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Redazione
ANNO XIVvenerdì 11 Settembre 2026
kibaya

La fatica della precarietà

Alle 16, terminato di insegnare, mi incamminai verso il parcheggio. All’improvviso sentii qualcuno che mi chiamava da dietro. Era l’economo della scuola. Ci salutammo e mi disse: «È arrivata la paga del mese, vieni nel mio ufficio per firmare i documenti»

Quasi svenivo! Non era possibile! Avevo sempre aspettato quel momento, ma non me l’aspettavo proprio oggi. Oggi che non avevo più un centesimo in tasca; oggi che sembrava proprio il giorno peggiore della mia vita. All’improvviso, ritrovai tutta la mia forza. Ero felice! Quel giorno fu la prima volta in vita mia che presi così tanti soldi. Il mio primo stipendio da insegnante. Erano intorno a 60.000 franchi (quasi 100 euro).

La strada del ritorno fu piacevole. Era la discesa, non c’era più la fame e la sete dell’andata. Non ero più preoccupata per domani. E la vita era bella con 100 euro in tasca. Non mi ricordo quante canzoni ho cantato per arrivare alla radio dove facevo un tirocinio. Pensai: è proprio quando si tocca il fondo della miseria che la vita riprende. E mi dimenticai così tutti i patimenti dei giorni precedenti! Cominciai a sentirmi indipendente dal punto di vista economico. Non che avessi risolto tutti i miei problemi economici, ma alcune cose tipo pagare l’affitto e la bolletta della luce diventarono meno problematiche.

Al Collège Multilingue Spécifique (CMS) mi compativano per via del mio mezzo di trasporto. Ero l’unica professoressa che faceva 40 km in bicicletta per insegnare. Mi ricordo il mio primo collegio docenti al CMS. Fu di pomeriggio e, si sa, queste riunioni a volte durano più del previsto. A un certo momento, ci dilungammo sul caso di un allievo che giudicavamo particolare e preoccupante. Intanto le ore passavano. Eravamo a dicembre e in Burkina Faso le giornate sono corte in quel periodo dell’anno. Il sorvegliante si avvicinò a me e mi disse a voce abbastanza alta perché sentissero tutti: «Prof, credo che sia meglio che lei se ne vada perché si farà buio tra un po’ e non è facile con la bici arrivare fino a Ouaga di notte». Tutti gli altri concordarono. Mi alzai ringraziando e me ne andai via felice di questo favore che mi avevano fatto.

Per arrivare al quartiere dove abitavo dovevo attraversare un ruscello che divideva due quartieri. La notte, questa parte della città, era buia e pericolosa. Per cui pedalavo sempre veloce per poter passare questo punto prima che diventasse completamente buio. Durante il periodo di pioggia diventava difficoltoso passare di lì perché non c’era un ponte. Scendevo dalla bici e tiravo la gonna o il vestito su, bloccandolo in qualche modo e spingevo pian piano la bici nell’acqua puntando le dita dei piedi sul fondo per non scivolare. Se qualcuno fosse caduto lì, l’acqua lo avrebbe sicuramente trascinato via. Si diceva che un giorno un militare fosse morto perché la corrente dell’acqua era forte e non era riuscito a resisterle.

Ogni volta che arrivavo lì, pensavo al militare e avevo paura. In realtà si poteva passare da un’altra strada, ma si doveva fare un giro lunghissimo e, per evitare questo giro e risparmiarmi una fatica, rischiavo il passaggio in quel punto.

Dabiré, un collega e ex compagno di scuola, fu molto gentile con me quando diventammo tutti i due insegnante al CMS.  Aveva un motorino e diverse volte mi aveva visto per strada e caricata con la bici sul suo motorino. Mi mettevo sul sedile del passeggero dietro di lui e guidava con la mano destra tenendo la bici con la mano sinistra. Quando avevamo lezione il sabato mattina, al ritorno sapevo che mi avrebbe aiutato. All’inizio insistevo perché mi lasciasse tenere la bici visto che ero seduta a non fare niente. Ma lui diceva che mi avrebbe dato noia, invece a lui non faceva niente.

I 40 km quattro volte a settimana cominciarono a essere pesanti. Mi venne allora un’idea! Mio fratello aveva un motorino che non usava più perché era rotto e non ce la faceva a trovare dei soldi per portarlo dal meccanico. Pensai di spiegargli la mia situazione e chiedere il suo motorino da riparare e usarlo per le mie lezioni. Avrebbe potuto riprenderlo ogni tanto quando ne avesse avuto bisogno. Il fine settimana successivo, andai a trovarlo nel quartiere dove viveva. Pregai che fosse a casa perché spesso era assente. Per mia fortuna lo trovai a casa. Feci la mia richiesta e lui rimase un po’ dispiaciuto e mi disse: «Guarda, il motorino c’è e se ti serve per il tuo lavoro non te lo posso rifiutare; anzi se avessi dei soldi ti comprerei un motorino nuovo. Il problema è che ti costerà tanto farlo riparare. Ci sono almeno due pezzi costosi da cambiare. Se te la senti mi arrangio a portartelo dal meccanico che avresti scelto, ma la vedo dura»

Rimanemmo in silenzio qualche minuto guardando il suolo. Poi risposi: “Metterò un po’ di soldi da parte e ti farò sapere”. Da quel giorno ebbi un’altra battaglia in più da gestire: dovevo riparare il motorino di mio fratello.

Intanto arrivarono le vacanze e Marthe e Charles, i bimbi della mia amica Lydia che abitavano con me, ritornarono dai loro genitori. Non me la sentivo più di tenerli in casa perché la vita era molto dura per me e facevo fatica a prendermi cura di loro. Non lo dissi a Lydia, ma credo che anche lei avesse visto che non si poteva più fare. Pian piano, riuscii a trovare un po’ di soldi per sostituire uno dei pezzi rotti del motorino di mio fratello. Non si trattava soltanto di due pezzi, come pensava mio fratello all’inizio, perché essendo rimasto tanto tempo inattivo soffriva di tanti altri problemi. Con una carretta lo portammo da un meccanico vicino casa mia. Riuscimmo a metterlo in piedi e partì anche se con tanta esitazione.

Rimaneva il pezzo più costoso da trovare. Avendo lavorato come supplente, non percepivo alcuno stipendio durante le vacanze perché i supplenti sono pagati all’ora in Burkina Faso. Ricominciai ad arrangiarmi per vivere. Ormai ero abituata al digiuno e a vivere con poco, non mi disturbava. Continuavo il mio stage alla radio dove non ero pagata tranne quando arrivava una richiesta di pubblicità.

Il vero problema, per me, era poter riparare il motorino e usarlo per la ripresa della scuola. Lo utilizzavo già, ma con tante difficoltà. Si fermava spesso per strada e lo dovevo spingere fino a trovare un meccanico per farlo ripartire. A volte quando si fermava e provavo da sola a rimetterlo in moto era come una lotta contro un battaglione. Lo mettevo sul cavalletto e salivo sopra poi pedalavo con tutte le mie energie fino a non farcela più poi scendevo e mi sedevo accanto, per riposarmi per poi riprovare con la stessa forza.

A volte ci riuscivo. Magari si lasciava vincere per pietà nei miei confronti. A volte mi davo per vinta e lo spingevo alla ricerca di un meccanico.

Tratto dal libro “Basnewende” di Clementine Pacmogda

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