Ieri pomeriggio sono stato invitato a visitare la moschea di Chifenti, in via del Piano. Un invito che ho accolto con piacere, perché arrivato da persone che conosco da anni, con le quali ho condiviso esperienze di lavoro, percorsi di formazione e momenti di vita.
Ad accompagnarmi c’era un amico a me carissimo, Papera Bartolo, che da tempo conosce alcuni fedeli della comunità. È stato anche grazie a lui che questo incontro ha assunto un significato ancora più autentico, quasi familiare.
Fin dall’ingresso sono rimasto colpito dall’accoglienza, semplice, ma sincera. Di quelle che non hanno bisogno di grandi parole per farsi capire. Ho percepito chiaramente il desiderio di far conoscere, di spiegare, di aprire le porte.
Entrando, ci siamo tolti le scarpe, un gesto che può sembrare solo una regola, ma che racchiude un significato profondo: rispetto per il luogo e per chi lo vive. In moschea si prega anche inginocchiati e prostrati a terra, e quindi tutto deve rimanere pulito. Ma è anche un modo per lasciare fuori la quotidianità ed entrare in uno spazio di raccoglimento.
L’interno si presenta essenziale, ordinato, senza immagini o statue. Al centro si trova il Mihrab, una nicchia nel muro che indica la direzione della Mecca, verso cui tutti i fedeli si rivolgono durante la preghiera. Accanto, il Minbar, un piccolo pulpito da cui l’Imam tiene il sermone, soprattutto il venerdì, giorno sacro per la comunità islamica.
Ai lati sono presenti scaffali con testi religiosi, tra cui il Corano, a disposizione dei fedeli. In alto, un display elettronico indica gli orari delle preghiere, segno di una comunità organizzata e attenta ai momenti della giornata. Il grande tappeto che copre il pavimento non è solo un elemento estetico: le linee aiutano i fedeli a disporsi ordinatamente, uno accanto all’altro per la preghiera comunitaria. È un’immagine forte, che trasmette un messaggio semplice: davanti a Dio siamo tutti uguali.
Quello che più mi ha colpito, però, è stato il senso di comunità, ho visto persone raccolte, concentrate, immerse nella loro fede. Una fede diversa dalla nostra, certo, ma che nasce dallo stesso bisogno: credere, cercare, dare un senso.
E qui viene spontaneo anche un confronto. La nostra tradizione cattolica e quella musulmana hanno differenze evidenti nei riti, nei simboli, nei modi di pregare. Nelle nostre chiese troviamo immagini, statue, segni visibili della fede; nella moschea, invece, prevale l’essenzialità, il silenzio, l’assenza di rappresentazioni.
Eppure, al di là di queste differenze, resta un punto comune fondamentale: abbiamo entrambi un unico Dio. Ed è proprio su questo terreno che può nascere il rispetto. In un mondo dove troppo spesso si alzano muri, anche nei piccoli territori come i nostri, è sempre più necessario che le religioni sappiano convivere. Non si tratta di confondere le identità, ma di riconoscerle e rispettarle.
Forse è proprio da qui, da esperienze semplici ma vere, che può nascere un messaggio forte per tutti: il rispetto reciproco non è un’opzione, ma una strada necessaria per vivere insieme.