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Redazione
ANNO XIVmercoledì 9 Settembre 2026
tea & ribollita

JOMO, la gioia di non esserci (tanto gennaio arriva lo stesso)

Il primo dell’anno è passato, ma gennaio continua a bussare con la stessa domanda di sempre: da dove si ricomincia?

Nuovi inizi, buoni propositi, versioni migliori di noi stessi. Come se bastasse girare pagina per rimettere tutto in ordine. Il punto, però, è un altro: prima di ricominciare bisognerebbe saper chiudere.

Nel mondo le feste non finiscono tutte allo stesso modo. Nei paesi anglosassoni, ad esempio, il Natale ha una data di scadenza precisa: la Twelfth Night, la Dodicesima Notte, il 5 gennaio. Un passaggio che mescola cristianesimo e tradizioni pagane molto più antiche, nate per augurarsi una cosa semplice e concreta: un buon raccolto.

Nel folklore inglese c’è anche l’Holly Man, una specie di folletto verde ricoperto di agrifoglio e fiori, che ogni anno arriva in barca sul Tamigi. Scende, brinda alla folla e augura prosperità. Niente buoni propositi, niente reset: un brindisi e via.

In casa si mangia la Twelfth Night Cake, una torta piena di frutta secca e canditi, dentro la quale viene nascosto un fagiolo. Chi lo trova diventa re o regina della festa. Una monarchia temporanea e del tutto casuale — che, a ben vedere, è un sistema di governo più onesto di tanti altri.

Si beve il wassail, una bevanda calda e alcolica a base di sidro e spezie, simile al nostro vin brulé. Il nome significa “augurio di buona salute” in inglese antico ed è all’origine dei canti porta a porta che oggi chiamiamo Christmas Carols. Altro che ripulirsi dopo le feste.

Altrove la chiusura è più decisa. In Ecuador, a Capodanno, si bruciano fantocci che rappresentano l’anno vecchio. Senza troppi giri di parole: questo è andato, diamogli fuoco.

In Danimarca, invece, si rompono piatti davanti alle porte di amici e parenti. Più cocci trovi la mattina, più sei stato voluto bene. Un modo rumoroso e poco elegante di salutare l’anno, ma almeno resta il segno.

In Spagna le feste finiscono più tardi, con i Re Magi, le sfilate e i dolci. Un finale lungo e chiassoso, che non ha fretta di tornare alla normalità. L’anno nuovo può aspettare.

E poi c’è l’Italia. Qui la chiusura delle feste passa spesso dalla Befana. Soprattutto nel centro Italia non è una comparsa: è una presenza vera, sentita, che segna davvero la fine del ciclo.

La Befana non è solo una vecchietta che vola su una scopa. In molte storie popolari non vola affatto: va piano, di casa in casa. La scopa non serve a spostarsi, serve a pulire. A spazzare via quello che resta dell’anno vecchio.

Prima dei dolci portava semi, frutta secca, grano. Segni di continuità e prosperità. Anche il carbone non nasce come punizione: è quello che resta del fuoco, dopo che qualcosa si è consumato. Non cattiveria. Fine.

A Barga, per esempio, la Befana ha una casa vera. Una casa che, in tempi antichissimi, era della sua bisnonna. Si trova a Pegnana, poco sotto la strada, in mezzo a un bosco di castagni alti e vecchi, di quelli che hanno visto passare più anni di noi. Qui la Befana scrive le letterine ai bambini di Barga e, tempo permettendo, a gennaio la casa apre. I bambini entrano, lasciano messaggi, la sentono vicina. Niente grandi spettacoli: una cosa semplice, come piacciono da queste parti.

Forse è per questo che i buoni propositi durano poco. Perché partono quando non abbiamo ancora salutato. C’è chi brucia fantocci, chi rompe piatti, chi nasconde fagioli nelle torte. E poi c’è una vecchia con la scopa, con le scarpe rotte che si è ritirata nel bosco. Non per insegnare niente. Solo per chiudere.

E allora, a questo punto, tanto vale chiamarlo in causa lui: Giano, o Janus, il dio bifronte. Quello che guarda avanti e indietro nello stesso momento, senza fare drammi. Un dio perfetto per gennaio, che non pretende entusiasmo ma lucidità. Che non chiede di reinventarsi, solo di tenere insieme quello che è stato e quello che verrà.

Io, per esempio, il Natale non l’ho mai vissuto nel modo classico. Un po’ perché ho sempre lavorato, un po’ perché mi sono spostata spesso, un po’ perché vengo da più tradizioni e nessuna del tutto. Mi piacciono le lucine, le canzoni, quell’aria da bambini che guardano il mondo con un occhio diverso. Su quello non discuto.

Sul Capodanno, invece, ho sempre avuto dei dubbi. Tavolate obbligatorie, piazze gelate, brindisi programmati. Qualche volta l’ho fatto, certo. Ma sempre con la sensazione che il primo gennaio fosse più una performance che un inizio.

Quest’anno no. Quest’anno ho scelto il silenzio, il pigiama (un po’ come Bridget Jones), la casa nuova, le lucine accese. Ho cenato presto, cantato a caso, letto un libro, guardato film. I fuochi li ho visti dalla finestra. Il resto poteva aspettare. In Inghilterra la chiamano “JOMO”: joy of missing out. La gioia di non esserci.

Forse è questo che chiedo a Giano, più che forza o buoni propositi: la grazia di non avere fretta. Di chiudere bene, prima di ricominciare.

Magari con una scopa appoggiata alla porta, un brindisi fatto come si deve, e il resto lasciato andare.

Che gennaio, tanto, arriva lo stesso!

Alla prossima,

Lovely to see you!

T&R

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