C’è una notte dell’anno in cui, lungo il Serchio, i paesi sembrano tornare a respirare a voce alta. È la vigilia dell’Epifania: porte che si aprono, piccoli gruppi che si formano, passi che risuonano sull’asfalto o sulle pietre, canti che si allargano tra le case e nelle frazioni. Qualche lanterna, qualche sorriso, e quell’aria particolare di soglia, come se il calendario, per una sera, lasciasse spazio a un tempo diverso.
La Befana, in questo contesto, non è soltanto la figura che porta dolci o carbone. È un personaggio popolare complesso, che raccoglie secoli di stratificazioni simboliche e rituali.
Nella Valle del Serchio questa complessità ha preso una forma precisa e riconoscibile: la befanata, il canto di questua, l’andare di casa in casa con auguri in rima in cambio di un’offerta, di un bicchiere di vino, di un dolce.
Come sottolinea Venturelli (2010), si tratta di una pratica che non può essere ridotta a folklore “residuale”, ma va letta come un vero dispositivo comunitario, capace di produrre legami e senso di appartenenza.
Il primo livello di lettura è linguistico. “Befana” è la forma popolare di “Epifania”, frutto di una trasformazione fonetica entrata stabilmente nell’uso comune. I principali repertori lessicografici italiani mettono in evidenza come questa evoluzione accompagni la diffusione di usanze popolari legate alla festa cristiana della “manifestazione” (Treccani, s.d.).
Ma, come ricorda Venturelli (2010), fermarsi al dato linguistico sarebbe riduttivo. Attorno al 6 gennaio, soprattutto nelle aree rurali e montane come la Garfagnana, si sono conservati riti che rimandano a un orizzonte più antico: la fine dell’anno agricolo, la chiusura del ciclo invernale, il bisogno di propiziare l’anno nuovo. La figura della “vecchia” non rappresenta soltanto il tempo consumato, ma anche la possibilità di lasciarsi alle spalle ciò che è stato, trasformandolo in augurio. In questo senso, la Befana si inserisce in una più ampia famiglia di riti europei di passaggio, come evidenziato dagli studi di Frazer (1922) ed Eliade (1954).
Se c’è un tratto che rende la Befana del Serchio immediatamente riconoscibile, è la centralità del canto. La befanata non è un gesto individuale, ma un’azione collettiva. Si canta insieme, si formula l’augurio, si chiede con rispetto, si ringrazia. Venturelli (2010) insiste molto su questo aspetto: la questua cantata non è una richiesta qualsiasi, ma un vero e proprio patto simbolico tra chi canta e chi ascolta.
Non si tratta solo di memoria orale. Esistono raccolte etnomusicologiche che documentano testi e melodie della zona. Tra queste compare il canto Ecco donne la Befana, indicato come canto di questua per l’Epifania raccolto a Barga, in provincia di Lucca. Come osservano Leydi (1973) e Carpitella (1992), la presenza di un canto in un repertorio catalogato segnala una pratica stabile, condivisa e riconosciuta dalla comunità.
Per Venturelli (2010), questi canti svolgono una funzione precisa: riattivano, anno dopo anno, una rete di relazioni, ricordando a chi partecipa che il paese non è solo uno spazio abitato, ma un organismo che vive di scambi simbolici.
Barga è spesso indicata come uno dei centri più vitali delle befanate. Qui la notte dell’Epifania non è percepita come un evento isolato, ma come un modo di stare nel paese. Venturelli (2010) dedica ampio spazio a questa dimensione, mostrando come la tradizione abbia mantenuto una continuità sorprendente, pur adattandosi ai cambiamenti sociali.
Non stupisce, allora, che questo patrimonio sonoro abbia lasciato tracce anche nella letteratura. Diverse ricostruzioni locali ricordano il rapporto tra Giovanni Pascoli, Castelvecchio e i canti popolari ascoltati sul territorio. In questo intreccio, la festa non viene idealizzata, ma riconosciuta come voce collettiva, come materia sonora che può nutrire anche la scrittura poetica (Pascoli, 1897/2002).
Accanto alle befanate diffuse e spontanee, negli ultimi decenni si sono affermate forme più organizzate della festa. A Pegnana, ad esempio, la Befana è diventata occasione di incontro pubblico, capace di coinvolgere famiglie e visitatori. Venturelli (2010) interpreta queste esperienze non come una perdita di autenticità, ma come una strategia di sopravvivenza della tradizione.
Il rito cambia forma, ma conserva la sua funzione: creare occasioni di incontro, rafforzare il senso di appartenenza, trasmettere memoria. È un processo che gli studi sul patrimonio culturale immateriale descrivono come adattamento vitale, non come snaturamento (UNESCO, 2003).
Un elemento distintivo della Valle del Serchio è l’attenzione alla ricerca e alla conservazione. Il Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico rappresenta un punto di riferimento fondamentale per lo studio delle tradizioni orali, dei canti di questua e dei riti stagionali.
Venturelli (2010) colloca il lavoro del museo e degli studiosi locali all’interno di una più ampia consapevolezza territoriale: la tradizione non è solo qualcosa da “fare”, ma anche da capire, documentare e raccontare. In questo modo, la Befana del Serchio diventa non solo una festa, ma anche un oggetto di conoscenza condivisa.
La Befana del Serchio resiste per una ragione semplice: è utile. Fa comunità. Non è solo intrattenimento. È una forma di educazione al legame, discreta ma efficace. Si attraversano le frazioni, si riconoscono le case, si restituisce al paese una voce comune.
Come scrive Venturelli (2010), la forza di questi riti sta proprio nella loro capacità di tenere insieme passato e presente, memoria e relazione.
La vera domanda, allora, non è se la Befana sia antica o moderna, ma quanta voglia abbiamo ancora di un rito che ci obbliga a guardarci in faccia, a cantare insieme, a farci gli auguri sul serio.
Perché, almeno lungo il Serchio, la Befana continua a passare anche per questo: per la voce. E la voce, quando è condivisa, non invecchia.
Riferimenti bibliografici
Balducci, M. (2004). Tradizioni popolari e riti dell’anno nella Valle del Serchio. Lucca: Maria Pacini Fazzi Editore.
Balducci, M. (2019). La befana vien di notte in Garfagnana. Tradizione di poeti, musici e cantori. Arcidosso: C&P Adver Effigi.
Carpitella, D. (1992). L’etnomusicologia italiana. Torino: Bollati Boringhieri.
Cirese, A. M. (1973). Cultura egemonica e culture subalterne. Palermo: Palumbo.
Cirese, A. M. (1976). Intellettuali, folklore, istinto di classe. Torino: Einaudi.
Eliade, M. (1954). Il mito dell’eterno ritorno. Milano: Borla.
Frazer, J. G. (1922). The Golden Bough. London: Macmillan.
Leydi, R. (1973). I canti popolari italiani. Milano: Mondadori.
D. Menchelli, ed. 1992. Viva lo r�, viva l’amor. Canti popolari della Garfagnana raccolti dal Gruppo folklorico “La Muffrina”. w.p.: Edizioni della Rocca.
Pascoli, G. (2002). Myricae (ed. orig. 1897). Milano: Garzanti.
Treccani. (s.d.). Befana. In Vocabolario Treccani.
UNESCO. (2003). Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage. Paris.
Venturelli, P. (2010). Tradizioni popolari, canti di questua e ritualità dell’Epifania in Garfagnana. Lucca: Maria Pacini Fazzi Editore.
“La Befana” di Giovanni Pascoli
Viene viene la Befana,
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! la circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce,
e la neve è il suo mantello
ed il gelo il suo pannello
ed è il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.
E s’accosta piano piano
alla villa, al casolare,
a guardare, ad ascoltare
or più presso or più lontano.
Piano piano, piano piano.
Che c’è dentro questa villa?
uno stropiccìo leggiero.
Tutto è cheto, tutto è nero.
Un lumino passa e brilla.
Che c’è dentro questa villa?
Guarda e guarda… tre lettini
con tre bimbi a nanna, buoni.
Guarda e guarda… ai capitoni
c’è tre calze lunghe e fini.
Oh! tre calze e tre lettini…
Il lumino brilla e scende,
e ne scricchiolano le scale:
il lumino brilla e sale,
e ne palpitano le tende.
Chi mai sale? chi mai scende?
Co’ suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso
come lampana di chiesa.
Co’ suoi doni mamma è scesa.
La Befana alla finestra
sente e vede, e s’allontana.
Passa con la tramontana,
passa per la via maestra,
trema ogni uscio, ogni finestra.
E che c’è nel casolare?
un sospiro lungo e fioco.
Qualche lucciola di fuoco
brilla ancor nel focolare.
Ma che c’è nel casolare?
Guarda e guarda… tre strapunti
con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra le ceneri e i carboni
c’è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti…
E la mamma veglia e fila
sospirando e singhiozzando,
e rimira a quando a quando
oh! quei tre zoccoli in fila…
Veglia e piange, piange e fila.
La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch’è l’aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.
La Befana sta sul monte.
Ciò che vede è ciò che vide:
c’è chi piange, c’è chi ride:
essa ha nuvoli alla fronte,
mentre sta sul bianco monte
Nota su fonti e diritti: i testi poetici di Giovanni Pascoli riportati in questo articolo sono tratti da edizioni d’epoca consultabili su Wikisource e sono in pubblico dominio (Pascoli è morto nel 1912: i diritti patrimoniali sono scaduti da tempo). Gli eventuali interventi redazionali riguardano esclusivamente l’impaginazione e la presentazione dei brani.