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Redazione
ANNO XIVmercoledì 16 Settembre 2026
kibaya

L’Azawad è la rovina del Mali

C’era una volta un fiume che si chiamava Azawad e scorreva per circa 1.600 km in epoca preistorica. Il fiume Azawad creava un bacino di circa 420 mila km².

Questo fiume si è asciugato dopo il neolitico. La sua valle va dalle pendici occidentali dei monti Aïr a tutto il Sahara di Niger e Mali, incrociando il fiume Niger nei pressi di Gao. Confina ad est con il massiccio Adrar degli Ifoghas in Mali e Algeria, a sud con il fiume Niger, ad ovest con le colline Ader Douchi e va a nord fino alle pendici meridionali del massiccio dell’Ahaggar.

L’Azawad è un’area di 80 mila km² che si estende, quindi, tra i confini di Algeria, Benin, Burkina Faso, Guinea, Mali, Niger e Nigeria, a cavallo tra il deserto del Sahara e la regione del Sahel. La porzione maliana ingloba le regioni settentrionali di Kidal, Gao e Timbuctu ed è abitata principalmente dai Tuareg, una popolazione berbera e nomade del Sahara.

Il suo interesse geostrategico deriva soprattutto dalla presenza nel sottosuolo di riserve di gas, oro, uranio e petrolio nonchè dal suo essere area di passaggio delle rotte del traffico illecito di armi, droga e carburante verso il nord del mondo.

Un fatto importante da segnalare è che prima della creazione degli stati moderni, questa regione era già strutturata da rotte commerciali transahariane, scambi culturali e stili di vita nomadi, in particolare quelli dei Tuareg. I confini non erano fissi; erano fluidi, adattati al deserto e alle stagioni. Imperi con un governo relativo che non esercitarono sempre un controllo diretto e permanente sulle aree desertiche. Le società nomadi, organizzate in confederazioni, mantennero un certo grado di autonomia nella loro struttura.

Alla fine del XIX secolo, la colonizzazione francese ridisegnò i confini. Quelli stabiliti avrebbero integrato ciò che sarebbe stato chiamato Azawad nel futuro Mali. Uno spazio storicamente fluido, divenne un territorio amministrato.

Nel 1960, il Mali ottenne l’indipendenza e, logicamente, ereditò questi confini. Tuttavia, ben presto sorsero tensioni tra il governo centrale e alcune popolazioni del nord. Da allora diversi movimenti autonomisti tuareg hanno dato vita a rivolte contro il governo di Bamako (1963, 1990 – 1995, 2006-2008) lamentando la marginalizzazione delle regioni settentrionali e rivendicando una maggiore rappresentatività politica. Il più recente di questi movimenti si esprime nel Movimento Nazionale di liberazione dell’Azawad (MNLA) che, il 6 aprile 2012, ha proclamato l‘indipendenza dello Stato dell’Azawad, non riconosciuto però dalla Comunità Internazionale né tanto meno dal Mali.

L’MNLA nasce nell’ottobre del 2011 dalla fusione tra i gruppi tuareg che hanno preso parte alle prime rivolte contro il governo centrale, volontari provenienti dai diversi gruppi etnici del nord del Mali – Tuareg, Songhai, Peul e Moor -, disertori dell’esercito maliano e combattenti tuareg di ritorno dalla Libia, dove hanno combattuto al fianco di Gheddafi, storicamente sostenitore dei movimenti indipendentisti tuareg. Oggigiorno il gruppo si è alleato ad Al Qaeda e altri gruppi islamisti.

Il MNLA ha lanciato una grande offensiva verso le principali città del nord del Mali, nel 2012, grazie al flusso delle armi in uscita dalla Libia che ha permesso al movimento di intensificare la sua azione e di prendere progressivamente il controllo dei principali centri della regione sull’asse Tessalit – Timbuctu, comprese le città di Kidal e Gao. Il loro successo è stato anche legato alla confusione istituzionale e politica causata dal golpe militare del 22 marzo 2012 che ha deposto l’allora presidente in carica, Amadou Toumani Touré.  

Da allora, gruppi integralisti hanno affiancato i Tuareg nel combattere l’esercito e lo stato maliano con l’obiettivo di applicare la sharia nelle città “liberate” e controllare le rotte dei traffici illeciti nell’area e il business dei sequestri di occidentali e non solo. Un matrimonio fra gruppi ideologicamente distante, basato su mere logiche economiche, politiche e religiose.

Questa anarchia generata dalla fine del regime libico va anche letta alla luce della crescente instabilità che negli ultimi anni ha caratterizzando il Sahel. Infatti il Burkina Faso, il Niger, il Ciad, ma anche la Nigeria e una parte del Camerun stanno pagando il grande prezzo in questa lotta fratricida generata da gruppi di origine arabe e arabizzati che seminano il terrore aiutatati da paesi sostenitori del jihadismo.

Sabato 25 aprile scorso ha avuto luogo l’attacco più grande e coordinato in Mali. L’esercito regolare è riuscito a respingere gli assassini e a salvare le città prese d’assalto, però ci sono state delle perdite considerevoli come la morte del ministro della difesa preso di mira dagli assalitori che hanno usato un kamikaze e un’autobomba.

Ma perché gli altri stati africani guardano senza fare nulla per contrastare il terrorismo islamico nel Sahel? Perché sono pronti a voler attaccare un paese per difendere la democrazia e non per attaccare dei gruppi di drogati, delinquenti, che uccidono ovunque? Alla luce dei fatti e della situazione stessa, la presenza dei mercenari russi in questo paese contribuisce per la loro presenza ad allargare il fuoco o ad attenuarla?

Chi mi legge sa che su l’argomento Wagner ho sempre avuto delle perplessità. Sono sempre convinta che nessuno verrà a morire per gli africani e, quindi, tutti quelli che erano e sono in Mali, prima e ora, cercano solo i loro interessi. L’obiettivo del divorzio con gli occidentali era per poter esprimere meglio l’autonomia dei paesi africani; quindi, un matrimonio immediato con un’altra potenza, in un momento politico e geopolitico così complesso, a mio avviso, costituisce un ostacolo a questa indipendenza tanto desiderata. La presenza dell’Africa Corps, già per il suo nome, incute prudenza. Il Mali rischia di diventare un terreno di lotta fra grandi potenze – se non lo è già diventato – che si vorrebbero colpire a vicenda, usando la già complicata e dolorosa situazione problematica di sicurezza interna.

La parte araba e arabizzata del Mali – e del Sahel in generale – è il problema attuale del terrorismo. Il paese viene martoriato da una parte della popolazione che non ha mai accettato l’unità. C’è una volontà manifesta di imporre la cultura e la religione araba ed è arrivata l’ora di chiamare le cose con i loro nomi. La religione è il problema fondamentale attuale della questione Sahel.  

In una foto si vede il signore della guerra Iyad Ad Ghali, un sanguinario jihadista ricercato in tutto il mondo, e l’Imam Dicko, ritratti insieme. Ad Ghali è dietro vari massacri, lapidazioni e attacchi che hanno addolorato il Mali. L’Imam Dicko, invece, un leader religioso, figura di spicco del movimento di protesta maliano, esiliato in Algeria ma ancora influente e temuto come sempre.

Il confine fra religione e politica è diventato sottile. Chi dice che la religione non c’entra nel jihadismo, mente a se stesso. Tutti i musulmani in Mali non sono jihadisti, ma tutti i jihadisti sono musulmani. Girano con il tappeto della preghiera attaccato alle moto e pregano cinque volte al giorno rivolti verso la Mecca. Più volte hanno urlato “Allah Akhbar” prima di iniziare a sparare e uccidere. Ad alcuni ostaggi è stato chiesto di recitare qualche versetto del Corano per aver la vita salva.

Sono musulmani, musulmani estremisti, musulmani che sbagliano. Ma musulmani sono. Se non lo accettiamo, non sapremo come correggere questa cattiva comprensione dell’Islam. Gli Imam devono saperlo e accettarlo per orientare meglio le loro prediche nelle varie moschee. Ai giovani, soprattutto. Se l’Islam è una religione di pace, bisogna dirlo, insegnarlo. A chiunque e ovunque. Bisogna capire cosa è stato sbagliato e perché, per evitare di formare delle persone che uccidono nel nome di Dio.

Ci sono tanti fattori e ragioni – come ho menzionato sopra -, ma l’estremismo religioso gioca un ruolo fondamentale. Molti musulmani in Africa hanno aderito al jihadismo per la fede perché convinti di difendere un Dio minacciato da non si sa cosa. Alcuni sono stati ingannati e l’hanno capito alla fine, ma sono costretti ad andare avanti lo stesso per le minacce alle loro famiglie e alla loro incolumità. Però tutto è partito dalla fede musulmana e, all’inizio del terrorismo, degli insegnanti sono stati sgozzati e delle scuole chiuse perché bisognava insegnare in arabo – questa lingua che non c’entra nulla con l’africa nera.

Nel nome della religione – e anche dell’appartenenza alle etnie arabizzate o di origine arabe – alcuni militari fanno le spie per conto dei terroristi. Un’altra preoccupazione, infatti, riguarda la posizione dei leader maliani e degli elementi del suo esercito. Ci sono dei traditori dell’esercito che tradiscono per interessi egoistici, per paura o per vendetta, come il colonello Diamal che, poche ora prima dell’attacco del 25 aprile, è fuggito portando via tutta la sua famiglia con il pretesto di andarsi a curare una mano a Kayes. Molti pensano che sapesse in anticipo dell’attacco imminente. Era il coordinatore dell’esercito a Diema.

In ogni situazione, ci sono sempre delle persone che traggono profitto personale e, quindi, il Mali dovrebbe prima lavorare molto e seriamente all’interno del paese per estirpare i traditori e, soprattutto, inquadrare meglio le prediche religiose prima di ogni altra cosa. Distinguere chiaramente la religione dallo stato e far capire che nessuna religione si può porre al di sopra dell’interesse dello stato e della collettività.

Sono sempre più convinta che la lotta è, prima di tutto, fra noi africani. Nessuno, al di fuori dell’Africa, potrà colpire gli africani se gli africani stessi sono uniti.

Per il momento porgo le mie sincere condoglianze alle famiglie delle vittime di questa, ennesima, barbarie, degna del medioevo.

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