Era il 1997 quando Alpha Blondy, un cantante ivoriano, faceva uscire il suo album Yitzhak con queste parole:
Esercito francese, andatevene Siamo stati indipendenti e sovrani
Uscite da casa nostra E la tua presenza militare ostacola
Non vogliamo più l’indipendenza la nostra sovranità
sotto alta sorveglianza Confisca la nostra integrità
Calpesta la nostra dignità In Senegal
E questo non può continuare. Non ti vogliamo più
Quindi vattene Nel Gabon
In Costa d’Avorio Non ti vogliamo più
Non ti vogliamo più
Nell’Africa centrale Non ti vogliamo più
Non ti vogliamo più A Djamena
A Gibuti Non ti vogliamo più
Etc.
Nell’ambito della cooperazione militare con le sue ex colonie, la Francia ha potuto disporre di diverse basi militari in Africa con personale operativo pronto all’uso. Aveva firmato accordi di cooperazione culturale, tecnica e militare, nonché accordi di difesa, con la maggior parte delle sue ex colonie al momento dell’indipendenza nel 1960.
Oggi, molte cose sono cambiate, anche alla luce dei movimenti sovranisti in diversi Paesi dell’Africa occidentale. A distanza di quasi 30 anni dalla canzone di Alpha Blondy, l’esercito francese sta effettivamente lasciando i paesi africani. Non che l’abbia deciso la Francia, ma i giovani africani che ha scelto di non accettare più la sottomissione.
Come possiamo leggere nella canzone di Alpha Blondy, però, non è da oggi che gli africani sentono il peso dell’esercito coloniale nei suoi territori. Qualcuno penserà sia troppi tardi, però non è mai tardi per riprendere una cosa che ti appartiene dalle mani di un conquistatore.
I leader panafricani e i sostenitori della sovranità nazionale sottolineano la necessità che gli stati africani risolvano i propri problemi di sicurezza senza affidarsi ad attori esterni, le cui intenzioni sono spesso poco chiare. In Costa d’Avorio, dove la situazione della sicurezza non è critica come nei paesi vicini, la presenza militare francese è sempre più percepita come un ostacolo a una vera indipendenza.
La Francia aveva già promesso il ritiro del suo contingente dalla Costa d’Avorio e, alla fine, si era capito che si trattava di una dichiarazione di facciata, che mascherava una strategia di neocolonialismo moderno. L’opinione pubblica africana si stava sempre più opponendo a questa presenza militare straniera. La popolazione ivoriana aveva capito, quindi, che poteva esigere un disimpegno autentico, ben lontano dalle vaghe promesse di un “riallineamento” delle forze.
Nonostante le proteste della popolazione, il governo ivoriano continuava le manovre militari congiunte tra le forze ivoriane e francesi, come l’esercitazione presso la base aerea di Bouaké nel settembre 2024, dimostrando che la cooperazione continuava, seppur sotto un’altra forma. Il proseguimento di queste attività suggeriva che la Francia stesse cercando di riorientare la propria presenza anziché ridurla.
Mentre la Francia annunciava un graduale ritiro delle sue truppe, sembrava, d’altra parte, mantenere una presenza militare in Costa d’Avorio sotto forma di centri di addestramento e manovre congiunte. Questa strategia sollevava interrogativi sui veri obiettivi di Parigi, che alcuni accusano di usare Abidjan come punto strategico per influenzare la regione del Sahel.
Secondo Tony Chafer, docente di studi africani e francesi presso il Centro di ricerca in studi europei e internazionali dell’Università di Portsmouth nel Regno Unito, citato da Abidjan.net, ”con una serie di accordi bilaterali di difesa e assistenza militare firmati con le sue ex colonie e con un contingente di fino a 10.000 soldati di stanza o partecipanti a operazioni militari nelle sue ex colonie nei primi anni dopo l’indipendenza“. La Francia ha anche “perseguito una politica di sostituzione, piuttosto che di partenariato, con le forze militari africane nella sua sfera di influenza postcoloniale“.
Si capisce, quindi, perché da giovedì 10 luglio scorso molti giornali non fanno altro che parlare con entusiasmo della notizia del ritiro francese in Senegal. Una grande novità rispetto a quanto successo in Costa D’Avorio, perché le consegne delle basi francesi alle autorità senegalesi sono state fatte senza rivolte e senza forzature e si è trattato di un ritiro vero.
Bisogna ricordare che nel Sahel la situatione è stata diversa. Dal 2022, Parigi si è ritirata da Ciad, Mali, Burkina Faso e Niger, sotto le rivoluzioni popolari con le popolazioni che gridavano come Alpha Blondy contro la presenza militare francese nei loro paesi. Mentre la sua base permanente in Gabon è stata trasformata in un “campo condiviso” gestito congiuntamente dai due Paesi.
Il ritiro dell’esercito francese dal Senegal pone fine alla sua presenza in Africa occidentale e centrale. Dakar era rimasta uno degli alleati più leali di Parigi fin dall’indipendenza del Senegal nel 1960, ma il nuovo presidente Bassirou Diomaye Faye aveva chiesto la partenza dell’esercito francese per ragioni di “sovranità”.
Finalmente Parigi ha ceduto a Dakar la sua ultima base militare nel paese dell’Africa occidentale, nell’ambito di un più ampio disimpegno dell’ex potenza coloniale dal continente africano.
Nel corso di una solenne cerimonia a Dakar, le ultime due installazioni francesi in Senegal – “Camp Geille”, situato nella capitale senegalese, e lo scalo aeronautico francese nel vicino aeroporto – sono state consegnate al capo di stato maggiore delle forze armate senegalesi, generale Mbaye Cissé, dal generale Pascal Ianni, comandante dell’esercito francese in Africa. È la fine di un ritiro iniziato a marzo in questo paese.
Con i movimenti di protesta osservati ormai ovunque in Africa, il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye, eletto nel 2024 che aveva promesso una rottura con le vecchie abitudine, ha chiesto alla Francia di ritirarsi dal Paese entro il 2025 perché “il Senegal è un Paese indipendente, è un Paese sovrano e la sovranità non ammette la presenza di basi militari “. La cerimonia di giovedì conclude un processo iniziato a marzo.
E’ importante ricordare, comunque, che la Francia possiede ancora una base di 1.500 uomini a Gibuti, nel Corno d’Africa, che Parigi intende ora utilizzare come “punto di proiezione” per le sue “missioni” nel continente dopo il ritiro dal Sahel.
Il dibattito sul ritiro delle truppe francesi è stato intensificato dalle recenti accuse di destabilizzazione regionale. Il presidente capitano Ibrahim Traoré del Burkina Faso ha affermato che la Costa d’Avorio, in collaborazione con la Francia, ospita un “centro di comando” volto a destabilizzare il suo Paese. Questa accusa, supportata da prove concrete come l’arresto di un sottufficiale ivoriano da parte delle forze di difesa e di sicurezza del Burkina Faso, evidenzia il ruolo potenzialmente dannoso dell’influenza straniera nelle tensioni regionali.
Nel luglio 2024, sui social media circola un video che mostra un soldato ivoriano catturato dalle forze del Burkina Faso, il quale afferma che erano in corso piani di destabilizzazione con il supporto dell’esercito francese. Queste rivelazioni hanno alimentato le critiche alla presenza militare francese, già indebolita dai ritiri forzati da Mali, Niger e Burkina Faso.
Ad oggi, restano presenti basi militari a Gibuti, in Costa d’Avorio, in Gabon. Anche il Ciad ha rotto gli accordi militari con la Francia nel novembre 2024, determinando il ritiro dei soldati dalle basi.
Ora spetta agli ivoriani decidere se vogliono davvero liberarsi da questa sorveglianza militare o continuare ad accettarne le condizioni sotto nuove forme. Comunque brindiamo al successo in Senegal sperando il paese, e anche tutta l’Africa, riesca a riorganizzarsi e prendere la gestione della sicurezza del continente con responsabilità. Speriamo, soprattutto, che non vengano ostacolati per provare a convincerli di aver sbagliato nella loro richiesta di sovranità.
Fonti: Euro news, France24, Africa Rivista, Africa Media, Senego