Pensai molto al signor Saidu.
Aveva vissuto in Costa D’Avorio per anni ed era tornato con la famiglia in patria perché aveva fallito. La moglie, dopo una malattia contratta nell’infanzia, era cresciuta sorda. Lui fu l’unico uomo del villaggio che vidi dare una mano alla moglie in una società – diciamolo chiaramente – maschilista. Mentre quasi tutti pensano che i lavori di casa dovevano essere delegati alle donne, lui andava al pozzo a portare l’acqua sulla testa prima, poi quando riuscì ad avere una bicicletta con i bidoni di 20 litri carichi, sulla bicicletta.
Gli altri uomini lo prendevano in giro perché faceva dei lavori “da donne”, come se i lavori avessero un sesso.
Quando morì la moglie, cominciò ad avere una malattia simile alla lebbra. Le dita delle mani e dei piedi erano diventati deformi, alcuni sembrava si stessero per rompere. Per la paura di non avere i soldi per pagare le cure, non si andò presto a consultare. Quando ci andò, gli infermieri gli dissero che doveva andare nella capitale per farsi togliere alcune dita. Ritornò a casa e, con un grosso coltello, si tolse tutte le dita che andavano tolte in ospedale.
Se le tolse lui di persona, posando le dita sopra un granito, davanti al nostro cortile e, con il coltello, le amputò come nulla fosse. Dove usciva sangue, mise una specie di linfa di un arbusto che, in Burkina Faso, chiamiamo “Albero del Sangue”. Poi si curò le ferite con dei prodotti tradizionali e guarì senza lamento.
Del resto, ho vissuto tante esperienze di accettazione o di rassegnazione, probabilmente per abitudine o per senso di impotenza, ma comunque vite di dignità che si tiene a preservare nonostante tutto. Continuava a vivere e a fare le sue cose quotidiane. Bisogna – come si dice – tirare avanti, nel suo caso, con i figli orfani di madre da crescere.
A un certo momento, si prese una moglie di una certa età – che non aveva figli e nemmeno gli anni di averne – che venne a dare una mano con i ragazzi. Tutto sembrava andasse bene, fino a quando questa cosa gonfia dietro il suo orecchio – che, comunque, aveva sempre avuto – non cominciò a fargli male, fino a portarlo via da questa terra.
Ora che scrivo di questa storia, penso sia stata un’ernia che ha portato per anni e che, fino ad allora, non sembrava maligna.
Con tutto questo, non riusciva a pagare la scuola dell’unico figlio che ha potuto mandarci. Il bimbo era bravissimo. Però, quell’anno, lo vidi una mattina con le pecore e, parlando con lui, seppi che non era andato a scuola.
Provai a parlare con lui. Volevo convincerlo e riprendere il suo percorso scolastico. Aveva sempre la media più alta e mi dicevo che non doveva abbandonare. Provai a raccontargli la mia esperienza. Lui tagliò corto dicendomi che non dovevo perdere il mio tempo a provare a convincerlo perché lui era completamente stufo delle umiliazioni. Non voleva più sentirsi chiamare per nome e cognome ed essere messo fuori, davanti agli occhi di tutta la classe.
Era a un anno dalla fine delle elementari. Mi dispiaceva un mondo e lo vidi sul mio viso. Mi disse: “Sai! Non andrò più a scuola, ma ti prometto di diventare qualcuno comunque da grande. Abbandono la scuola, ma non il desiderio di vivere bene e di cambiare il destino dei miei fratelli più piccoli. La scuola non è l’unico strumento per costruirsi un futuro”.
Doveva avere fra gli 11 e i 12 anni. Lo trovai molto saggio e, soprattutto, deciso e maturo. La vita fa crescere presto i ragazzi da qualche parte nel mondo. E penso che il concetto di minorenni e maggiorenni sia molto relativo. Dipende da dove sei nato e dalle tue condizioni socio-economiche. Altrove mi sembra si sia sempre maggiorenni. Maledettamente!
Questi episodi che ho sempre in mente, mi fanno sempre dire che andare a scuola è un privilegio! Quando vedo o leggo la mancanza di volontà dei nostri, per la scuola, mi ritorna in mente la mia vita e la vita di Youssouf, ma anche tanti altri che ho conosciuto, di alcuni che sto aiutando ora a poter avere questo lusso di sedersi sui banchi di scuola.
Quando mi ricordo di certe vite come quella del signor Saidu e di suo figlio Youssouf, mi ritengo, nonostante tutto, fortunata e sono grata al mio Signore. Bisogna vivere o vedere certe cose per saper apprezzare quello si ha e imparare ad essere felici. Certe cose che abbiamo tutti i giorni devono essere motivo di felicità; ci dovrebbero dare la forza e l’energia necessaria per affrontare gli altri dettagli della vita, sempre spargendo l’amore ai quattro venti. Una volta che inizieremo a capire quanto siamo fortunati, non avremo motivo di odiare nessuno.
L’ernia del signor Saidu diventò, quindi, un problema di salute di tutto un villaggio che doveva sentire i gemiti di quell’uomo che la vita ha sempre caricato di dolori e di mancanze varie. Doveva andare all’ospedale per un intervento, ma non se lo poteva permettere. Nessuno sa mai quanto potrebbe costare un ricovero in Burkina Faso. Quando si parla di un intervento, soprattutto, bisogna guardare bene il portafoglio e, se non è pesante, meglio stare a casa per evitare di essere umiliato davanti ad altri pazienti.
Lui non poteva andare all’ospedale. Tutti cominciarono a parlare di guaritori tradizionali che avrebbero potuto curare quest’ernia diventata una ferita aperta e dolorosa. Il malato ha sopportato tante sofferenze fisiche in silenzio, più volte. Se ora piange e urla, significa che davvero si tratta di un dolore insopportabile. Non ha nemmeno dei calmanti a disposizione.
Veniva un signore ogni due o tre mattine a curare la ferita. Però la situazione peggiorava sempre. Lui, di giorno come di notte, urlava così forte che tutti parlavano a voce bassa per il rispetto della sua sofferenza e per la tristezza che regnava nel villaggio.
A un certo momento l’odore della ferita riempiva gli spazi e si doveva far uscire ogni tanto dei vermi da essa. Suo figlio che non andava più a scuola, diventò la persona che doveva stare al fianco del padre, di giorno come di notte, nella puzza irrespirabile. Gli altri erano piccoli e il più grande doveva lavorare al mercato per prendersi cura dei fratelli. Youssouf si occupava dei bisogni del padre: lo doveva pulire e, poi, buttare tutto; sollevarlo quando lo chiedeva e ascoltarlo urlare quando non riusciva più sopportare il dolore. Anche le persone del villaggio facevano i turni di giorno. Qualcuno dormiva la notte con Youssouf nella capanna del padre. Le donne portavano acqua per la famiglia e a volte la cena.
Una mattina sapemmo che lui era in agonia. Io andai fuori dal centro perché non potevo più sentire l’espressione del dolore della fine che si avvicina. L’atmosfera era pesante e nemmeno i neonati potevano strillare perché, appena iniziavano, le mamme mettevano il seno nelle loro bocche. Solo silenzio in un momento di dolore profondo. Poi la sua voce si fermò nel pomeriggio e il silenzio diventò ancora più pesante. Molti piangevano in silenzio. L’impotenza si faceva sentire ancora più forte, anche se si sapeva di questa fine e, forse, qualcuno se lo augurava per porre fine a una sofferenza così forte e quasi inumana.
In Italia leggo spesso “non fuggono da guerre e quindi non li possiamo accogliere!” Non bisogna pensare che qualcuno se ne vada dalla sua patria soltanto perché c’è una guerra. Ci sono tanti motivi che possono far partire. La miseria è uno di questi. Quando dico la miseria, non è soltanto viverla nemmeno sulla propria pelle ma anche vedere tutti i santi giorni delle persone, parenti, vicini, conoscenti vivere malissimo, soffrire come il signor Assisi senza poter far nulla.
A volte sento qualcuno che, dopo la morte o la sofferenza di un bimbo o un ragazzo, dice: “Speriamo di andare via un giorno da questo posto così miserabile! Non ce la faccio più ad assistere a tutto questo. Che paese è questo dove si vedono tutte queste cose. Ancora stanotte si dormirà male perché quello che è successo a questa bimba è insopportabile!”
Ci sono delle sofferenze inammissibili che tante persone vedono tutti i giorni e anche se provano a fare quello che possono, sembra non cambi nulla.
Penso a quel bimbo, caduto nel fuoco e sotto le urla di tutta la famiglia, che fu tirato fuori con tutta la pancia e il petto ustionati. Pensarono tutti di portarlo all’infermeria, ma i genitori non avevano i soldi per questo lusso di curarsi all’ospedale. Chi poteva, portò i prodotti tradizionali per metterli sulla ferita. Il bimbo non riusciva nemmeno a piangere. Sul suo viso si vedeva il dolore. Era diventato come una foglia, debole e incapace di muoversi.
Fu tenuto mesi a casa e, durante i primi giorni, lo sentivamo strillare di dolore. Si avvicinava la stagione delle piogge. Non lo si doveva spostare da dove si trovava. Doveva rimanere dove l’avevano potuto portare la prima vita, perché era colato un liquidò dalla ferita e da altre parti del corpo. Con l’arrivo delle piogge, i genitori chiedevano alla sorella più grande di tre anni di stare con lui a casa mentre andavano loro nei campi a coltivare. Non era possibile lasciarlo da solo, perché a volte il pollame becchettava la ferita pensando fosse cibo. La sorella aveva paura della ferita. Appena partivano i genitori, lei fuggiva fuori per controllarlo da lontano, però, bambina che era, a volte si metteva a giocare e correva a cacciare i polli quando li sentiva urlare o chiamare. Sono delle cose che ho visto, cose terribili. Difficili da dimenticare.
Quando ho detto a un amico con c’era nulla in Europa e, quindi, non serviva lasciare tutto per tentare l’avventura verso questo continente lui mi ha risposto: “voglio solo vivere in posto dove so che se un giorno avrò un figlio e, per qualche sfortuna si ustiona, che sia almeno curato all’ospedale. Tu, in Italia, hai mai visto un bimbo urlare come un cane a casa perché sta male?” “Quello no!” risposi. “A me basta quello!”
Ci guardammo negli occhi e capì che il bisogno di partire si innesca anche quando manca il diritto alle cure.