete la stessa sorte di Abu Jahl”. Ma perché alludere ad Abu Jahl? Digitando il suo nome su google si legge che Amr ibn Hisham fu soprannominato Abu Jahl, che significa “padre dell’ignoranza”, dai suoi avversari a causa della sua ostinata adesione secondo i suoi detrattori all’ignoranza religiosa. Fu uno dei più feroci oppositori di Maometto all’inizio della sua predicazione. Torturò personalmente molti musulmani meccani. In particolare, trafisse con la sua lancia Sumayyah bint Khayyat, una delle sue schiave; che viene considerata la prima martire donna dell’Islam. Prima dell’Egira, ferì Maometto. Dopo l’Egira, fu presente in ogni spedizione. Abu Jahl morì durante la prima vera battaglia tra musulmani e clan meccani a Badr nel marzo del 624. Al calar della notte, i cadaveri furono gettati in un pozzo asciutto. Il Profeta, in piedi sul bordo del pozzo, chiamò per nome ciascuno dei morti e disse: “Eravate tutti miei parenti; mi avete accusato di mentire, mentre degli estranei credevano alle mie parole […]. Tutto ciò che Dio mi aveva promesso, la vittoria su di voi e la vostra punizione, si è compiuto su di voi”.
Quando un leader inizia a rilasciare dichiarazioni di questo tipo, sfida pubblicamente l’ordine costituito o incita indirettamente allo scontro, e ciò, oltre a offendere le autorità, diventa pericoloso per la stabilità sociale. Questo è particolarmente vero in un Paese che già affronta una complessa situazione di sicurezza. Nell’attuale situazione in Burkina Faso, ogni parola può creare tensione, alimentare la rabbia e persino spingere alcuni a reazioni incontrollate. Infatti, diverse centinaia di fedeli musulmani sono scese in strada senza autorizzazione per protestare contro l’arresto dell’Imam Kindo e appoggiando di fatto il suo discorso.
Eppure, la legge relativa alle preghiere nelle strade e negli spazi pubblici è una misura normale per il mantenimento dell’ordine pubblico e nessuna religione viene specificamente menzionata. Le strade sono per il traffico e i luoghi di lavoro sono per il lavoro, e lo Stato ha il dovere di prevenire blocchi e disordini. Criticare una legge è un diritto, ma trasformare tale critica in uno scontro con le autorità o in disordini popolari è irresponsabile e, soprattutto, non religioso.
Per questo concordiamo con l’autore del profilo Facebook “Les Testes de Camara Laye”, il quale afferma, e cito testualmente: “Un leader religioso sunnita in una REPUBBLICA (non un califfato o un emirato) si oppone a una legge volta a regolamentare le religioni […]. Questo episodio mette in luce un grave problema nei nostri stati africani, dove per troppo tempo è stata concessa alle religioni una permissività suicida. Ci permette di comprendere appieno la fragilità del sistema istituzionale e repubblicano nei nostri stati africani, dove la religione sembra avere la precedenza sulla Repubblica e sulla nazione. Una situazione che favorisce il jihadismo e il terrorismo islamico.” Il jihadismo che affligge oggi il Sahel e l’Africa occidentale è la giusta e logica conseguenza del lassismo religioso a lungo tollerato in questa regione. Siamo giunti al punto in cui il semplice arresto di un facinoroso plagiato che si oppone a una legge sensata scatena una tempesta di centinaia di suoi seguaci, pronti ad attaccare le autorità del Paese. È anarchia totale!”.
Ciò che giornalisti e oppositori del presidente del Burkina Faso dimenticano è che questo stesso presidente è un musulmano devoto, visto pregare con folle di fedeli nelle piazze pubbliche durante le festività musulmane. Non è mai stato contro nessuna religione e non lo sarà mai contro la propria. E quindi, torno a citare ancora una volta gli scritti del “Les textes de Camara Laye”: “Ibrahim Traoré deve essere lieto di aver appreso, attraverso questo episodio, che il Paese ha già raggiunto un livello fatale nella sua ignoranza dei principi repubblicani. Deve ammettere che la religione è ora il flagello principale da combattere per un Burkina Faso libero. Lungi dal lasciarsi spaventare o scoraggiare, questa è la migliore opportunità per raddoppiare, se non triplicare, le leggi che limitano le pratiche e le dottrine religiose.
Chiunque non voglia vivere in una vera repubblica, dove la nazione viene prima della religione, vada a vivere in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi Uniti a godersi la legge della Sharia!”. Comunque, pure in Arabia Saudita esistono le leggi che sono votate e vengono rispettati altrimenti si viene arrestati. È una procedura normale per uno stato che si rispetta.
Il Burkina Faso non ha bisogno di divisioni. Attualmente, la priorità di ogni cittadino deve essere la ricerca della pace, della sicurezza e la riconquista del territorio nazionale. Anche i social media devono porsi come obiettivo la ricerca della pace. Senza pace, nessuno può pregare. Alimentare le fiamme con insulti e discordie sui social media non giova a nessuno, ma soprattutto serve gli interessi dei nemici del Paese che vogliono vederlo indebolito. La nostra forza risiede nel dialogo e nella coesione sociale che da sempre ci contraddistinguono. Lo Stato e i leader religiosi dispongono da sempre di canali di comunicazione accessibili e facilmente fruibili per un dialogo rispettoso. Non possiamo aspirare allo sviluppo continuando a praticare le nostre usanze senza regole né leggi. Come affermava Niccolò Machiavelli (1469-1527), pensatore politico fiorentino del Rinascimento e teorico del realismo politico e della ragion di Stato: “Non bisogna mai permettere che sorga il disordine per evitare la guerra; perché non la si evita mai, la si ritarda soltanto a proprio svantaggio”.